Magrezza artificiale La dittatura del benessere, e la condanna a essere scopabili fino alla tomba

L’algoritmo mi promette mirabilie istantanee per il mio corpo, e senza sforzo. Quanto durerà l’illusione contemporanea che si possano avere vent’anni per centovent’anni?

Unsplash

«Ho settantacinque anni, faccio questo allenamento tutti i giorni, solo sette minuti al giorno. In una settimana noti la differenza, in due la notano gli altri, e in tre settimane tutti se ne accorgeranno». Ogni tanto cambia l’età, nel senso che la stessa attrice (sarà un’attrice o intelligenza artificiale?) in alcune pubblicità mi dice d’avere sessant’anni, ma per il resto il modulo è fisso.

L’algoritmo ha capito che sono vecchia, e dà quindi per scontato m’interessi essere più in forma, trovandosi l’algoritmo nel secolo in cui intervistano Jane Fonda, ottantasette anni, chiedendole se ce l’abbia il fidanzato: la seduttività ha smesso d’essere una merce deperibile, dobbiamo essere scopabili fino alla tomba. E scopabili significa: magre.

Però questa cosa non si può dire, perché abbiamo inventato la body positivity (eravamo a corto di stronzate), e quindi nessuna ammette che l’allenamento le serva a dimagrire. La parola non è più “magrezza”, neanche per quelli che vanno a chiudersi in spa simili a quella in cui andavano Verdone e Pozzetto in “Sette chili in sette giorni”. La parola è: benessere.

Sono andata nel solito posto in cui vado a fare le analisi del sangue. È un laboratorio privato, hanno dei pacchetti in cui c’è più o meno tutto quello che abitualmente i medici ti dicono di farti controllare. Il pacchetto che pago di solito è quello “donna over 40”. La signora all’accettazione mi ha annunciato orgogliosa che c’è un pacchetto nuovo.

Ho guardato che esami avesse, e sono praticamente gli stessi del mio solito pacchetto, quello da centoventi euro. Questo nuovo ne costa trecento. È perché c’è in più il dosaggio del cortisolo, e il cortisolo è la nuova fissa di Instagram (assieme al disturbo dell’attenzione)? Credo sia, soprattutto, per il nome. Il pacchetto si chiama “Longevity”. Quest’anno sono dieci anni da quando Lorenzo Jovanotti ha inciso il suo più efficace inno da stadio, e io sono così allocca che non avevo capito subito che era la sigla di tutte le app del benessere, di tutti noi rincoglioniti che andiamo nelle spa per farci tenere a digiuno. Non m’ero resa conto di quanto fosse stato scaltro Lorenzo a intuire che la gente volesse squarciagolare quell’ambizione lì: ora che siamo qui, noi siamo gli immortali.

Però c’è un dettaglio più interessante, rispetto al delirio di longevità e all’illusione che si possano avere vent’anni per centovent’anni. Ed è: tutto questo dev’essere gratis. Non parlo di soldi: parlo di fatica. La costante tra tutte le pubblicità che mi compaiono mentre gioco a pallini o guardo Instagram, tra tutte le pubblicità che mi fa comparire quello spirito del tempo che è l’algoritmo, la costante è la stessa del film con Verdone e Pozzetto: subito.

Selezione di cose che mi hanno detto gli spot che ho visto negli ultimi giorni. «Per due mesi ho fatto otto chilometri di camminata al giorno e ho perso diciassette chilogrammi» (diciassette chili in due mesi un’adulta li perde forse digiunando, e anche così ho dei dubbi; di sicuro non li perde passeggiando a ritmo da vetrine del centro come la signora nello spot).

«Ci vogliono solo quindici minuti al giorno e ho già perso sette chili, tutti i vicini di casa vogliono sapere il mio segreto» (ma vorranno sapere se fai le corna a tuo marito, mica come sono fatti quei riposanti esercizi, torsioni del busto seduta su una sedia e giù di lì, con cui escludo tu possa perdere anche solo sett’etti).

«Ho smesso di fare diete, ho smesso di passare ore in palestra, e sono più in forma di quando avevo vent’anni» (questa parla delle donne in menopausa: se sei più in forma ora di quando avevi vent’anni, la te ventenne aveva grossi problemi).

Lo schema è sempre quello: poca fatica + rapidità dell’impegno e altrettanta rapidità dei risultati + tutti che ti fanno i complimenti. Sono spot mirati a me vegliarda, e quindi sto iniziando a pensare che, nel mondo di piscialetto che siamo diventati, le cinquantenni siano sensibili ai complimenti quanto le quindicenni. «Il primo giorno lo sentirai, il settimo giorno lo vedrai, il giorno diciannove il medico ti chiederà cosa è cambiato» (persino l’algoritmo dà per scontato che i medici da soli non siano in grado di capire).

«Ho perso ventisette chili nei primi cinque mesi: mi guardo nella fotocamera e mi vedo bella»: le eccezioni alla simulazione di disinteresse per quella specificità che è la magrezza – siamo qui per il benessere, siamo qui per la salute, siamo qui per l’immortalità – usano il dettaglio che sanno fare più presa sui non sveglissimi abitanti del nostro tempo: vogliamo venire bene negli autoscatti. Una volta non venire con sette menti nelle foto era un problema di Liz Taylor, adesso è una preoccupazione della comare Concettina.

Quando già pensavo che il commercio del benessere non potesse assecondare più di così il nostro volere tutto senza impegnarci, il fisico dei vent’anni a settanta facendo sette minuti al giorno di ginnastica seduti, l’algoritmo si è superato. Negli ultimi giorni, si è dedicato a decostruire il mito dei diecimila passi, quelli che da quando abbiamo tutti il contapassi nel telefono vengono commercializzati come sinonimo di salute.

Non dimagrisci coi diecimila passi?, ci chiedono varie pubblicità (si somigliano tutte, chissà se qualcuno parte e gli altri copiano o se tutte le app di forma fisica hanno gli stessi consulenti). Mica è colpa tua, proseguono (che non sia mai colpa nostra è il fondamento di tutto il commercio del benessere, dall’Ozempic in giù). È che i diecimila passi sono un finto obiettivo, li dicono solo perché sono cifra tonda, ma con la nostra app saprai precisamente quanti passi siano giusti per te. E sottintendono ma lasciano capire a ogni fotogramma: potrebbero bastarne meno.

Devo dire che quest’idea della app che ti dice quanti passi invece dei diecimila mi pare persino più struggente della app che ti fa fare sette minuti al giorno di toccarti le punte dei piedi da seduta e dopo tre settimane tutti i vicini ti chiederanno come tu abbia fatto a diventare Helen Mirren. Non solo perché chiunque abbia vissuto più di quarant’anni sa che neanche i medici capiscono, figuriamoci una app. Il tuo corpo a fatica lo conosci tu e sai tu cosa gli funziona, se sei una vegliarda ma sei ancora così allocca da pensare di risolverti la vita con una app spero che i familiari si prendano cura di te e ti levino la firma dal conto corrente.

Ma poi, scusate: se fai diecimila passi al giorno sperando di dimagrire, e non dimagrisci, come puoi pensare che la app, come lascia intendere, ti dica di farne meno? Una app onesta ti direbbe che per dimagrire devi fare ogni giorno una mezza maratona, oppure ti direbbe che devi rassegnarti giacché, come disse il ginecologo alla me trentacinquenne, «quando va in menopausa non dimagrisce più neanche se si cuce la bocca» (oggi lo radierebbero dall’ordine dei medici e lo manderebbero al 41 bis).

La mia pubblicità preferita è l’unica che non si faccia scrupoli a dirci che lo sa che vogliamo dimagrire, lo sa che vogliamo gli stessi sette chili in sette giorni del 1986, ma allora di quel desiderio ridevamo e ora lo riteniamo realizzabile, essendo diventati molto più scemi. Usa lo shock come metodo pubblicitario: c’è il disegno animato della trippa della pancia che si scioglie, lasciando la fortunata acquirente di app con lo stomaco piatto e teso di Naomi Campbell. Lo slogan iniziale dice «Come perdere diciotto chili in un mese». Quello finale invita a provare l’app, «Non hai niente da perdere, a parte il peso». Chissà se hanno mai offerto a Carlo Verdone di fare da testimonial.

X