
Sette cose che ho imparato andando per la nonsoquantesima volta al Salone del libro, inutilissima fiera torinese alla quale quelli che fanno i libri vanno come quelli che fanno la musica vanno a Sanremo e quelli che fanno il cinema a Venezia: perché sono gli unici pochi giorni l’anno in cui possono percepirsi rilevanti.
- Che i libri sono donatori di organi. Me l’ha detto Niccolò Ammaniti, mentre cianciavo di “Gangs of New York” (nel senso di film di Scorsese) e “L’ombelico del mondo” (nel senso di canzone di Jovanotti), cioè di quelle opere che uno ci mette una vita a farle e mica lo sai se dopo anni che la limi verrà un capolavoro, magari viene peggio d’una roba che hai fatto in fretta e furia, magari ti sembrava chissà che e non è niente, magari ti sembrava una robina e ti cambia la carriera o almeno la vita, ero lì che strologavo e lui me l’ha messa giù in sette parole: i libri sono anche donatori di organi. Non riesco a ricordarmi chi mi avesse riferito che secondo Starnone non bisogna preoccuparsi che il proprio libro non venda, perché i libri servono anche a fare altri libri, ma insomma ora lo so: mica hai fatto un libro che il mercato ti ha tirato in faccia, hai messo via un rene per il giorno in cui ti serve.
- Che, nel secolo in cui abbiamo inventato la coesistenza di vittimismo e mitomania, la sindrome è ancora più interessante se si svolge per interposta lagnanza. Non so dirvi quanti e quante, nei giorni del Salone, si sono girati il post con cui Tomaso Montanari, il cui “La continuità del male” (Feltrinelli) è stato fino a un paio di settimane fa primo nella saggistica, diceva che il Salone l’avesse discriminato, censurato, silenziato, cancellato, sarcazzato, non avendolo messo nelle card degli ospiti più importanti del giorno. Poiché tutti si percepiscono discriminati, e tutti si percepiscono autore più importante del giorno, tutti si sono detti «anch’io, anch’io», senza neanche dover sprecare il «lei non sa chi sono io» in proprio: c’era quello di Tomaso da inoltrare. Vorrei mettere a verbale che io eroica, io pazientissima, io umile non l’ho inoltrato a nessuno dicendo «discriminata e silenziata e sarcazzata anch’io che mi hanno messo la presentazione all’ora di chiusura della fiera».
- Che lo scaffale Cazzi Miei Tristi ha regole ben precise, e quindi se i cazzi tuoi sono tristi perché vivi sotto il fascismo puoi vendere un numero di copie sufficiente a farti esser primo in classifica solo finché non arriva Concita De Gregorio, i cui cazzi sono ben meno immaginari e più tristi, e il cui libro sul cancro è inevitabilmente andato al primo posto, allontanando Tomaso dal numero mitomaneggiato nel suo post («35.000: grazie!»: ne ha vendute un terzo) ma soprattutto, non ho osato controllare ma sospetto sia così, inducendo il Salone a pubblicizzare Concita nelle ambite card (pensa ambire a stare nei post Instagram di una fiera, mentre fuori c’è il fascismo).
- Che tutti si lamentano dei loro editori. Tutti tranne me, che sono scesa a fare colazione e c’era un dirigente Mondadori che mi ha detto «adesso esce il tuo libro», e il libro era uscito da due settimane. Tutti tranne me, che ho finito la presentazione e c’era una povera ragazza al banchetto delle copie da dedicare con la fila di gente che aspettava e lei al telefono con lo stand a dire «io non ho il pos e non ho neanche più copie», e per fortuna c’era lì una editor, così ho potuto dire «un’altra grande performance Mondadori!», e lei ha potuto rispondere «cosa c’entriamo noi», perché i libri evidentemente era previsto li portassi io da casa. Tutti tranne me, che sono sicuramente discriminata e invisibilizzata e sarcazzata dal fascismo e dal Salone e dall’algoritmo e dall’associazione nazionale donatori di organi, ma mai mai mai dal mio editore, il mio editore è bravissimo a vendere libri non per analfabeti, ora non me ne vengono in mente ma è proprio il suo settore, e infatti tutti gli autori d’un qualche livello lo stimano e non lo stanno affatto abbandonando subito dopo i topi ma molto prima delle puttane.
- Che non andrò mai più a un incontro con l’interprete del linguaggio dei segni, a costo di sembrare non inclusiva, perché mentre presentava la sua antologia, “Poesie da viaggio” (Crocetti), Lorenzo Jovanotti ha raccontato che al funerale di Nelson Mandela c’era un tizio di fianco al celebrante, e faceva dei gesti a caso, e solo dopo si sono accorti che era un imbucato e non un vero interprete di vera lingua dei segni, e io già un po’ pensavo che la lingua dei segni fosse un bluff (come penso lo siano le ecografie: mica mi vorrete dire che in quelle strisce grigiastre qualcuno legge davvero qualcosa?), ma ora ho i crampi dal ridere ogni volta che ne guardo una, alle povere signorine del Salone non riuscivo a non ridere in faccia, mi spiace, verrei alla presentazione inclusiva del tuo libro ma non posso partecipare, non è rispettoso.
- Che la parte più misteriosa del Salone, ovvero il pubblico che non ha un libro da vendere e tuttavia fa la fila e va in un carnaio onde vedere degli scrittori di cui i numeri dicono non legga i libri, e che sono in parte famosi ma neppure tutti, e anche i non famosi hanno la fila fuori dalla presentazione, quel pubblico lì ha una spiegazione. L’ho capita mentre Lorenzo Jovanotti e Niccolò Ammaniti parlavano su un palcoscenico teoricamente del libro di Ammaniti ma quel che è più importante di quella vacanza a Parigi in cui hanno deciso di fare un film in cui Lorenzo e Tiziano Ferro fanno un figlio e quel figlio è Gianni Morandi, e alla commercialista brianzola e allo studente pugliese quando gli ricapita di sentire quei due che gli danno accesso dal vivo a quel che di solito sbirciano solo su Instagram, l’illusione dell’accesso privato alle vite di personaggi sì pubblici ma di quelli che non accendono la telecamera del telefono al cesso. A un certo punto si parla di adolescenza, e Lorenzo dice «c’è lì seduto Lancini», si parla di letteratura e «so che da qualche parte c’è Baricco», e insomma quando ricapita questa notte dei Telegatti al paese reale, quando gli succede di tornare a casa e dire alla cognata «Sandro e Lore’ sono amici, lo so per certo».
- Ma la cosa più importante me l’ha spiegata una signora che, beata lei, non era una di quelle minoranze che si agitano (cioè: gli scrittori) che pensano che andare a una fiera cambi qualcosa dei loro destini professionali, una signora che era lì solo per accompagnare qualcuno, e quindi aveva l’aria serena di chi non ha investito in questa azienda allo sbando e si guardava intorno e ha detto che in quei due giorni aveva capito che il Salone era una enorme messinscena in cui «si fa finta che siate tutti importanti». È la cosa più sensata che mi abbiano detto a Torino, pari merito con: «Questo Salone è sopravvissuto a Giuli, non vorrai distruggerlo tu?».