«Viviamo nella corrente più impetuosa di eventi che ha finora trascinato il mondo, e oggi un anno fa il cammino di un secolo». La risposta giusta a quelli che tentano di argomentare che sia importantissima la considerazione che si dà al manifesto di Ventotene, cioè a un documento scritto da esuli quando esistevano gli esuli, durante il fascismo quando esisteva il fascismo, ottant’anni fa quando nelle case non c’era l’acqua corrente, che quelle pagine siano attualissime ora che abbiamo in tasca aggeggi collegati col mondo, la risposta giusta me la fornisce Roberto Benigni.
Me la fornisce Roberto Benigni alla fine delle due ore di “Il sogno”, il monologo nel quale ha parlato di Europa senza poter sapere, quando scriveva o registrava, che nel giorno in cui andava in onda ci sarebbe stato l’ennesimo dibattito tra intellettuali non più in grado di farsi ascoltare su roba di ottant’anni fa, l’ennesimo dibattito fatto per non occuparsi del presente che è ben più ostico da affrontare.
Presente nel quale la contezza media rispetto a Ventotene è quella della Sabbri di “Un altro Ferragosto”, che quando le parlavano dell’isola del confino ipotizzava non fosse mica male stare al confino in un posto in cui potessi fare il bagno e l’happy hour. Assai più immedesimabile dell’intellettuale invece ossessionato dal manifesto di Ventotene (Virzì, come succede a chi fa la commedia, vedeva il futuro), il quale invocava la liberazione «dall’ignoranza, dal cazzeggio cinico, dalla vanità». Cioè dal secolo dei pezzettini, che invece ha vinto molto prima che vincessero altri schieramenti che ci dispiacciono.
Ho un amico che di mestiere vende libri, e ogni volta che gli dico che la tv ha smesso d’essere rilevante mi ride in faccia, e io capisco che lui non lo capisca: se uno scrittore che mandi in tv vende mille copie in più, quella cifra fa tutta la differenza del mondo, perché per quanto la tv non sia più quella d’un tempo fa comunque numeri che stanno in un ordine di grandezza diverso da quello dei libri.
Ieri gli ho girato un pezzettino della prima puntata del podcast di Amy Poehler, che è quella comica bionda che spesso fa cose in coppia con Tina Fey, che è una comica mora (Baudo è vivo, viva Baudo). Nella prima puntata Amy aveva appunto ospite Tina, e hanno detto che la tv non esiste più: «Ci sono solo gli articoli sulla tv, e le liste, e le classifiche, generate dall’intelligenza artificiale, e ci sono i TikTok su programmi che neppure vanno in onda».
È il secolo dei pezzettini, e quando sono arrivati i dati Auditel non ho telefonato al mio amico perché mi avrebbe detto che Benigni l’hanno visto in cinque milioni e lo vedi che la tv conta ancora parecchio, e io non volevo confessargli che, se ho sentito quella frase sul fatto che ormai in un anno il mondo cambia quanto una volta cambiava in un secolo, è perché ho cliccato su RaiPlay, e in alto sulla app, in apertura di pagina, in quei preziosi centimetri quadrati calpestabili in cui ti promuovono il programma che non puoi non vedere, c’era Benigni, e ho schiacciato “play”, ed erano sette minuti, e mi sono chiesta se Benigni avesse risposto al secolo dei pezzettini facendo un monologo breve come un pezzettino di quelli che mettiamo su TikTok, ma no: era RaiPlay che, sapendoci pubblico di pezzettini e non più di trasmissioni, aveva messo in apertura di pagina gli ultimi sette minuti di trasmissione, mica il file con tutte e due le ore.
Io poi sono andata a cercarmi il resto perché sono secchiona, ma vorrei sapere quanti ritengono d’aver visto Benigni perché ne hanno visti sette minuti, così come considerano letta me perché hanno visto i tre paragrafi che di questo articolo verranno messi sulla pagina Instagram del giornale.
Una volta un elzevirista che ogni giorno scrive venti righe su un quotidiano mi ha raccontato che il suo giornale mette le prime quindici su Facebook, e nessuno di quelli che consumano quel pezzettino ha mai la curiosità di cliccare per leggere il pezzo intero. È perché non sono abbonati? Secondo me no, secondo me funziona al contrario: non si abbonano perché non credono gli serva altro rispetto ai tre paragrafi del tizio su Facebook, rispetto ai tre miei su Instagram.
È la realizzazione della profezia di Altman in “I protagonisti”, quel film strepitoso in cui Tim Robbins era un produttore cinematografico che voleva idee per un film che lo sceneggiatore fosse in grado di spiegargli in meno di venticinque parole, tra un piano e l’altro dell’ascensore.
Solo che, trentatré anni dopo, a rivedere il film di Altman viene un dubbio allora inimmaginabile: «Lei va a letto col fidanzato della figlia» è un’idea efficace e rapida, te la dico tra il primo e il secondo piano, ma se poi produci “Il laureato” non sarà che nessuno va a vederlo perché, nell’epoca dei pezzettini, è più che abbastanza sapere che lei va a letto col fidanzato della figlia, non ti serve un intero film?
In un anno il mondo cambia in modi che una volta ci voleva un secolo, e sembrano trecento anni da quando tutti ma proprio tutti seguivamo i talk-show dall’inizio alla fine, e Berlusconi che spolverava la sedia di Travaglio non aspettavamo di vedercelo passare spezzettato sul telefono ma lo guardavamo mentre andava in onda (era il 2013); sembrano millenni da quando la tv era in grado di creare personaggi (gli ultimi forse sono stati Pio e Amedeo, era il 2016).
Adesso vado per secchionaggine a vedere l’intera puntata di Fey e Poehler dopo che mi sono passati davanti i pezzettini sui social, e in tre quarti d’ora di puntata non c’è una cosa che sia più interessante, rilevante, utile di quelle che mi avevano già sminuzzato i social, non c’è una ragione per cui non accontentarsi dello spezzatino, e quindi già so che la prossima volta non m’incomoderò a guardare per intero.
Adesso guardo le due ore di Benigni e sono piacevoli e interessanti e tutto quel che mi aspetto da Benigni, che non è diventato Benigni per caso, ma la frase che mi serviva stava già lì, nello spezzatino che mi aveva servito un marketing che non è neppure l’algoritmo o l’intelligenza artificiale, ai quali ci piace tantissimo dare le colpe (ci fa sentire molto moderni, sospirare insofferenza per l’algoritmo).
Sono i vecchi cari tizi che montavano i promo, chi lavorava in tv o nel cinema ci combatteva già nel Novecento, perché erano commercianti, mica artisti, ma è per loro che decidevamo di guardare le cose: andiamo a vedere il film di Tizio, ho visto il trailer, sembra figo. Adesso vediamo un minuto di Poehler o sette minuti di Benigni, e funziona al contrario: figo, non ho mica bisogno di vederlo tutto. (Lo so, questo articolo non contiene una risposta alla domanda: e allora quei cinque milioni?).