Il deserto non dimentica.Né Frank Herbert nel 1964 quando concepì il racconto Dune World per la rivista Analog (apparso come romanzo l’anno successivo), avrebbe forse immaginato che sessant’anni dopo la sua creatura sarebbe stata un faro oscuro per decifrare il caos del XXI secolo. Oggi, mentre Denis Villeneuve prepara il terzo capitolo della sua trilogia cinematografica, quel pianeta di sabbia e sangue chiamato Arrakis è più vivo che mai: una mappa cifrata per navigare guerre per le risorse, ascesa del fanatismo e l’ossessione tecnologica che ci divora.
Herbert, giornalista ambientale prima che romanziere, iniziò a cristallizzare il suo universo fantascientifico osservando le dune mobili dell’Oregon. Era il 1957: l’America scopriva il consumismo, il Medio Oriente scontava precari equilibri. Dune World (1964) fu il prototipo, ma fu nel 1965, con il romanzo Dune, che l’autore scatenò la sua visione. Un’opera nata da una chiara volontà: «Volevo esplorare come i miti messianici intrappolano le società». E perseguì questo intento fondendo giornalismo e mistica, biologia e geopolitica.
Il risultato? Un feudalesimo interstellare dove la Spezia, sostanza che esiste su un solo pianeta (Dune appunto) permette i viaggi spaziali, è il petrolio dell’universo. I fremen, popolo del deserto, combattono per liberare Arrakis/Dune dall’influenza straniera, guidati un sogno palingenetico di rinnovamento ecologico e da un messia calcolatore. Herbert non inventò nulla: osservò il colonialismo, le lotte per il greggio, le rivolte islamiche, proiettando tutto nel 10191. Oggi, quei semi di realtà sono alberi avvelenati.
Denis Villeneuve, erede di questa profezia, ha trasformato Dune in un rito cinematografico. La sua trilogia (con Parte Tre prevista per il 2026) non è una semplice trasposizione, ma un palinsesto di significati. Se David Lynch nel 1984 esagerò con il barocco, e John Harrison nel 2000 giocò al televisivo, Villeneuve punta al minimalismo sacrale. Le sue astronavi sono templi di silicio, i vermi delle sabbie divinità biomeccaniche, i dialoghi preghiere laiche.
Ma è nella riscrittura dei personaggi che il regista franco-canadese mostra il suo coraggio. Paul Atreides (Timothée Chalamet) non è più il calcolatore cinico del libro, ma un adolescente fragile, travolto dal destino. «Ho voluto umanizzarlo, renderlo vittima della sua stessa leggenda», spiega Villeneuve. Lady Jessica (Rebecca Ferguson), nel film, indossa un niqab d’argento per integrarsi tra i fremen: un velo che è ponte culturale e sudario colonialista. Herbert scrisse chiaro: i fremen lanciano un jihad per riconquistare Arrakis e sovvertire l’universo. Villeneuve cancella per pudore la parola, ma non il concetto. Nel 2021, mentre il film debutta, Kabul cade sotto i Talebani. I paralleli sono inevitabili: entrambi i gruppi usano religione e tradizione per travolgere i nemici.
Comunque, Villeneuve sfuma i confini. I fremen non sono terroristi, ma vittime di un impero che sfrutta il loro pianeta. La loro ribellione è giusta, ma il prezzo è il fanatismo. «Ogni rivoluzione contiene i semi della sua tirannia», dice Chalamet in un’intervista. «Paul lo capisce troppo tardi».
Herbert, nel 1965, aveva già visto la crisi climatica. Su Arrakis, l’acqua è sacra, le tute distillanti la riciclano, i vermi governano l’ecosistema. Oggi, mentre il Sahel diventa un deserto e l’Occidente affronta i dilemmi del cambiamento climatico, Dune sembra un manuale di sopravvivenza. Ma c’è di più. La Gilda Spaziale, che in Dune monopolizza i viaggi interstellari, è la versione anno 10.191 delle Big Tech: un cartello che monopolizza il flusso di informazioni (la Spezia) e piega i governi. I mentat, esseri umani che sostituiscono i computer, anticipano la nostra paura dell’IA: «Herbert ci avvertiva che la tecnologia può regredire l’umanità», nota Villeneuve.
Paul non è solo un profeta: è un algoritmo vivente. Bene Gesserit, sorellanza che manipola la genetica, ha pianificato la sua nascita per secoli. Oggi, mentre Crispr modifica il Dna e i social creano influencer para-messianici, la sua storia suona come un tutorial distopico. «Paul è il prodotto di un’equazione», spiega Villeneuve. «Ma le equazioni non hanno etica». Nel film, le sue visioni sono tabelle di dati che precipitano nel vuoto. Quando diventa Muad’Dib, il topo canguro del deserto, non è Grazie un’illuminazione: è il crash di un sistema.
Il vero test per Villeneuve sarà Dune Messiah, il romanzo del 1969 dove Paul, accecato e disilluso, governa un impero insanguinato. È qui che Herbert svela il suo scopo: smontare il mito dell’eroe. «La terza parte sarà uno schiaffo», anticipa il regista. «Paul scopre che salvare il mondo richiede di diventare un mostro». Leto II, suo figlio, nel libro si fonde con i vermi delle sabbie, sacrificando l’umanità per provare salvarla. Come tradurre questa follia? Villeneuve scommette su un’estetica del corpo orrenda: «Leto sarà un incubo vivente, la caricatura del potere assoluto».
A sessant’anni dalla sua nascita, Dune non ha risposte, ma moltiplicate di domande. Siamo come i fremen, disposti a credere a qualsiasi profeta pur di sfuggire al caos? O come gli Atreides, che cadono nella trappola di voler “civilizzare” il deserto? Herbert, cinico e visionario, ci lasciò un monito: «La strada del potere è lastricata di buone intenzioni e corpi». Villeneuve, con la sua trilogia, trasforma quel monito in un rito collettivo. Mentre aspettiamo Parte Tre, una certezza ci ossessiona: il futuro è già qui, e sa di sabbia. Il deserto avanza. E la Spezia ha cambiato nome: oggi si chiama dati, litio, petrolio