Guardando “Adolescence” mi è venuto in mente il mio amico Francesco Farabegoli, perché lui ha una teoria che secondo me è la più grande teoria di tutti i tempi: la teoria del Riccardone. Citerò un passaggio da un pezzo sul suo blog per spiegare chi è il Riccardone: «Il cultore dell’ascolto pulito e dell’esecuzione corretta che si addentra in territori di pop becero e offensivo per soddisfare le sue necessità primordiali, quasi tutte legate al name–dropping. Coloro che cacciano centinaia di euro per andare a vedere Ramazzotti per gustarsi gli A SOLO (credo sia molto più corretto in questo caso parlare di A SOLO più che di ASSOLI) del grande Paul Warren o la sezione ritmica capitanata dal grande Vinnie Colaiuta, recentemente dietro le pelli anche per il grande Tiziano Ferro».
Il campo d’azione del Riccardone è la musica, ma si può applicare ovunque. Ne ho parlato con Francesco, secondo lui il Riccardone cinematografico è quello che non può tollerare di guardare un film che non sia proiettato in un megacinema, col Dolby Surround in faccia, in lingua originale con i sottotitoli. Per intenderci, Quentin Tarantino. C’era anche una storia su non mi ricordo chi, forse François Truffaut, che al cinema si metteva sempre al centro della prima fila per guardare il film il più possibile dentro lo schermo, per vivere l’esperienza. Come siamo partiti da Truffaut per arrivare al concetto “la pasta al burro come esperienza” Dio solo lo sa, ma d’altronde la nouvelle vague ha fatto sicuramente più danni del burro, ma meno della pasta.
Il Riccardone cinematografico per me ha una sfumatura diversa: nella sua scala valoriale al vertice c’è il direttore della fotografia, gli piace citare la scena dei pattini ne “I cancelli del cielo” perché lui su “I cancelli del cielo” ha una certa teoria, Tom Cruise è il più grande attore vivente perché gli stunt se li fa da solo, teorema applicabile anche a tutti gli attori del metodo, perché il Riccardone è cultore del gesto tecnico, è melomane, è Dams.
Il Riccardone delle serie tv nasce con “True Detective”, che è il perfect ten di Nadia Comaneci delle serie. Ha un tatuaggio con scritto time is a flat circle, ha un comportamento da disoccupato perché ha visto tutte le serie e quelle che non ha visto le vedrà comunque prima di te, ha firmato la petizione per rigirare il finale di “Game of Thrones”.
Tuttavia, più di ogni altra cosa, più di sua madre e più dei suoi figli, il Riccardone ama il piano sequenza. Il piano sequenza è un virtuosismo, dove la lunghezza dell’inquadratura è direttamente proporzionale all’entusiasmo della recensione su Letterboxd. Dimenticata la truffa “Arca russa”, il riferimento è “Nodo alla gola” di Alfred Hitchcock, composto da dieci piani sequenza di dieci minuti ciascuno. Non voglio fare spoiler su un film del 1948, ma sappiamo chi è l’assassino dall’inizio e il cadavere è sempre in scena.
“Adolescence” è “Nodo alla gola” per genitori millennial; è girato tutto in piano sequenza, si capisce che non ci sono tagli perché le controscene sono ridicole, e mica ti metti a rifare tutto da capo perché la comparsa ha sbagliato l’ingresso.
Ieri sul profilo Instagram di Netflix c’era un sondaggio: cosa ti ispira di “The Adolescence”? Una storia straziante, regia tutta in piano sequenza o le prove attoriali di rara bellezza? Non so perché ci mettano l’articolo, comunque quando ho visto i risultati la storia otteneva il quarantatré per cento, la regia il trentuno per cento e gli attori il ventisei per cento, questo vuol dire che è pieno di figli del Dams a cui interessano i premi tecnici agli Oscar.
Tuttavia, qui il piano sequenza è assolutamente funzionale: il regista ti dice che a barare non è lui perché lui ti sta facendo vedere il girato, quello che bara al massimo sei tu. “Adolescence” ha due pregi enormi: il primo è che basterebbe guardare la prima puntata, ma per capirlo devi guardarle tutte. Il secondo è che ti dice chi sei, e quello che sei non ti piacerà. Alla fine, potremo sentire che il nostro punto di vista è lo stesso del padre del protagonista, se invece siamo fortunati è quello della mamma. Ma soprattutto ti mette davanti a un fatto: perché non credi a quello che vedi?
Intanto, si sta autoalimentando una grossa polemica sul fatto che il protagonista sia un adolescente bianco della working class inglese e non un immigrato pakistano. Al di là di tutto, credo sia vero quello che ha scritto una ragazza su X: questa è la più sottile e importante presa di posizione su Andrew Tate e sull’influenza che ha avuto sugli adolescenti. La sceneggiatura di “Adolescence” è un pezzo di cronaca che puoi trovare sul Daily Mail, niente di speciale, niente se non una cosa a cui pensi per giorni, più volte al giorno, perché quella cosa ti riguarda. Non succede spesso che qualcuno parli a te, di te, e ti dica quello che non vuoi, e qui succede perché il pubblico viene trattato da adulto senza essere consolato.
C’è una parte in cui parlano di calcio, delle partite del sabato mattina, di quanto è importante piacere alle persone a cui vuoi bene, una cosa ordinaria, ma può capitare che un giorno ti svegli con la polizia che ti sfonda la porta, e pensi che non può essere colpa tua, e forse non lo è davvero. L’altro giorno la scuola di mio figlio mi ha mandato un documento su come sconfiggere il cyberbullismo: a occhio mandare “Adolescence” su Raiuno sarebbe più efficace della slide sul pericolo dello sharenting. Vien voglia di buttargli il telefono, a questi figli, e di fargli vedere la tv, che Don Matteo non ha mai radicalizzato nessuno.