Joni e noiLa cancel culture non serve più perché non c’è più niente da cancellare

Viviamo in una perenne era della suscettibilità in cui i ventenni fanno le vittime e non sono pronti a vivere nel mondo degli adulti

Unsplash

Vi ricordate di quando le carriere brasate di gente che poteva aver fatto una gamma d’errori che andava da un tweet sbilenco all’aver stuprato qualcuno, vi ricordate quando le loro professionalità decretate irricevibili erano un tema? Era il luglio del 2020, quando Repubblica mise in prima pagina un appello contro la cancel culture, e il tema era già abbastanza maturo per poterci attaccare ai dettagli: li sbeffeggiammo per giorni perché avevano tradotto «cancel culture» come «cancellazione della cultura» (che è sbagliato grammaticalmente ma non filosoficamente).

Era sempre la stessa estate, quella della pandemia, quando la mia agente mandava a un po’ di editori la prima stesura d’un libro che avevo scritto in primavera, l’avevo intitolato “L’era della suscettibilità”. La persona più simpatica che conosca, tra quelle che lavorano in editoria, mi telefonò e mi disse qualcosa come: io voglio tantissimo pubblicare un tuo libro, ma questo non è un tema.

Vi sembrerà un’umiliazione somma – già è strano che una scriva un libro che nessun editore le ha commissionato, perdipiù venire pure rifiutate, santo cielo, da chiudersi in casa dalla vergogna – ma in realtà no. C’entra il mio complesso di superiorità, certo, ma anche la consapevolezza che a quel punto il tema era tale da un bel pezzo (il mio Facebook, l’unica memoria storica che ormai possieda, riporta episodi annotati come “era della suscettibilità” già dal 2014). Vi dirò: non pubblicare con quella persona amica fu una gran fortuna.

Una fortuna per una gamma di ragioni che va dal fatto che non bisogna lavorare con quelli che ti stanno simpatici (poi ti tocca litigarci perché, come tutti, sono dei cani nel loro mestiere) al fatto che, oltre a non ritenere la suscettibilità un tema, la persona in questione non pensava che “L’era della suscettibilità” andasse bene come titolo, e preferisco non averlo dovuto cambiare. Ma sono passati più di dieci anni da quando iniziai ad annotarmi episodi, quattro dalla pubblicazione, quasi cinque dalla prima stesura, e quindi la domanda è: com’è possibile che sia ancora un tema?

Chelsea Handler, intervistata dal New York Times, racconta d’un suo antico flirt con Andrew Cuomo, che ora potrebbe candidarsi a sindaco di New York sebbene da governatore fosse stato accusato di molestie. Com’è possibile, le domanda l’intervistatore. «Adesso è tutto diverso, c’è la presidenza Trump. Le cancellazioni si eclisseranno, se non l’hanno già fatto. Gli standard attuali sono meno severi di quelli degli ultimi anni», risponde lei.

Ho molte amiche Handler: dicono che il tema del momento non è più la suscettibilità di sinistra che lamentavo io in quel libro, ma quella di destra. Il tema del momento è che, racconta in un altro articolo sempre il New York Times, Trump ha ordinato la sparizione dai documenti pubblici d’una lista di termini che va da «sesso assegnato alla nascita» a «persone allattanti», e quindi è tornata la cara vecchia censura di destra.

La lista pubblicata dal NYT è, dal mio punto di vista, una brutta notizia perché, se vieti una cosa, poi a quella cosa ci si attacca di più, come c’insegna un po’ qualunque fenomeno storico o letterario, dai cristiani che se non si fossero dovuti riunire nelle catacombe avrebbero smesso dopo dodici secondi di credere allo spirito santo, a Romeo e Giulietta ai quali senza il divieto delle famiglie sarebbe passata in frettissima quella cotta adolescenziale.

In un mondo adulto, l’umanità che si colloca a sinistra e che tecnicamente ha avuto un’istruzione sarebbe arrivata da sola a capire che quelle che allattano sono donne e che il sesso non te lo assegna l’ostetrica. Invece le hanno dovuto vietare per decreto presidenziale d’essere scema, e questo abisso dobbiamo pure chiamarlo «censura». Mi pare una sconfitta per tutti, ecco.

Però non è che a «ci governano dei nazisti psicopatici» l’elettorato abbia risposto con «e quindi la censura lasciamola a loro e noialtri approfittiamone per atteggiarci a illuminati», macché. Apri i giornali e non sono diversi dall’estate del 2020. Wesley Lower ha trentacinque anni. A ventisei vinse il Pulitzer assieme al gruppo di lavoro che, con il Washington Post, realizzò l’inchiesta “Fatal Force”, sui sospetti uccisi dalla polizia. Nell’ultimo anno e mezzo aveva insegnato giornalismo investigativo all’università, finché è arrivata Sophia Lehrbaum.

Io ho molta simpatia per Sophia, il cui dramma è di avere ventidue anni. Sul suo Substack, Sophia scrive della tragedia di non essere più magra come a quindici, e del non trovare la sua taglia nei negozi, e se state per fare dell’ironia ripensateci: a cinquantadue anni non m’importa niente di non entrare nelle taglie giuste e di non far voltare la gente per strada, a ventidue anni mi sarei buttata dalla finestra. Di che altro ti deve importare, a ventidue anni, se non d’essere la bella del ballo?

Sophia entra nella stanza di Wesley a chiedergli come far parlare delle fonti in un articolo che deve fare sull’aborto, e i due non sanno d’essere coetanei, perché sono abbastanza giovani da pensare che tredici anni di differenza siano tanti, da pensare che un trentacinquenne sia un adulto.

Lui le dice che deve approcciare le fonti prendendola larga come farebbe a un primo appuntamento: non gli chiedi «vuoi scopare?», non vai dritta al punto. Lei lo segnala per molestie sessuali. Lui viene allontanato dall’università.

«Sono una giornalista, quindi ho lasciato delle prove scritte, perché il giornalismo funziona così». Solo che non sei una giornalista, piccina, ma tantomeno sei un’adulta: una che si spaventa perché qualcuno usa «scopare» come esempio non è pronta per il mondo degli adulti, al massimo è pronta per le liste delle parole da cancellare della presidenza Trump (c’è anche «sex», naturalmente: il presidente ideale delle studentesse di sinistra).

Non è un adulto neanche Wesley, non abbastanza da sapere cosa evitare. “L’era della suscettibilità” finiva con le storie di alcune persone che mi avevano raccontato incredule d’essere state linciate sui social per aver fatto delle battutacce, e con la mia speculare incredulità che, nel 2020, qualcuno potesse non aver ancora capito come funzionava. Cinque anni dopo, stiamo ancora così.

Gli unici giustificabili sono quelli che vengono processati per lesioni alla suscettibilità avvenute quando la categoria era inesistente. Nei primi anni Ottanta la mia migliore amica era la Chicca. Ero una ragazzina senza personalità, quindi dalla Chicca copiavo ogni consumo culturale. Lei, a sua volta, credo li copiasse dalle sorelle universitarie (noi eravamo alle medie).

Non vedo la Chicca da venticinque anni, ma penso a lei e alle sue sorelle quasi ogni giorno: non fosse stato per loro, sarei stata in balìa del presente, di Sandy Marton e di Samantha Fox. E invece grazie alla Chicca ascoltavo David Bowie, ascoltavo Francesco Guccini, ascoltavo Joni Mitchell.

Quelli che hanno la disgrazia d’esser giovani in questo secolo non hanno sorelle maggiori né alfabetizzazione, ma hanno i pezzettini di tv sui social. In uno recente, un’attrice suonava “California” di Joni Mitchell. Ovviamente non l’avevano mai sentita, e ovviamente non sono andati a studiare ma sono andati su Google. Dove hanno scoperto che, negli anni Settanta, Joni si travestiva da afroamericano e, con la faccia tinta di nero, fece addirittura la copertina d’un disco.

Joni canceled”, titolano i rotocalchi, sempre entusiasti di poter rilanciare la scemenza delle indignazioni giovanili, ma io temo che il problema non sia privare della sua carriera un’ottantunenne che tiene così poco al presente che aveva fatto togliere le sue canzoni da Spotify (le ha fatte rimettere l’anno scorso).

Il problema non è che tutti i romantici vadano incontro allo stesso destino, cinici e ubriachi e noiosi. Il problema non è che l’inferno sia la direzione più ganza. Il problema non è essere troppo giovani perché ti siano mai mancati il lino bianco e i profumi francesi (peraltro: Joni Mitchell, quando scrisse quell’album lì, aveva ventisette anni, l’età alla quale voialtri ascoltate Tony Effe e non sapreste scrivere neanche un endecasillabo per gli auguri di Natale).

Il problema è che voialtri Joni Mitchell non avete bisogno di cancellarla dai vostri consumi per indignazione morale, perché non l’avete consumata mai: altrimenti avreste imparato a usare le parole e a non lasciarvene usare, altrimenti avreste gusto invece d’avere automatismi.

Eh, ma non eravamo nati, direte. Non eravate nati, non avete sorelle maggiori, siete in balìa dell’algoritmo e delle clip dei programmi televisivi, e insomma sono universi che non s’incrociano, il vostro e quello della signora che aveva incontrato un buzzurro su un’isola greca, e quello le aveva ridato il sorriso ma si era venduto la di lei macchina fotografica. Voi, non sapendo scrivere “California”, del buzzurro al massimo potreste chiedere il licenziamento per furto sessista.

X