
Che legame c’è tra la frase «La gente non arriva a fine mese e voi fate pagare un uovo cinquanta euro», e la frase «Le vittime di Harry J. Sisson»? Esse sintetizzano bene un problema di sempre (i giovani hanno solo il dovere di invecchiare) e uno recente: non ci sono più slittamenti semantici, ma frane che fanno sì che le parole non servano più per capirsi.
Quando quelli di Ultima-màmmagàri-Generazione entrano al ristorante di Carlo Cracco, in galleria a Milano, è un mercoledì di sole alla fine dell’inverno, e poiché quello è un luogo di passaggio per i turisti nessuno si turba più di tanto per questi ragazzi non vestiti benissimo: tra le molte cose che abbiamo perso con la democrazia e la scuola dell’obbligo, c’è l’idea che esistano modi di vestirsi consoni ai luoghi, che non si vada in chiesa in minigonna, a scuola col cappuccio, da Cracco in ciabatte.
Si siedono per terra e urlano i loro slogan, da «La gente non arriva a fine mese» a «Il riscaldamento globale è colpa del lusso», e io quando me lo raccontano penso al sindaco di Bologna. Un’ora prima ho letto un suo post che ricordava quelli che avevano abolito la povertà.
Il comune di Bologna ha firmato un accordo per cui chi ha un isee (l’indicatore della situazione economica familiare) sotto i ventimila euro annui riceve uno sconto sull’abbonamento annuale per gli autobus: invece di 310 euro, lo paga 230. Io, che sono della terzultima generazione, a quel punto ho avuto voglia di fare irruzione negli uffici del comune di Bologna per spiegare al sindaco un’ovvietà: a chi guadagna meno ventimila euro l’anno e vive coi prezzi di Bologna, non devi fargli ottanta euro di sconto, devi dargli dei soldi tu.
Quelli che non sono della terzultima ma dell’ultima (generazione), invece, fanno lo stesso errore di ragionamento che li portava a scandalizzarsi per l’esame d’un ospedale privato pagato tremila euro dai ricchi: pensano che il problema siano quelli che possono permettersi il menu di Cracco, mica i prezzi degli autobus per chi non guadagna abbastanza da potersi permettere la 73 barrata.
Quindi si siedono per terra, si rifiutano di spostarsi, urlano slogan a casaccio nella loro lingua a orecchio tra inglesismi e frasifattismi, quando arriva la polizia strepitano che toccarli lede i loro diritti, alla fine deve trascinarli fuori la Digos. Tutto questo senza neanche aver assaggiato l’uovo da cinquanta euro: dimmi te che gente senza senso delle priorità.
Nel frattempo i giornali anglofoni sono molto preoccupati per le vittime di Harry Sisson, uno che né io né voi avevamo mai sentito nominare. Harry Sisson è nato nel 2002, a Torri Gemelle cadute, e insomma credo possiamo convenire che nessuno che sia nato non dico dopo le Torri Gemelle, ma anche solo dopo il muro di Berlino possa essere in alcun modo rilevante.
Sisson è irlandese, vive a New York, il suo TikTok tratta del partito democratico americano. Se ho capito bene, incarna lo stereotipo del maschio femminista, quello di cui Natalia Aspesi una volta saggiamente scrisse che, se lo incontri, devi rimetterti in fretta le mutande e scappare.
Lo scandalo che coinvolge Sisson è così ridicolo che la prendo larga. Ricopio alcune righe d’un articolo che scrissi nell’estate del 2013, quando WhatsApp esisteva da quattro anni ed erano quindi (almeno) quattro anni che mandarsi foto zozze era una modalità di relazione; quando, soprattutto, la notizia di stagione era che Anthony Weiner usava il nomignolo Carlos Danger per mandare foto del suo arnese a sconosciute.
«I dieci anni che hanno cambiato la nostra vita di relazioni sono stati meno di dieci: il “dopo” (cioè: l’adesso) non è databile precisamente, dev’essere cominciato quando si sono diffusi i cellulari che fanno le foto, o i programmi gratuiti di messaggistica. Il “prima” ha un’istantanea precisissima: quel giorno del 2004 in cui siamo venute a sapere del filmino di Paris Hilton. La prima cosa che tutte – tutte – pensammo quel giorno, alla notizia “ereditiera si fa riprendere mentre fa cose zozze con uno, e quell’uno poi si rivende il filmino”, fu: ma sei scema? Ma ti fai filmare? Ma come pensi possa andare a finire? Ma come ti viene in mente? Era il 2004, e non c’erano interi dipartimenti di sociologia dedicati all’autoscatto. Era il 2004, e non c’erano comode tariffe per mandarsi cento sms all’ora senza pagarli, né corsi che t’insegnassero a scrivere porcate con guizzi letterari in 160 caratteri (quelli non ci sono neanche ora, ma solo perché Baricco non ha il senso degli affari). Era il 2004, e il sesso telefonico si faceva a voce. Era pieno di balle (esattamente come lo sarebbe stato il sexting), era un territorio in cui tutto era concesso e che si fingeva non fosse mai stato esplorato se accadeva d’incontrarsi fisicamente (esattamente come lo sarebbe stato il sexting), ma non lasciava prove. Era il 2004, ed eravamo convinte che a noi non sarebbe mai capitato di lasciare immagini compromettenti alla mercè d’un fidanzato. Figuriamoci di mandare foto di tette e descrizioni di orgasmi a uno con cui avevamo come garanzia d’intimità e confidenza il fatto di avere trentacinque amici in comune su Facebook. Trentacinque amici che né lui né noi abbiamo mai visto».
Dal 2013 sono passati dodici anni, e io leggo di Harry Sisson e mi chiedo: come diavolo è possibile che stiate ancora così, ragazze? Neanche avere vent’anni giustifica una curva d’apprendimento così piatta.
Qualche settimana fa una studentessa italiana ha scritto qualcosa su Twitter (o come si chiama ora) su «il ragazzo con cui mi sento». Per giorni ho chiesto ai miei conoscenti secondo loro cosa intendesse, e i miei coetanei che non hanno figli ipotizzavano cose dei tempi nostri (uno con cui vai a letto ma non state insieme e dinamiche simili), mentre chi ha figli sapeva la tragedia che si cela dietro a quelle parole.
La sapeva perché la peggior generazione di genitori del mondo, quella che considera i ventenni rilevanti al punto da approfondirne le dinamiche sentimentali, ha la peggior generazione di figlie del mondo: quelle che raccontano alle madri le loro vite sentimentali. Ogni giorno noi donne senza figlie riceviamo cronache dei drammi amorosi delle figlie delle nostre conoscenti, perché queste tapine parlano con le madri come fossero amiche.
E le madri, che pure sono cresciute in un mondo normale e si sarebbero fatte impiccare a un sicomoro pur di non dire alle loro madri con chi andavano a letto a vent’anni, quando le ventenni loro figlie frignano che Tizio non le richiama mica si preoccupano d’aver messo al mondo delle sceme, macché: si lusingano d’avere un rapporto così alla pari con la prole.
In “Send nudes”, che Mondadori ha pubblicato col titolo inglese perché più provinciale dell’editoria italiana nessuno (il sottotitolo è “Manda foto nuda”, cioè una frase che nessuno usa, perché evidentemente in editoria lavorano gli unici umani di questo secolo che del sexting sanno solo ciò che leggono sui giornali americani, e quindi non conoscono il lessico locale), c’è un padre che chiede alla figlia di dirgli meno. Non dirmi che ti sono venute le mestruazioni. Non dirmi che hai perso la verginità. Non essere un’anormale giovane di questo secolo disturbato: abbi dei segreti coi tuoi genitori com’è normale accada. «Non sta bene parlare di momenti così privati con il tuo vecchio». A parte la traduzione in doppiaggese, il padre di Gracie è il primo adulto sano di mente che veda da un bel pezzo – e infatti è un personaggio di fantasia.
Nella realtà, ci sono delle ventenni che hanno mandato le tette (in mondadorese: foto nude) a Harry Sisson. Il quale, com’era normale ai tempi di Roland Barthes ma pure a quelli di Dante, mentiva a quelle dalle quali voleva foto delle tette o video variamente biotti. E quindi adesso ci sono adulte che seriamente parlano di «vittime» riferendosi a quelle che, santo cielo, sono state ingannate da un tizio che non hanno mai visto: a ognuna aveva detto che chattava solo con lei. Pubblicano, nei toni di chi si aspetta il 41 bis, compromettentissimi messaggi in cui il tapino scrive che è difficile promettersi relazioni esclusive, considerato che non si sono mai visti e vivono pure in stati diversi.
Poiché la regola di questa generazione è lasciare prove in giro, Sisson si filma molto. Quando quelle che una volta avremmo chiamato «pen friend» e adesso si reputano fidanzate l’hanno visto su TikTok a letto con una tizia – tizia di cui si vede solo la mano smaltata di rosso che gli accarezza la faccia, ma è più che abbastanza per sentirsi tradite – esse hanno chiesto la sua testa un po’ come faceva la moglie del re in “La leggenda di Olaf”.
È un mondo che mina le certezze delle povere ragazze di sinistra: Cracco non fa prezzi politici, e Sisson si struscia con un’altra, e lo fa indossando una maglietta di Obama. Ragazze, non vorrei mandarvi in confusione, ma è una maglietta della campagna del 2008. Sisson era all’asilo (e voi pure). È rappresentativa di ciò che potete aspettarvi da lui un po’ come lo sarebbe una maglietta di Aldo Moro indossata da me.
Una cosa però non è cambiata, dal 2008: non avevate una relazione allora come non ce l’avete adesso, dato che scriversi non è una relazione (sto approfittando crudelmente della certezza che non sarete in grado di dirmi «e allora Valmont?»).
Tuttavia, nella maglietta secondo me c’è la chiave per risolvere questo problema giovanile del non sentirsi rappresentate né dalla sinistra né dagli adulti. Carlo Cracco, dico a te: vogliamo produrre delle magliette col tuo faccione e lo slogan «meglio un uovo oggi che una gallina a prezzi politici domani»? La mettiamo in vendita a meno di un uovo panato, ci si fanno il video, e vanno a fare la rivoluzione su TikTok – rivoluzione immaginaria come le relazioni di coppia – invece di venire a disturbare al ristorante.