La preoccupazione per i nuovi dazi del 25 per cento sulle importazioni di auto negli Stati Uniti annunciati dal presidente americano Donald Trump hanno mandato in profondo rosso i titoli dei principali marchi dell’automotive sia americani che europei. Ma nella «più stupida guerra commerciale della storia», come l’ha definita il Wall Street Journal, c’è chi ci guadagna. Soprattutto le società di noleggio auto.
Se ci si aspettava che a festeggiare fossero soprattutto Tesla o Ford, la realtà – come mostra una analisi di eToro – è che la Borsa ha guardato altrove. Verso un settore che, in apparenza, avrebbe poco a che fare con la manifattura, ma che però possiede l’asset del contendere: ovvero le auto. Hertz ha segnato un +22,6 per cento e Avis +20,5 per cento. Le due compagnie, tra i principali player del noleggio a livello globale, non producono auto, ma le possiedono. E con l’aumento del prezzo dei veicoli importati, le loro flotte diventano asset più preziosi.
In un mercato dove il costo per acquistare un’auto nuova potrebbe aumentare fino a 12.000 dollari – spiega Gabriel Debach, market analyst di eToro – c’è chi potrebbe preferire noleggiarne una, anziché comprarla. «Quando il prezzo sale, chi ha già comprato, e possiede, diventa re», dice. Mentre «le società di noleggio sono le nuove “aristocrazie” dell’automotive».
I dazi, poi, spingono anche a rimandare l’acquisto di auto nuove. Ma se l’auto non si cambia, si ripara. E anche chi vende i pezzi diventa improvvisamente centrale nella nuova mappa del valore. Ecco che titoli come Advanced Auto Parts (+6,69 per cento), O’Reilly (+3,02 per cento) e AutoZone (+3,86 per cento) hanno cavalcato l’onda in Borsa. «Non solo perché il flusso di clienti aumenta, ma anche perché la narrativa è potente: in un mondo dove i costi salgono, l’usato si nobilita e la manutenzione diventa strategica», dice Debach.
L’impatto di lungo termine dei dazi sull’auto, però, resta incerto e dipenderà da tre variabili chiave: il comportamento dei consumatori, la capacità di adattamento delle supply chain e le risposte del commercio globale. Per ora, il mercato ha scelto i suoi vincitori temporanei: Hertz, Avis e i rivenditori di ricambi auto.
Ovviamente, a esser premiato in Borsa è anche chi costruisce negli Stati Uniti. L’americana Rivian, specializzata nei veicoli elettrici, pur con i suoi problemi strutturali beneficia dell’effetto «protezione» dalla concorrenza asiatica ed europea registrando un +7,6 per cento. Ma «l’eroe nazionale» è Ford: con il 78 per cento dei veicoli venduti prodotti in patria, il marchio riesce a posizionarsi come «difensore del lavoro americano», diventando il manifesto industriale del protezionismo trumpiano. Ford produce in casa, vende a casa, e ora viene premiata. Il titolo ieri ha chiuso in lieve calo (-1,04 per cento), ma secondo gli analisti la reazione va letta in ottica relativa e strategica. Mentre General Motors crollava del -7,36 per cento per la sua esposizione internazionale (il 46 per cento dei veicoli venduti negli Stati Uniti è importato), Ford ha resistito e soprattutto la narrativa si sta spostando a suo favore.
La Tesla di Elon Musk resta invece un caso a parte. Produce negli Stati Uniti, importa solo il 20-25 per cento dei componenti, eppure il titolo ha fatto segnare solo un modesto +0,39 per cento subito dopo l’annuncio dei nuovi dazi da parte di Trump. Questo perché Tesla ha una supply chain non immune dalla dipendenza globale e si temono eventuali ritorsioni da parte di Cina ed Europa. Senza dimenticare «l’effetto Musk» e i boicottaggi globali che iniziano a lasciare il segno.
Chi ha scelto un’altra strada è invece Ferrari, che ha alzato i prezzi fino al 10 per cento su alcuni modelli. Quando si è nella fascia alta del mercato, ci si può permettere trasferire il costo extra dei dazi sui clienti. Una strategia difensiva, che ha portato il titolo a un +3 per cento, dimostrando che il mercato americano è sempre più centrale per la casa di Maranello. Negli ultimi tredici anni, la quota di ricavi generati negli Stati Uniti da Ferrari è passata dal 23 al 33 per cento, mentre il prezzo medio per vettura è più che raddoppiato, da 229.000 a 545.000 euro. Nel 2024, Ferrari ha venduto 4.003 auto nelle Americhe (il 29 per cento del totale), incassando oltre 2,18 miliardi di euro (il 33 per cento dei ricavi). Un cliente su tre di Ferrari, in pratica, è americano, e vale più della media.
Soffrono invece in Borsa soèrattutto le case tedesche, che rappresentano la fetta maggiore delle importazioni americane di autoveicoli dall’Europa. Mercedes ha fatto -4 per cento, Bmw -2 per cento e Volkswagen -2 per cento. Non va molto meglio alla franco-italiana Stellantis con -4,53 per cento.
Gli Stati Uniti rappresentano un mercato chiave per l’industria automobilistica europea, che nel 2024 ha esportato oltreoceano 750mila auto, per un valore di 38,5 miliardi di euro, secondo l’Associazione europea dei costruttori di automobili. Solo i produttori tedeschi coprono quasi due terzi delle esportazioni europee. Basta pensare che nel 2024 gli Stati Uniti hanno rappresentato il 23 per cento del fatturato di Mercedes. Ora, magari, anziché comprare una Mercedes, gli americani preferiranno noleggiarla. O farsi andare bene la vecchia auto, magari con un passaggio in più dal meccanico.