Defend EUkraineLa difesa europea si costruisce ora, oppure sarà troppo tardi quando davvero servirà

Dal peace-enforcement all’assistenza logistica, fino a scenari da guerra totale, uno studio dell’Institute for European Policymaking della Bocconi chiarisce cosa può e non può ancora fare l’Europa per difendere l’Ucraina

AP/Lapresse

Domani si riunirà a Parigi la coalizione di volenterosi disposta ad aiutare l’Ucraina a rispondere alla minaccia della Russia. E no, non ci sarà l’appoggio della Cina, come pure si era detto lo scorso fine settimana: Xi Jinping non ha interesse a mettersi in coda dietro Keir Starmer, Emmanuel Macron e Donald Tusk, non vuole fare da stampella alle leadership europee più forti. Anzi, è probabile che se dovesse avere un ruolo nei negoziati di pace tra Russia e Ucraina, e nel successivo sforzo di peacekeeping, Pechino spinga per fare gli interessi di Mosca più che quelli delle potenze europee.

L’Europa deve fare da sé, deve abituarsi all’idea che gli Stati Uniti avranno un ruolo minore sul piano militare, o addirittura non ci saranno. Le opzioni per intervenire in Ucraina non mancano, ma nessuna è definitiva, non ci sono proiettili d’argento. È utile quindi iniziare a distinguere le soluzioni più realistiche da quelle al momento non percorribili, quelle a breve e a medio termine da quelle a lungo termine. È questo il senso del nuovo studio dell’Institute for European Policymaking dell’Università Bocconi intitolato “How to defend EUkraine”. In una quarantina di pagine, il documento esplora le opzioni militari sul tavolo per difendere l’Ucraina e l’Europa, un’analisi dettagliata e realistica delle possibili strategie, dando la priorità alle più percorribili soluzioni difensive e di deterrenza, anziché un improbabile intervento su larga scala.

«Abbiamo identificato una serie di parametri per valutare la fattibilità militare, economica e politica delle varie alternative. Ad esempio abbiamo stimato che una soluzione coreana, di cui pure si è parlato, attualmente sembra irrealizzabile senza gli Stati Uniti per costi e dispiegamento di uomini, considerando la differenza di scenario tra Ucraina e Corea, a partire da una linea del fronte molto più lunga», spiega a Linkiesta Andrea Gilli, docente di Studi Strategici all’Università di St. Andrews e associato al Nato Defense College.

Coautore dello studio con Mauro Gilli, ricercatore senior in tecnologia militare e sicurezza internazionale dell’Eth-Zurich, e Niccolò Petrelli, professore di Studi Strategici all’Università Roma Tre, Gilli spiega che il lavoro è stato costruito attorno a tre scenari. Nel primo si arriva a un accordo di pace stabile, con una forza europea come garanzia di sicurezza, sostenuta da entrambe le parti. Nel secondo caso, quello intermedio, la Russia viola l’accordo di pace. Nello scenario peggiore non si raggiunge alcun accordo, gli Stati Uniti si ritirano dal conflitto e l’Europa si ritrova ultimo baluardo a difesa del mondo libero. In quest’ultimo caso, gli europei dovrebbero decidere se abbandonare l’Ucraina con la certezza, o quasi, che venga sconfitta, o entrare direttamente nel conflitto per sostituire in qualche modo gli Stati Uniti.

Va sottolineato che anche con un accordo di pace, la partita non sarebbe chiusa. L’Europa potrebbe inviare una forza militare in funzione di peacekeeping, ma la storia insegna che Mosca se ne infischia tanto degli accordi di pace quanto delle strette di mano sul cessate il fuoco. Insomma, bisognerà lavorare sulla deterrenza a breve e a lungo termine.

«Questo è uno dei punti in cui si nota di più la carenza di coordinamento e strategia dell’Europa», dice Gilli. Bisognerebbe pianificare operazioni che rendano sempre più costoso e sconveniente per la Russia attaccare l’Ucraina e minacciare il resto del continente: «Ad esempio sviluppando forze armate che obblighino la Russia a investire da un’altra parte», aggiunge Gilli. «Se la Russia ha un vantaggio numerico di terra, si può investire ancora di più nell’aerospazio e nella marina, così che Mosca per paura si senta costretta a spostare i suoi investimenti, rendendo il vantaggio numerico di terra più difficile da mantenere. Purtroppo però queste cose andavano pensate dieci anni fa».

Nell’immediato, invece, in caso di mancato accordo di pace o di rottura di un eventuale accordo, l’Europa dovrebbe decidere se intervenire militarmente per proteggere l’Ucraina o accettare la sconfitta – opzione che per fortuna al momento non sembra sul tavolo. Nel report vengono identificate nove opzioni militari possibili, in base al tipo di coinvolgimento (combattimento diretto o sostegno non combattente), alla postura strategica (offensiva o difensiva), alla scala dell’operazione (piccola, media o grande).

Riassumendo: ci sono soluzioni più immediate e facilmente realizzabili, altre alla portata ma che rischiano di scatenare una reazione più aggressiva della Russia – come la No-Fly Zone e l’Air and Missile Defense (cioè bombardamenti aerei sulle forze russe) – e altre ancora che al momento sono semplicemente irrealizzabili, sia militarmente sia politicamente (tra queste ad esempio si parla di Combat-Ready Joint Deployment, lo schieramento di truppe in grado combattere al fronte in funzione sia offensiva sia difensiva).

Le opzioni più realizzabili nel breve periodo sono “Peace-Enforcement”, cioè lo schieramento di un contingente simile a quello Nato in Kosovo pensato per conflitti in cui si assume che l’avversario non abbia capacità militari per minacce particolarmente probanti; “Non-Combat Security Assistance”, quindi un aiuto soprattutto logistico, di addestramento e di intelligence (sulla falsariga di quanto fatto dagli Stati Uniti in Afghanistan dopo il 2015); “Mobile Rapid Reaction Force”, schieramento di un esercito pronto a reagire in caso di minaccia concreta all’Ucraina. «Per quest’ultimo punto a fare la differenza sarà la volontà politica: oggi difficile che i Paesi europei abbiano il coraggio per farlo, in futuro qualcosa potrebbe cambiare», dice Gilli.

Qualunque sia la soluzione scelta, l’Europa deve prepararsi a difendere i suoi confini – quindi anche quelli dell’Ucraina – dalla minaccia russa. E deve farlo immaginando un possibile disimpegno degli Stati Uniti, totale o parziale: una condizione che fino a poco tempo fa non era nemmeno preventivabile e che stravolge tutti i piani d’azione esistenti.

Prima di ogni altra cosa bisogna intervenire per modernizzare gli eserciti. «L’Europa non è attualmente in grado di sostenere un’operazione militare su larga scala senza gli Stati Uniti», si legge nel documento. «Modernizzare le forze armate europee oggi vuol dire investire soprattutto in C4ISR (Command, Control, Communications, Computers, Intelligence, Surveillance, and Reconnaissance) per una migliore capacità decisionale sul campo; difesa aerea e missilistica, per proteggere truppe e infrastrutture strategiche; una produzione industriale di munizioni e armamenti in grado di garantire scorte adeguate in caso di conflitto prolungato». Gli autori sottolineano anche che senza investimenti concreti in queste aree, molte opzioni militari rimarranno impraticabili.

Poi bisognerà costruire delle consuetudini e degli hub di coordinamento che tengano insieme forze armate con abitudini, strumenti e culture diverse. La settimana scorsa ricordavamo come finora gli Stati Uniti siano «stati il trait d’union tra i vari eserciti europei, mettendo a disposizione quel tessuto connettivo che permette di trasformare la forza militare potenziale in effettiva capacità di combattere. Vale a dire i «facilitatori strategici» senza i quali gli eserciti non vanno da nessuna parte: aerei per il trasporto truppe, capacità d’intelligence, reti di comunicazione satellitare, sistemi per la guerra elettronica e cibernetica, difesa aerea, missili a lungo raggio e così via».

Servirà anche trovare legittimità politica e diplomatica per un intervento europeo. Perché un’operazione militare potrebbe essere impopolare sia a livello interno sia sul piano internazionale. Per fare questo, gli autori del report consigliano di coinvolgere il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per ottenere una risoluzione che legittimi l’intervento e cercare il sostegno di Paesi extra-europei – come Australia, Giappone e nazioni del Global South – per conferire maggiore credibilità alla missione. Anche se questi sforzi diplomatici dovessero fallire, servirebbero almeno a ricordare ai cittadini europei la natura aggressiva della Russia e la necessità di un intervento. Tutto questo senza dimenticare i costi, che oltre a essere un interrogativo sulla fattibilità di certe operazioni, rappresentano una potenziale criticità per molte cancellerie europee.

In conclusione, il report ribadisce che l’Europa non può permettersi di ignorare il problema della difesa dell’Ucraina e dei suoi confini, ma deve essere realista sulle proprie capacità. «La strategia – conclude Gilli – riguarda la definizione delle priorità, ma le attuali carenze in termini di risorse e capacità limitano drasticamente le opzioni strategiche dell’Europa. Indipendentemente dalle opzioni perseguite (o meno) in Ucraina, la nostra analisi rivela la necessità di accelerare la modernizzazione militare in Europa per affrontare questa debolezza. Perché quando quasi tutte le opzioni ti sono precluse, allora sei in un vicolo cieco».

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