Il 26 settembre del 1943 Herbert Kappler, Maggiore delle SS e della polizia segreta a Roma, intima ai vertici dell’ebraismo romano e italiano che se non gli verranno consegnati cinquanta chili d’oro entro trentasei ore, duecento membri della Comunità verranno deportati. La raccolta venne organizzata in tempi brevissimi e tutti, anche alcuni non ebrei, vi presero parte in un clima di angoscia e di concitazione generale. A ciascuno, per regolarità dell’operazione, fu rilasciata una ricevuta attestante l’entità dell’offerta. Il 29 settembre l’oro raccolto fu portato al comando tedesco, nella convinzione della comunità di avere così scongiurato il peggio. Ma era un’illusione, perché già a partire dal 16 ottobre 1943 (dopo solo due settimane dall’avvenuta estorsione) i nazisti iniziarono le deportazioni degli ebrei romani.
Per garantire la sicurezza dell’Ucraina, Donald Trump ha superato di gran lunga il maggiore Kappler, in quanto ha imposto al governo di Kyjiv un accordo capestro per lo sfruttamento delle c.d. terre rare di cui sono ricche le miniere del Donbas e il cui utilizzo è indispensabile nelle nuove tecnologie. Il tutto per un valore stimato di cinquecento miliardi di dollari. E pensare che Giuda Iscariota si accontentò di trenta denari. Dal canto suo Volodymyr Zelensky dovrebbe essere avvertito dello scarso valore da attribuire alla parola di taluni interlocutori e dell’esigenza di chiedere e ottenere garanzie più concrete.
Nel 1994 (memorandum di Budapest) il governo ucraino di allora scambiò la garanzia della sicurezza all’interno dei confini dell’epoca (inclusa la Crimea) con la restituzione di centinaia di testate nucleari ereditate dall’Urss. L’applicazione di quelle intese si imbatté ben presto in una serie di diverse interpretazioni, fino a quando la Russia non arrivò a sostenere che dalla rivoluzione ucraina sarebbe scaturito un nuovo Stato con il quale la Russia non aveva firmato accordi legalmente vincolanti.
In tale contesto la linea di condotta dell’amministrazione americana è inqualificabile. Trump non ricatta solo l’Ucraina (a cui, peraltro, non promette nulla) ma anche la Russia (il suo nuovo alleato) a cui chiede in sostanza di spartirsi il bottino. Certo Zelensky e Trump possono firmare un accordo in tal senso, l’operazione rimane un atto di estorsione. Nel ventesimo secolo le ricchezze del carbone e dell’acciaio situate al confine tra Francia e Germania costituirono la causa di due guerre mondiali risolte grazie all’intervento decisivo degli Stati Uniti, le cui amministrazioni dell’epoca si guardarono bene dal pretendere di essere risarcite attraverso il concorso nello sfruttamento di quelle risorse a lungo contese, le quali, invece, divennero, nel Dopoguerra, patrimonio comune nella Comunità del Carbone e dell’Acciaio (Ceca) che fu l’embrione dell’Unione europea.
Questi processi si svolgono in uno scenario geopolitico che sembra non essersi ancora reso conto dei mutamenti intervenuti e che si augura che Trump sia un buontempone pronto a ridimensionare le sparate che fa a bella posta. Basti pensare al silenzio dei movimenti pro-Pal di fronte all’idea di Gaza beach con annessa deportazione dei palestinesi. A livello della comunicazione sembra di trovarsi di fronte a una beffa, a un’esagerazione. Eppure c’è molta somiglianza con il Piano Madagascar, quando nel 1938, Hitler, prima della “svolta” della soluzione finale, propose di deportare in quell’isola quattro milioni di ebrei europei.
Sarebbe il caso di rileggere il saggio profetico “Fascismo. Un avvertimento’’ di Madeleine Albright, già segretario di Stato di Bill Clinton, scritto ai tempi del primo mandato di Trump (tradotto in Italia nel 2018 da Chiarelettere), per capire come certi fenomeni possono svilupparsi anche in nazioni di grandi tradizioni e valori di democrazia. Parlando di Trump e della sua linea di condotta, l’esponente politica americana descrive i processi che possono condurre una grande nazione democratica a scoprirsi fascista in una certa fase della sua storia. Innanzitutto è necessario convincere gli altri delle menzogne con le quali i populisti vanno alla ricerca di un facile consenso.
Nel saggio, Albright cita un discorso di Trump che, a leggerlo, sembra fatto durante l’ultima campagna elettorale. «Da decenni il nostro paese vive il più grande saccheggio di posti di lavoro nella storia del mondo. Voi qui in Pennsylvania (dove parlava Trump, ndr) lo sapete meglio di chiunque altro. Le nostre industrie sono state sprangate, le nostre acciaierie sono state chiuse e i nostri posti di lavoro ci sono stati sottratti per essere trasferiti in altri paesi, alcuni dei quali mai sentiti prima. I politici hanno spedito le nostre truppe a difendere i confini di nazioni straniere, ma hanno lasciato quelli americani liberi di essere violati. Abbiamo destinato miliardi su miliardi di dollari a un progetto globale dopo l’altro, ma quando orde di criminali hanno invaso il nostro paese non siamo stati in grado di garantire la sicurezza alla nostra gente. I nostri governi si sono precipitati a sottoscrivere accordi internazionali che prevedono che gli Stati Uniti paghino i costi e si accollino gli oneri, mentre gli altri paesi si prendono tutti i benefici senza sborsare un soldo».
Albright dimostra nel saggio che Trump, con quelle parole, mentiva agli elettori della Pennsylvania attraverso argomentazioni «pensate per fare leva sulla insicurezza e suscitare indignazione». Nello Stato in questione la disoccupazione, in verità, era scesa al di sotto del cinque per cento rispetto all’otto per cento di alcuni anni prima. Nel Paese, più di duecentomila posti di lavoro dipendevano dalle esportazioni dirette in Canada, Messico e Cina; dal 2009 al 2016 l’inflazione si era mantenuta bassa, il tasso di disoccupazione era più che dimezzato e furono creati dodici milioni di posti di lavoro. Ma ormai viviamo nell’era delle percezioni che fanno aggio sui dati della realtà, che non solo non è conosciuta da un’opinione pubblica sobillata dal web, ma che non viene neppure cercata, anche se è portata di mano.
L’ex Segretario di Stato racconta di aver domandato ai suoi studenti della Georgetown University se a loro avviso il fascismo sarebbe potuto attecchire in America. Uno studente le aveva dato la seguente risposta: «Certo che potrebbe. Perché siamo troppo sicuri del contrario». Ma – secondo Albright – le forze di opposizione «anziché mobilitarsi vanno avanti come se niente fosse, sperando che in futuro le cose migliorino, fino che un giorno apriranno gli occhi, scosteranno le tende e si ritroveranno in uno Stato semifascista». Tutto ciò perché «il fascismo si nutre di malcontento sociale ed economico, per esempio della convinzione che le persone che stanno al potere ricevano molto di più di quello che meritano, mentre loro non ottengono ciò che gli spetta».
«L’impressione – proseguiva l’ex segretario di Stato – è che oggi tutti abbiano un motivo di malcontento. Anziché pensare in modo critico si cercano complici che condividano le nostre opinioni e ci incoraggino a ridicolizzare le idee e le convinzioni in contrasto con le nostre». La forza dei populisti sta tutta nel dire ciò che la gente vuole sentire. Non sono loro a dirigere; hanno colto la direzione dell’onda, la seguono, la rassicurano e le forniscono un’ulteriore spinta.
Nel libro è riportata una citazione di Adolf Hitler che dovrebbe indurci a riflettere su quanto sta accadendo, oggi, sotto gli occhi di tutti: «I nostri problemi politici apparivano complessi. Il popolo tedesco non sapeva come affrontarli. Io invece fui in grado di ridurli ai minimi termini. Le masse capirono e mi seguirono». Albright sottovaluta, però, un aspetto delle democrazie che le distinguono dalle autocrazie. Parafrasando Abraham Lincoln, Trump può ingannare una persona per sempre e tutte per una volta; ma non potrà mai ingannare tutti per sempre. Tra due anni ci saranno le elezioni di medio termine e a Trump “belli capelli” può capitare come a tanti suoi predecessori di divenire “un’anatra zoppa”. La temporalità del potere rimane anche negli Stati Uniti un usbergo della democrazia.