«Vogliamo vivere»L’Intifada delle famiglie palestinesi contro Hamas

Storici clan della Striscia, come i Doghmush, gli Husayni e i Barghouti, per la prima volta invocano apertamente la fine del controllo del gruppo terroristico, accusandolo di usare la popolazione come scudo umano

AP/LaPresse

Il 25 marzo è stato diffuso un documento, carta intestata “Stato di Palestina – Famiglie e clan dei governatorati meridionali della Striscia di Gaza”. È un appello per una intifada shaʿbiyya, un’intifada popolare, contro Hamas. Nel testo leggiamo: «Hamas deve subito lasciare la presa su Gaza» e che l’assedio subito sarebbe causato da «decisioni che non ci rappresentano». «Gaza non è ostaggio di nessuno. Gaza sarà liberata dalla volontà del suo popolo».

Con diversi gradi di formalità e diffusione, sono tante le simili prese di posizione (anche video, guardando in faccia gli obiettivi) che stanno circolando per ora nella Striscia. Anche i clan di Shujaiya, un grande e antico quartiere di Gaza (tra i più distrutti) e teatro di numerose battaglie contro gli israeliani, hanno diffuso una propria dichiarazione indirizzata al «libero popolo di Gaza» e ai «figli della resistente Shujaiya». Un appello per una manifestazione per la fine del controllo di Hamas, contro la «speculazione» di Hamas. «Gaza non appartiene a una fazione o a un gruppo, Gaza appartiene a tutti i suoi abitanti, e da oggi non taceremo più».

Ma cosa si intende per famiglia palestinese? Si tratta di una variante tribale, da intendersi non come un insulto ma come una forma organizzativa nobilissima, capace di adattarsi alla modernità (come dimostrano gli Emirati Arabi Uniti). Le famiglie palestinesi sono strutture allargate, a cui si appartiene per parentela acquisita con il lignaggio principale, per associazione o per clientela. Appartengono a sistemi di autorità corporativa e leadership territoriali: spesso si spartiscono ambiti economici, civili o religiosi (considerando che il clero musulmano è costituito principalmente da giurisperiti e giureconsulti, assimilabili a magistrature).

Con la diaspora palestinese, alcune famiglie si sono espanse notevolmente, diventando trasversali. È il caso, ad esempio, della famiglia Barghouti, forse la più vasta, che include figure come Marwan Barghouti (leader di Fatah, arrestato durante la seconda intifada e ancora oggi centrale nei negoziati di pace), Omar Barghouti (fondatore del movimento Bds), ma anche scienziati, poeti e giornalisti. Membri vantano che la famiglia conti oltre due milioni di membri, su circa quattordici milioni di palestinesi.

Le famiglie palestinesi non si distinguono molto dalle altre realtà tribali del Levante Meridionale, se non per la particolare arretratezza della Palestina storica rispetto al contesto della Grande Siria. In Palestina, come nel resto del mondo arabo, le famiglie tribali rappresentano il principale motore storico, spesso ignorando i confini tracciati da mano coloniale dopo la fine dell’Impero Ottomano. Basti pensare alla dinastia hashemita, posta dagli inglesi a capo di gran parte del mandato di Palestina (la Giordania), o alle famiglie arabo-cristiane come i Khoury (rilevanti nella diaspora libanese), fino agli Husayni e ai Nashashibi (le più influenti durante il mandato britannico in Palestina).

In particolare, gli Husayni (parte degli Yaman, confederazione tribale dell’Arabia meridionale), stabilitisi a Gerusalemme nel XVIII secolo, annoverano tra i propri membri sindaci e gran muftì della Città Santa. Il più noto è Amin al-Husayni, alleato di Hitler durante la Seconda guerra mondiale e poi leader palestinese nella prima guerra contro Israele. Oggi tra i membri più noti troviamo Leila Shahid (diplomatica che ha rappresentato la Palestina presso l’Unione Europea, la Francia, l’Irlanda) e Raphiq (già dirigente dell’Olp, dell’Anp e della Fondazione Yasser Arafat).

Con la nascita dell’Autorità nazionale palestinese, i clan sono stati cooptati per legittimare le nuove istituzioni, ma ciò ha innescato anche un circolo vizioso di clientelismo e corruzione, con una forte influenza clanica sull’amministrazione dei servizi pubblici. Durante le intifade, i clan di Gaza si sono trasformati in partiti armati, contribuendo al collasso dell’Anp e spianando la strada a Hamas. Quest’ultima, prima ancora di essere una forza militare, si era configurata come una sorta di associazione di promozione sociale, ispirata al modello dei Fratelli Musulmani.

Dopo la presa del potere, Hamas tentò di imporsi sui clan, ma trovò resistenze insormontabili. Le famiglie palestinesi, rimaste armate, continuarono a proporre se stesse come garanti dell’ordine, occupandosi della risoluzione di faide e dispute attraverso comitati di riconciliazione fondati sull’Urf (diritto consuetudinario). Hamas, per evitare che al-Fatah continuasse a infiltrarsi a Gaza tramite le famiglie, e come unica via non solo per convivere ma anche per convergere strategicamente con esse, decise di coinvolgerle nei meccanismi di governance e negli affari, a partire dalla gestione degli aiuti umanitari.

Fin dall’inizio della guerra scoppiata dopo il 7 ottobre si erano già registrate manifestazioni di dissenso nei confronti di Hamas, soprattutto tra gli sfollati, costretti non solo a fuggire dalle bombe, ma anche dai soldati del regime che cercavano di trattenerli nelle abitazioni. Le proteste si sono poi estese al mercato nero degli aiuti umanitari, che, invece di essere distribuiti gratuitamente, finivano in gran parte nelle mani (e nelle pance) di Hamas.

Tuttavia, mancava un’organizzazione strutturata di questo dissenso. Quella parte di società civile embrionale non troppo collusa col regime, faceva troppa fatica a farsi strada e molti fuochi di paglia sono stati soppressi immediatamente. Ora, sono proprio le famiglie a mobilitarsi apertamente. Hamas fa più fatica a contenerle, soprattutto perché mobilitando molte persone dovrebbero intervenire con forze numerose all’aperto, divenendo facili bersagli dell’esercito israeliano.

Fino a poco tempo fa, avevano agito nell’ombra, talvolta cercando anche di collaborare segretamente con Israele, subendo per questo una dura repressione da parte di Hamas.

Un esempio emblematico è il clan Doghmush, una delle famiglie più importanti della Palestina. Di origine turca, stabilitasi a Gaza nei primi anni del XX secolo, ha il suo centro di potere nella città di Gaza. Dopo aver inizialmente collaborato con Hamas nel rapimento di Gilad Shalit (2006), il clan ruppe i legami con il movimento, rifiutandosi di consegnare il soldato e intraprendendo una sanguinosa lotta intestina. Portarono avanti attività criminali autonome, come il rapimento del giornalista della Bbc Alan Johnston.

Nel marzo 2024, nel pieno della guerra, è stato ucciso (giustiziato?) Saleh Doghmush, leader del clan, accusato di tradimento. Non è ancora stato chiarito se (e quanto) avesse collaborato con Israele o se avesse semplicemente preso iniziativa nella gestione degli aiuti, rompendo la cinica strategia di Hamas. Il Consiglio della Famiglia ha dichiarato Saleh martire per mano israeliana, includendolo così nel conteggio delle vittime, e si è successivamente riallineato con Hamas. Alla luce degli ultimi sviluppi, resta da capire quale sarà la loro prossima mossa e se non smentirà anche quella.

La sospensione dei combattimenti, settimane in cui i miliziani di Hamas erano riemersi dai tunnel con intonse divise lucenti, aveva inizialmente galvanizzato parte della popolazione. Tuttavia, il fallimento dei negoziati, la tiepida solidarietà araba, le esternazioni di Donald Trump e la ripresa delle ostilità hanno ulteriormente minato la credibilità di Hamas.

L’agenzia di stampa Shehab, principale strumento di propaganda di Hamas (già censurata dai media occidentali e dall’Anp), aveva inizialmente ignorato le manifestazioni. Poi ha cercato di screditarle, definendole frutto del collaborazionismo filo-israeliano e parte della rete di “Avichay Adraee”, responsabile della comunicazione in arabo per le Forze di Difesa Israeliane.

Fallita questa strategia, Hamas ha tentato ora di rivendicare la gestione delle manifestazioni, cercando di metterci il cappello. Il movimento attorno al quale si stanno aggregando le famiglie è chiamato “Badna Naish” (“vogliamo vivere”), e ha trovato nuova forza nelle dichiarazioni dell’Anp, che nei giorni scorsi ha chiesto formalmente e senza ambiguità la resa di Hamas. Dopo consultazioni con Russia e Cina, da cui non sono arrivate garanzie dignitose, la vecchia classe dirigente della Cisgiordania ha accettato la cosiddetta Via del Cotone come cornice strategica per riequilibrare la questione palestinese.

Fatah sta diffondendo in queste ore video di grandi cortei a Shajaiya, Deir al-Balah e altrove, in cui i manifestanti gridano «Per amor di Dio, vattene Hamas». A Beit Lahiya, nel nord della Striscia, si è sentito anche lo slogan “Hamas irhābiyya”, ovvero “Hamas è terrorista”. Molti slogan criticano anche l’informazione, in particolare Al Jazeera, accusata di non coprire il dissenso. L’emittente qatariota è incorsa nella censura anche dell’Anp, probabilmente per incompatibilità tra la loro interpretazione dei fatti e la propria agenda politica e diplomatica.

Nei giorni precedenti le manifestazioni, Israele ha iniziato a lanciare sugli sfollati volantini insoliti. Oltre ai consueti appelli alla cooperazione per la liberazione degli ostaggi (finora senza risultati significativi), è stato menzionato il piano di Trump per evacuare i palestinesi. Una minaccia concreta, che ha spinto l’Anp e clan ad attivarsi. Tuttavia, per ottenere reale credibilità, gli appelli per la resa di Hamas dovrebbero forse includere anche la richiesta di rilascio degli ostaggi israeliani. La concretezza, in politica, conta molto.

L’errore principale di tutte le parti coinvolte nel conflitto israelo-palestinese è stato sempre quello di pensare che il tempo giocasse a proprio favore. Hamas, in particolare, abituata al deus ex machina diplomatico e alla copertura dell’opinione pubblica internazionale sotto l’egida degli ayatollah, ha finito per scavare una fossa profonda per il proprio popolo.

Si spera che i clan riescano a innescare questa intifada popolare per rovesciare o almeno ridimensionare Hamas. Dopo la guerra, inevitabilmente, questi clan dovranno decidere se continuare a essere un fattore di disunità e arretratezza per la società palestinese, oppure se diventare strumenti di una palingenesi statuale. Magari in forma di Emirati Palestinesi Uniti: forse l’unica ipotesi di autonomia statale che, col tempo, Israele potrebbe accettare.

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