Il libro su MeloniRenzi racconta di Delmastro e del pestaggio di un clochard (e della non indagine che ne è seguita)

Durante un comizio di La Russa a Biella nel 2004, l’attuale sottosegretario alla Giustizia e altri esponenti di An mandarono in ospedale un senzatetto e la passarono liscia perché l’investigazione sul caso fu a dir poco approssimativa. Un estratto da “L’influencer” (Piemme)

Lapresse

Siamo nel 2004. Campagna elettorale per le Europee. A Biella arriva per l’appunto proprio Ignazio La Russa, che però in questa storia – diciamolo subito – non c’entra granché. Dal palco gli esponenti della destra invitano a votare Alleanza Nazionale e tra gli organizzatori c’è il parlamentare di An di quel collegio, Sandro Delmastro Delle Vedove. Avvocato. Ha due figli. Una, Francesca, farà dopo tanti anni la sindaca in un piccolo comune della provincia, Rosazza, famoso per le svastiche e per i simboli massonici. E proprio a Rosazza si terrà una strana festa di Capodanno 2024 in cui, in presenza di alcuni deputati e uomini della polizia penitenziaria, qualcuno tirerà fuori una pistola e farà partire un colpo. È una vicenda su cui è in corso un processo, non dico altro. L’altro, Andrea, diventerà il braccio destro di Meloni e poi anch’egli seguirà le orme del padre in Parlamento. Più figli d’arte che Fratelli d’Italia, ma questa è un’altra storia.

Torniamo al comizio di La Russa a Biella. È il 14 maggio del 2004. A distanza di pochi metri dai giardini Zumaglini, dove si svolge l’evento, ci sono due clochard. Sentono parlare La Russa e gridano qualcosa contro di lui. Si dice che espongano anche un’immagine di Che Guevara, non è chiaro. Uno di loro si chiama Michele Cannarozzi, ha cronici e ben visibili problemi di alcolismo. Una decina di ragazzi che partecipavano al comizio raggiungono Cannarozzi. Viene colpito. Ha trentacinque giorni di prognosi, una mandibola fratturata e perde sangue dall’orecchio. Ma in carcere finisce lui, per resistenza a pubblico ufficiale. E poco importa che nella sua lettera dal carcere scriva all’avvocato: «Egregio avvocato, sono Cannarozzi Michele, per intenderci il ragazzo aggredito da Alleanza Nazionale».

Lui non ha dubbi su quello che è successo e su chi gli è andato incontro per picchiarlo. Lo dice, lo scrive, lo conferma. Poco importa agli inquirenti che lui indichi addirittura subito chi lo ha colpito mettendo a verbale questa frase: «Il mio aggressore era trattenuto da altre persone. Io l’ho indicato all’ispettore, aveva ancora le due stampelle in mano. Preciso che erano in alluminio con l’impugnatura azzurra o blu». E infine mette a verbale che colui che lo colpisce «ha gli occhiali, è alto 1,70, ha i capelli corti». Non deve essere difficile capire chi avesse le stampelle quel giorno. E chi tra i vari presenti fosse alto un metro e settanta, con gli occhiali, i capelli corti. E dunque chi fosse il responsabile del pestaggio a freddo di un clochard. Del pestaggio vigliacco di un senza fissa dimora con problemi di alcolismo. Basterebbe sentire qualche testimone, fare qualche atto di indagine. Nulla.

Gli imputati, tra cui Delmastro, vengono assolti. Nessuno sa chi avesse le stampelle quel giorno. O meglio, chi lo sa non lo dice. Omertà incredibile, come è costretto ad ammettere chi legge le motivazioni della sentenza. Davvero sconvolge ciò che scrive il giudice a proposito delle indagini e delle modalità con cui vengono condotte. L’agente che riceve la deposizione della vittima del pestaggio (vittima che, ricordiamolo, viene arrestata, mentre i responsabili del pestaggio no) «si limitò a redigere un’annotazione di servizio e seppure egli stesso avesse avuto sentore che la prima prognosi fosse sottostimata, egli né d’iniziativa, né su disposizione del proprio dirigente, svolse ulteriore attività di polizia giudiziaria e soltanto in data 25 maggio 2004 venne depositata una laconica e stringata informazione presso la procura di Biella».

Sono le parole della sentenza con cui il giudice – che pure assolve Delmastro e i suoi camerati – definisce questa una «rimarchevole negligenza». Gli agenti non indagano ma nessuno prende provvedimenti disciplinari contro di loro. E scrive il tribunale nella sentenza di assoluzione: «Lo scrivente giudice non può che rilevare come risulti gravemente anomala e stigmatizzabile l’evidenziata inerzia da parte degli organi di polizia giudiziaria che ebbero diretta cognizione della notitia criminis… Senza trascurare poi la gravità oggettiva del fatto verificatosi in piena campagna elettorale, in esito a un comizio organizzato da una formazione politica… Francamente sconcerta che in senso tecnico nessun atto di polizia giudiziaria venne compiuto nell’immediatezza e nei giorni successivi e che nessuna persona venne assunta a sommarie informazioni».

Un’indagine vergognosa salva i protagonisti di un pestaggio squallido. Perché poi fare a botte è assurdo. Ma andare in tanti contro uno a picchiare un clochard ubriaco è roba da infami. Emilio Vaglio era allora assessore provinciale a Biella per Alleanza Nazionale. I giornali riportano che, dopo il fatto, raccoglie la confessione di chi gli avrebbe detto «di aver spaccato il muso al comunista provocatore». Una volta che questa notizia diventa pubblica, Vaglio viene espulso da Alleanza Nazionale. Sono coincidenze, si capisce. Questi sono i fatti. Andrea Delmastro Delle Vedove è un cittadino innocente su questa vicenda. Ma il pestaggio di un clochard malato e alcolizzato, poi deceduto qualche anno dopo, rimane senza responsabile perché le indagini sono fatte male, molto male. Come rimane senza colpevole l’omicidio di un altro clochard, Augusto, avvenuto a Biella due anni prima. E anche su questa vicenda c’è troppa omertà. Ma piano piano il muro del silenzio pare che si stia sgretolando. Meglio tardi che mai. Diciamo che almeno come imputato Delmastro può essere considerato un esperto di giustizia.

Pubblicato per Piemme da Mondadori Libri S.p.A.
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L'influencer

Tratto da “L’influencer” (Piemme), di Matteo Renzi, 192 pagine, 18€.

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