Quando avevo trentasette anni conobbi una tizia, poco più vecchia di me, che non aveva mai visto né “Via col vento” né “Il padrino”. La vidi poche volte, ma quelle poche volte non permettevo mai che il tema di conversazione fosse un altro: chi ha voglia di parlare d’altro, quando puoi dire «Ma lo sai che lei non ha mai visto “Via col vento”?».
Una sera la sventurata sbuffò che insomma, era come l’avesse visto, era quello dove lei si faceva il vestito con le tende, e quella sera io mi arresi al concetto di cultura popolare, ovvero all’esistenza dei prodotti che hai consumato anche se non li hai mai consumati, ma mai la tapina riuscì a rispondere alla mia domanda: come aveva fatto?
Era stata, come me, piccola negli anni Settanta e negli anni Ottanta. Negli anni in cui eravamo minorenni e non è che potessimo uscire tutte le sere, c’era solo la tv che si guardava in tv, quella che poi avremmo preso a chiamare “generalista” per distinguerla dalle altre, ma allora no: allora era semplicemente tutto, o quasi. C’era la tv e c’erano i romanzi e c’era il cinema.
La sera, c’era la tv che si guardava coi genitori. E, quella volta all’anno in cui Rai 1 mandava in onda Rossella O’Hara che si faceva il vestito con le tende, una volta l’anno implacabilmente tutti gli anni, quella sera si guardava Rossella O’Hara che non capiva che amava Rhett perché era impegnata a inseguire Ashley, si tifava perché ci arrivasse prima della quarta ora, una buona volta. Ma niente, quella cocciuta ogni volta ci faceva patire fino all’ultimo.
Cosa faceva, quelle sere, la mia scoperta dei trentasette anni? Neanche da dire che fosse impegnata a leggere “Guerra e pace”: tra le sue lacune non c’erano ovviamente solo “Via col vento” e “Il padrino”, la sua era un’ignoranza ampia e risoluta. (Però aveva letto David Foster Wallace. Quelli che hanno letto DFW di solito non hanno letto altro. Un mio amico dice che è perché dopo “Infinite Jest” non ti resta tempo per altro. Ma resta la domanda: e, quando tu eri alle elementari e DFW alle medie e non c’erano i cellulari i videogiochi lo streaming, allora che scusa avevi, per non guardare i classici alla tele?).
Ripensavo alla sventurata che non vedo da più di dieci anni, dieci anni che plausibilmente non avrà usato per colmare le lacune, ieri, mentre sfogliavo la nuova Repubblica, annunciata da un comunicato che spiegava in che colori sarebbero state le sezioni, procedendo a elencare ottanio e pervinca, sfumature che Miranda Priestly saprebbe individuare ma nessun maschio eterosessuale lettore di quotidiani riconosce.
All’interno c’erano varie cose, tra cui Fabio Fazio intervistato da un’ospite abituale del programma di Fabio Fazio: due pagine di duetto in cui ci ribadivano che le cose giuste sono giuste e le cose sbagliate sono sbagliate. Quello che Francesco Piccolo chiamerebbe «pezzo confermativo», perché già i lettori li destabilizziamo con l’ottanio, mica vorremo anche dir loro qualcosa che non li faccia annuire. Ma non è lì che ho pensato alla donna ignara delle esistenze di Michael Corleone e di Melania Hamilton.
È stato qualche pagina più avanti, quando Stefano Cappellini intervistava Luisa Ranieri, attrice nata nel 1973. Il che significa che aveva sedici anni quando noialtri liceali ci precipitavamo a vedere “Palombella rossa”, venti quando noi universitari facevamo entrare nel nostro lessico famigliare “Caro diario”, venticinque quando al cinema c’era “Aprile”.
A un certo punto Cappellini le chiede da che regista vorrebbe essere chiamata. Lei risponde facendo i nomi di Garrone e Bellocchio. Lui insiste e le chiede di Nanni Moretti. La risposta fa così: «Il suo è un cinema che conosco meno, non ho visto tutti i film» – poi prosegue dicendo che se la chiama lei ovviamente va, ma il punto non è mica questo.
Il punto è che Luisa Ranieri è italiana, fa l’attrice, e non ha trovato in questi decenni il tempo e la curiosità di vedere i quattordici film che il regista che ha più plasmato l’immaginario, i tic, il lessico italiano ha fatto tra il 1976 e il 2023? Capirei non aver visto tutti i Woody Allen, che fa un film l’anno – no, non è vero, non capirei neanche quello.
La risposta sul non aver visto tutti i film prosegue con la frase «Mio marito invece sa le battute a memoria». Luisa, venga qua, si sieda: non è suo marito, che sa le battute a memoria. È il paese in cui lei vive e opera, che sa le battute di Moretti talmente a memoria da non sapere neanche più che sono battute di Nanni Moretti. Glielo dico perché ho solo un anno più di lei: «Di’ qualcosa di sinistra» e «Ve lo meritate, Alberto Sordi» e «Più acqua, meno acqua» e «Centonovanta paesi» stanno alla nostra generazione come i proverbi del calendario di Frate Indovino stavano alle nostre nonne. Lei in che lingua parla, scusi, se non è fluent in nannimorettese?
Cappellini non glielo chiede, perché è della scuola Catherine Spaak che ha formato tutti gli intervistatori italiani: l’ospite di “Harem” dice che sente l’impulso di raccontare per la prima volta di quando assistette a un omicidio, e Catherine guarda la scaletta e dice «Sì, ma stavamo parlando di soprammobili, tu collezioni cigni di porcellana, giusto?». Cappellini non le chiede «come sarebbe, non ha visto tutti i film», ma le domanda invece chi sia la sua attrice preferita, e noi non sapremo mai come sia possibile che un’italiana nata negli anni Settanta e che lavora nel cinema non abbia avuto voglia di vedere i film di Moretti.
Non mi ero ancora ripresa da quando, un mese fa, Kim Rossi Stuart, che nel nuovo “Gattopardo” è il principe di Salina, aveva detto a Paola Jacobbi, che lo intervistava per il Venerdì, «Sono arrivato in uno stato virginale. Non avevo mai letto il libro né visto il film». Ora. Kim Rossi Stuart è nato nel 1969, quando “Il gattopardo” di Tomasi di Lampedusa aveva vinto lo Strega da dieci anni e il film di Visconti era uscito al cinema da sei. Adesso sembrano distanze temporali eterne, ma stiamo parlando del Novecento.
Non c’erano cento nuove porcherie in streaming ogni settimana, non c’erano i rifacimenti con gli attori che piacevano ai giovani, non c’erano neppure migliaia di libri nuovi ogni mese. Si leggevano i grandi romanzi perché si trovavano nelle case di famiglia, si vedevano i vecchi film perché passavano alla tele. Non eravamo intellettuali: è che non c’era altro.
Ma, se anche uno è stato un bambino cresciuto nella giungla, ha avuto molti decenni per rimediare. La mia scelta dei grandi romanzi del Novecento italiano è probabilmente diversa da quella di molti, ma una cosa abbiamo in comune, io e qualunque italiano alfabetizzato: ci metteremmo “Il gattopardo”. Che Kim Rossi Stuart non ha prima dei cinquant’anni d’età trovato il tempo e la curiosità di leggere. Così come non ha trovato (sarà amico della Ranieri) il tempo e la curiosità di vedere almeno uno – il più popolare – dei sedici lungometraggi con la regia di Luchino Visconti, per carità marginali nell’istruzione di chi voglia lavorare nel cinema, in fondo cos’avremo mai da imparare dai classici.
E questo, con quindici anni di ritardo su quella cena in cui quella tizia mi disse «eh ma figurati, ho un figlio, ho un lavoro: dove le trovo quattro ore per guardare “Via col vento”?», è il momento in cui mi arrendo e la smetto di borbottare quanto sono ignoranti i ventenni di oggi. I più ignoranti sono i genitori dei ventenni di oggi, cioè i ventenni di quando ero ventenne io. Anche nella cultura generale, come in tutto il resto, ci confermiamo la peggior generazione di tutti i tempi.