«Quanti anni è che vuoi vivere? Settanta? Settantacinque?». Chissà se Nanni Moretti cita mai Nanni Moretti. Chissà se Nanni Moretti guarda mai la realtà, e il modo stolido in cui la osserviamo noialtri malati di presentismo, e pensa: sì, ma questa cosa è già successa, e io ve l’avevo già raccontata, allora non state attenti.
In “Aprile” c’è lo smarrimento dopo il naufragio d’una nave di migranti bianchi al largo di Brindisi, il naufragio vero del 1997: come tutti i film di Moretti, “Aprile” è un film sul fare il cinema, ed è il film in cui Moretti vuole fare un documentario sull’Italia, sulle elezioni del 1994 e poi quelle del 1996, ma poi si distrae.
Si distrae perché gli nasce un figlio, e come tutti i film di Moretti “Aprile” è un film su una crisi di coppia, su una disgraziata il cui marito si sente protagonista del parto come sarebbe nei decenni successivi accaduto a tutti i padri dell’occidente smanioso e satollo.
Non c’è un Moretti in cui non ci sia già tutto prima che quel tutto sia visibile anche ai più scarsi notisti di costume: i genitori ostaggio dei figli erano trent’anni fa in “Caro diario” (sembravano iperbole, erano preconizzazione); in “Aprile” c’è persino l’indicazione di registrare dalla tv, come esempio dell’Italia da documentarizzare, “Harem”, «non l’immondizia pura, eh, quella non mi interessa, conosci i miei gusti: quelle trasmissioni che vorrebbero essere, e poi invece».
È passato un secolo, eppure il kitsch dei programmi che si sentono sofisticati è un concetto che nessuno spettatore ha ancora compreso, convinti come siamo che il problema sia la festa in omaggio al cattivo gusto alla quale Helmut Berger viene direttamente in mutande. Non stiamo attenti, o forse ci impegniamo ma non ci arriviamo.
L’estate del 1997 Nanni Moretti compie 44 anni, e Renato De Maria gli regala un metro, è una scena che conoscete di sicuro, gli chiede quanti anni voglia vivere e toglie i centimetri che sono già passati e lascia quelli che gli restano.
Fa ridere che gli chieda se l’obiettivo sia settanta, che sono quelli che compie domenica prossima, venticinque anni dopo l’uscita di “Aprile” e nel primo anno in cui mi rendo conto che tra Madonna – che ne ha compiuti sessantacinque questa settimana – e Nanni ci sono solo cinque anni, e che da piccola le età dei grandi proprio non le capisci: per la me diciassettenne che andava a vedere “Palombella Rossa”, quel tizio che urlava a Lara nel televisore di voltarsi perché c’era Zivago era un anziano maestro; per la me quattordicenne che la guardava nel video di “Papa don’t preach”, Madonna era poco più che una mia coetanea.
Sospetto che, se è il primo anno in cui noto il loro essere della stessa generazione (qualunque cosa questa parola significhi), è perché pochi mesi fa Moretti ha fatto quel film che dice fortissimo «Sono vecchio, sono allegro, non rompetemi i coglioni», mentre ogni sforzo e filtro della Ciccone dicono fortissimo «Sono una ragazza, credeteci sennò ci resto male». È sempre il momento di fare una commedia, diceva Nanni nel ruolo di Nanni nel “Caimano”, e capirlo è già metà dell’opera.
A cinquantasette anni Aaron Sorkin disse che “Codice d’onore”, che aveva scritto a ventotto, gli faceva l’effetto d’una foto di classe. Il che naturalmente è vezzoso: “Codice d’onore” è un film per scrivere il quale più o meno qualunque sceneggiatore vivente darebbe un organo sano, non ha le spalline imbottite e i capelli assurdi che abbiamo tutti nelle foto di classe. Quelli bravi hanno una visione adulta del mondo anche in quel picco dell’infantilismo che sta tra i venticinque e i trentacinque: che siano “Quarto potere” o “Ferie d’agosto”, non sembrano mai film giovanili.
Però Sorkin disse anche un’altra cosa, cioè che gli sceneggiatori (per estensione: i registi) non sono come gli atleti ma come i direttori d’orchestra: migliorano invecchiando. Che è la ragione per cui penso ai settant’anni di Nanni Moretti e non mi vengono in mente i filtri di Madonna Ciccone, ma il fatto che Mike Nichols a settantatré fece “Closer” (che, come tutti i film di Mike Nichols, è un film sulla crisi di due coppie).
James Cameron racconta che il regalo che si fece per i propri quarant’anni fu andare a trovare Stanley Kubrick, che non aveva mai incontrato. E quello lo mise a sedere nella saletta di proiezione, mise su la sua copia di “True Lies”, e gli chiese di spiegargli la realizzazione di ogni effetto speciale. Dice Cameron che allora decise di voler essere quella roba lì: il tizio che a ottant’anni ha ancora la curiosità di capire i film (in realtà Kubrick ne aveva sessantasei, ma per il quarantenne Cameron la senilità era evidentemente un Grande Indifferenziato).
All’inizio del “Caimano”, che solo la patria degli invasati poteva scambiare per un film su Berlusconi (chissà se pensano che “Via col vento” sia un film sulla guerra civile), Giuliano Montaldo, che interpreta un regista che dovrebbe fare un film, dice a Silvio Orlando, che interpreta il produttore che dovrebbe produrlo, che lo molla in favore di Aurelio De Laurentiis.
Gli dice che l’ha conosciuto a una cena a casa di Dino Risi, e Orlando sospira: Dino Risi non mi invita più. “Il caimano” è del 2006, due anni dopo “I miei mostri”, il memoir di Risi che conteneva la battuta più fuori fuoco e più citata di questo secolo, quella che invitava Nanni Moretti a spostarsi e a lasciarci guardare il film (un po’ come se Toni Morrison avesse chiesto a Carrère di togliersi di mezzo dai suoi libri).
Da quando ho rivisto quel film in cui la crisi di coppia ha la stessa canzone di “Closer”, quella stucchevole e irresistibile lagna che implacabile diagnostica che «no love, no glory», mi chiedo se Dino Risi che non invita più il protagonista del “Caimano” alle sue cene fosse una risposta a quella battuta. Non ricordo se me lo fossi chiesto già allora, allora che Nanni aveva pochi anni e mi sembrava averne cento.
Forse no, perché se c’è una cosa che scopri rivedendo i film di Moretti è che le cose che ti ricordi non sono le migliori (come facevo ad aver dimenticato il cinematografaro che chiede alla Jasmine Trinca del “Caimano” come le venga in mente di poter avere novecento comparse, «Novecento cestini?», come).
Di “Aprile” tutti ricordano il pasticciere trotzkista e «D’Alema di’ una cosa» e le copertine dell’Espresso (il peso dei giornali, in “Aprile”, lo fa sembrare un film in costume persino più del continuo stupirsi della leggerezza del Sirio, l’apparecchio telefonico della Sip, o delle lettere con francobollo mai spedite al Pci o alla Rete 3); mentre vorrei leggere un trattato su «Ma che città è questa, non si può fare niente senza l’aglio».
Di “Palombella rossa” ci ricordiamo tutti il ceffone per «trend negativo», e infatti qualunque conversazione su Moretti è punteggiata da sguardi di terrore, ma sempre meno: si invecchia, ci si ammorbidisce, e l’altro giorno una sua amica mi ha detto «Nanni ha inventato l’autofiction», e poi non ha aggiunto di corsa e senza punteggiatura e senza respiri «Ti prego non scriverlo mi toglie il saluto» come avrebbe fatto qualche anno fa.
Quando non esisteva quella parola orrenda, quelle di noi con un repertorio decente di citazioni quel che faceva Moretti lo ammiravano pensando «che confuso problema è adoprare la propria esperienza», ma tutto sommato eravamo davvero troppo giovani per capire, e troppo affezionate ai nostri tic. I riassunti feroci dei film visti al cinema in “Aprile” la me cinquantenne li vorrebbe come rubrica fissa di critica culturale; la me venticinquenne pensava «Come ti permetti, “Strange Days” è un capolavoro». Per fortuna che Nanni è sempre stato anziano, invece di metterci una vita a crescere come noialtri cretinetti.
A De Maria, il Moretti quarantaquattrenne risponde che vuol vivere ottant’anni. Poi ci ripensa. «Ma no, ottanta, che stupido, che senso ha ottanta, volevo dire novantacinque». Lo dice come fosse più o meno la stessa cosa, essendo un quarantaquattrenne per cui quegli anni lontanissimi sono un Grande Indifferenziato inimmaginabile, ma adesso che siamo ai settanta fanno tutta la differenza del mondo. Ma quali ottanta. Venticinque di queste domeniche, Nanni.