Facciamo finta che uno studente, diciamo di origini arabe, diciamo con permesso di soggiorno permanente, lavori in una prestigiosa università, diciamo la Bocconi, e che occupi l’ateneo insieme a un gruppo di studenti. Quello che lo studente chiede è che vengano congelate tutte le attività che riguardano, facciamo finta, la comunità Lgbtq. Facciamo finta che questo collettivo impedisca agli studenti, facciamo finta, omosessuali, di partecipare alle lezioni. Facciamo anche finta che gli studenti omosessuali, le studentesse lesbiche, i/le trans e persino i non binari vengano quotidianamente minacciati, minacciati in quanto omosessuali, lesbiche, trans e persino in quanto non binari. Facciamo finta che per mesi questo studente e il suo gruppo dicano che sperano di veder morire gli omosessuali, le lesbiche, i/le trans e persino i non binari, facciamo finta che disegnino sui muri Lady Gaga a testa in giù, e facciamo anche finta che si mettano a rendere gloria a Omar Mateen e alla strage del Pulse a Orlando. Facciamo finta che, dopo un anno e mezzo in cui la Bocconi è stata ridotta a università statale senza fondi, lo studente e il suo collettivo vengano sospesi e cacciati.
Possiamo anche fare finta che un professore ebreo insieme ai suoi studenti ebrei faccia tutto quello che ho scritto sopra, ma nei confronti degli studenti musulmani, in quanto collettivamente colpevoli delle stragi del terrorismo islamico. Bene, questo è tutto quello che avrei da dire su Mahmoud Khalil. Anzi no. Prendiamola anche più bassa: se io minaccio di morte qualcuno dovrei andare in galera o è libertà di espressione? Se incendio una casa perché ritengo che chi ci abiti se lo meriti, a ragione o a torto, dovrei essere denunciato o è libertà di espressione? Io una vaga idea ce l’ho della differenza tra appoggio al terrorismo e dire che Israele è uno Stato genocida, tra «globalizziamo l’intifada» e lo steward con la spilletta della Palestina, però capisco che sembri un po’ troppo facile.
Le questioni legali, tuttavia, non sono altrettanto facili. L’affare Khalil è questo: Mahmoud Khalil, figlio di palestinesi nato in Siria, ex Unrwa, ex studente della Columbia, è uno degli organizzatori delle proteste nella sua università.
Il Dipartimento di Sicurezza Nazionale dice che Khalil «ha condotto attività in linea con Hamas, un’organizzazione terroristica» ed è per questo che è stato arrestato; io quello che mi auguro è che le responsabilità di Khalil e di quelli che erano con lui vengano accertate con un processo giusto, la raccolta fondi di quasi mezzo milione di dollari lo aiuterà a pagare le parcelle. La faccenda dell’espulsione dagli Stati Uniti è più complicata, perché Khalil ha la green card, ha sposato un’americana e aspetta un figlio che sarà americano.
Le proteste alla Columbia non sono state solo cineforum decoloniale e cocomerate, sono state altro, altro che non si può negare perché oggi come oggi se non metti i tuoi ideali, o reati, nelle stories in evidenza quegli ideali, o reati, non esistono.
Chi dice che l’espulsione di questi studenti è repressione del dissenso – le due paroline magiche che il circolino attivista ha imparato in questo anno e mezzo – sostiene di fatto che minacciare la gente e appoggiare il terrorismo fanno parte della libera espressione del proprio io. È un’opinione come un’altra, non particolarmente brillante, di solito sono gli stessi che parlano di free speech assoluto, di primo emendamento, di quinto emendamento, e tra un po’ chiederanno al vigile che gli mette la multa se ha un mandato.
La cosa più vera che ho letto è stata che “Free Khalil” è il nuovo “Free Luigi” che è il nuovo luxury belief in cui credere. Gli studenti della Columbia pagano circa sessantacinquemila dollari l’anno, Luigi Mangione è un ricco che ha sparato per strada a un altro ricco, e sono entrambi il punto in cui i buoni si mettono dalla parte dei cattivi, ma solo per una buona causa, il che li rende ancora buoni. Vogliamo davvero berci una lotta di classe fatta da ereditieri?
Ho seguito l’occupazione delle università della Ivy League dall’inizio, mi sembrava interessante vedere persone con un solido patrimonio e i capelli blu mettersi a fare gli squatter da quattro soldi. Mi ricordava il liceo, dove gente con casa di proprietà in corso Vercelli occupava la scuola per la Palestina, perché la Gen Z non si è mai inventata niente, nemmeno oggi, nemmeno domani. Dal 7 ottobre 2023 a oggi il mio episodio preferito è stato il bananacide: gli squatter milionari accusavano uno “studente sionista” di aver mangiato una banana sapendo che uno di loro era fatalmente allergico. Ricordo anche che qualche giorno dopo il tentato omicidio questo collettivo plutocrate ed equosolidale aveva pubblicato sui social una storia dove c’era un bel buffet socialista con la granola e le banane, davvero un sacco di banane. Ricordo che si facevano portare la cena dai rider, c’era anche il video di un robottino che portava la consegna all’interno del campus davanti ai poliziotti, sembrava di vedere un documentario di Pasolini sul proletariato.
Dovrebbe solo far ridere che il centro sociale Judith Butler fatto da figli di senatori, industriali, Ceo e avvocati si metta a fare il cosplaying dei gruppi eversivi, perché che cazzo eversi con i milioni in banca. Uno di questi, Aidan Parisi, ventottenne – mi vien da dire fuoricorso –, cacciato dalla Columbia un anno fa, è il figlio di una funzionaria del Dipartimento di Stato e si portava sempre appresso un coniglio – un coniglio antisionista – per il supporto emotivo. Un anno fa il New York Times scrisse: «(Parisi) sta ancora combattendo contro il suo sfratto, che significherebbe anche dover trovare un alloggio che possa accettare il suo coniglio di sostegno emotivo». Un ereditiere con il coniglio d’accompagno perché se no non ce la fa a dire che vuole globalizzare l’intifada è una cosa che fa piangere, che fa ridere, che fa battere le mani.
I radicalizzati dal primo emendamento hanno scelto di usare un campo semantico a loro caro per parlare dell’espulsione di Khalil con le frasi «è stato rapito da casa sua» e «bring him home», perché questo è quello che succede quando pensi di essere Rosa Parks, ma hai l’autista. La Columbia non solo ha deciso di espellere i contestatori, ma ha anche deciso di revocargli temporaneamente il Phd in bio, e Dio solo sa adesso come facciamo a riconoscere i mitomani sui social.
Vedo in giro che la gente parla di Khalil come del nuovo Martin Luther King, se non che una volta finire in galera per i diritti umani era un merito, oggi in galera questi non ci vogliono andare, perché non possono portarsi il coniglio, perché vogliono fare i martiri della libertà di espressione ma non hanno capito che lo diventi solo se ti assumi la responsabilità di quello che dici. Io lo so che sono tutti bravi con i concetti, perché è una cosa facile dire alle persone che nessuno dovrebbe pagare per aver semplicemente espresso un’opinione, anche se quell’opinione è «meriti di crepare». In fondo, mica lo abbiamo visto dove ci ha portato la gente che parla di free speech assoluto, o sbaglio?
La mia visione del primo emendamento dice che pure essere manettari è un diritto inalienabile, per quanto orrendo, ma sempre meno orrendo di quelli che augurano alla gente di crepare. Make Accountability Great Again: dici una cosa, te ne assumi la responsabilità, paghi le conseguenze, diventi un martire, perché è quella la vita che hai sempre sognato guardando fuori dalla finestra del tuo trilocale in centro, lì, proprio dietro San Vittore.