Con la sua zattera in mezzo all’Atlantico, Giorgia Meloni vede allontanarsi la costa europea. Non vede però ancora all’orizzonte la torcia della Statua della Libertà. Ma è a chi ha spento quella torcia che la presidente del Consiglio si affida. A Donald Trump, che considera gli europei degli scrocconi che dal dopo guerra hanno vissuto beatamente a spese degli Stati Uniti, che danneggia i commerci con i dazi. Trump trova «più congeniale il dialogo con i regimi autocratici, abbandonando la leadership del moderno capitalismo», ha incalzato Mario Monti, replicando alle comunicazioni della presidente del Consiglio al Senato in vista del Consiglio Ue di giovedì e venerdì.
Poche ore prima, sempre a Palazzo Madama, davanti a sei commissioni parlamentari, Mario Draghi aveva indicato una linea politica alternativa. Aveva ricordato una cosa semplice e drammatica: la svolta di Trump mette a rischio la nostra sicurezza, la difesa comune necessita di un comando europeo integrato. Meloni invece considera pericolosa questa impostazione, perché crea un solco con gli Stati Uniti e sarebbe «folle» alzare un muro con Washington. E chi lo fa, secondo Meloni, «non si è accorto che la campagna elettorale americana è finita e ha dato a Donald Trump il mandato di guidare gli Stati Uniti. Chi prova a dividerci fa l’interesse di altri attori». I dazi? Per favore, dice la presidente del Consiglio al Senato, evitiamo la «rappresaglia».
È la realtà rovesciata quella rappresentata dalla Meloni ieri in aula, come se la guerra commerciale l’avessero iniziata gli europei. Come se a scavalcare l’Europa e la stessa Ucraina nella trattativa con Putin non fosse stato Trump. Lasciamo lavorare il capo americano, affidiamoci a lui che sistemerà tutto, che metterà a posto quel cattivone del Cremlino, perché noi Europa siamo niente senza The Donald.
Accucciamoci ai piedi dell’imperatore, baciamo la pantofola, qualunque cosa dica. Anche se ci sputacchia addosso, noi dobbiamo stare zitti, perché è un businessman che sa come fare deal. «Non disturbiamo il manovratore», allarga le braccia il senatore riformista del Partito democratico Filippo Sensi.
Il centrodestra si stringe ipocritamente attorno a Meloni, mettendo da parte tutte le differenze emerse a Strasburgo. Hanno voltato una risoluzione che piace soprattutto alla Lega. In Aula, attraverso Claudio Borghi e Marco Centinaio, il Carroccio ha attaccato la «guerrafondaia» Ursula von der Leyen, ha negato che ci sia una minaccia da parte della Russia. Sarebbe tutta un’invenzione che il loro amico Putin abbia mire imperialiste e sferri attacchi cyber contro l’Europa.
Niente riarmo in nessuna forma, per il partito di Salvini: se prima non c’erano soldi per abbassare le tasse e abbiamo tirato la cinghia con manovre economiche limate fino all’ultimo euro, ora non possiamo indebitarci per le armi. E allora la Lega ha avvertito Meloni: ci fidiamo di lei, non si faccia trascinare in guerra da von der Leyen, Macron e Starmer.
Così nella risoluzione sterilizzata non c’è traccia di ReArmEu, nulla di ciò che gli europarlamentari sia di Fratelli d’Italia che di Forza Italia hanno votato a Strasburgo. Solo un breve passaggio, tra altri, per dire che bisogna rafforzare «le capacità operative degli Stati nazionali europei nel quadro dell’alleanza Nato». Nulla su tutto ciò che sarà il cuore del Consiglio europeo dei prossimi giorni. Così il capogruppo leghista Massimiliano Romeo può ringraziare Meloni per non avere non disturbato l’imperatore.