Le intermittenze della destraL’eccezionale resilienza del progressismo in Portogallo

Lisbona torna al voto per la terza volta in tre anni dopo la sfiducia al governo Montenegro. Mentre in Europa le estreme destre avanzano, nello Stato lusitano faticano a imporsi. I socialisti restano centrali, mentre Chega cresce senza incidere. La memoria del passato e la stabilità progressista frenano la polarizzazione

LaPresse

Lo spettro delle terze elezioni anticipate in tre anni incombe sul Portogallo dopo che il governo di centro-destra guidato dal premier Luis Montenegro è stato sfiduciato dall’Assemblea Legislativa. L’esecutivo di minoranza, formato dai conservatori del Partito Socialdemocratico e del Partito Popolare dopo le consultazioni del 10 marzo 2024, poteva contare sul supporto di appena ottanta parlamentari su duecentotrenta ed è bastato uno scandalo riguardante Montenegro per farlo collassare. 

Le opposizioni hanno messo in discussione l’integrità del premier in riferimento agli accordi stipulati da un’agenzia di consulenza da lui fondata e ora gestita dai figli. Montenegro ha negato ogni addebito ed ha proposto di mettere sotto inchiesta la sua azienda ma alla fine le opposizioni hanno presentato la mozione di sfiducia che è poi passata. Il presidente Marcelo Rebelo de Sousa avrà l’ultima parola su eventuali, future, consultazioni ma la scelta sembra obbligata e verrà probabilmente formalizzata a stretto giro. 

Due sondaggi recenti, uno dei quali realizzato dall’istituto demoscopico Intercampus, indicano che il Partito Socialista è in testa alle preferenze degli elettori, intorno al trento per cento dei voti mentre il Partito Socialdemocratico di Montenegro insegue con due punti di svantaggio. Al terzo posto c’è Chega, formazione nazionalista, populista ed euroscettica, con poco più del diciassette per cento dei voti mentre gli altri partiti, da Iniziativa Liberale ai radicali del Blocco di Sinistra e agli animalisti del Pan, sono compresi tra il tre e l’otto per cento dei voti. 

Il quadro politico che emerge dai sondaggi è aperto a ogni scenario e appare improbabile che un singolo partito possa aggiudicarsi la maggioranza dei voti. Persino una coalizione, esclusa quella tra i rivali Socialisti e Socialdemocratici, faticherebbe a raggiungere l’agognata stabilità. Emergono, però, alcune differenze rispetto ai trend macro-europei che sono emersi dalle elezioni continentali degli ultimi anni. 

La destra nazionalista di Chega è cresciuta esponenzialmente nel corso degli ultimi cinque anni ma ha poi rallentato la corsa, stabilizzandosi a una percentuale di voti che gli consente di capitalizzare lo scontento degli elettori delusi ma non di incidere sugli equilibri del governo. I Socialdemocratici hanno inoltre escluso possibili alleanze con la destra estremista, peraltro recentemente colpita da alcuni scandali che ne hanno minato i consensi. 

Le vicende di Chega ricordano quanto accaduto al partito spagnolo Vox, che ne condivide le posizioni radicali, riuscito a ritagliarsi un significativo bacino elettorale a partire dal 2019 ma che ha poi visto i suoi voti contrarsi senza riuscire a incidere sul governo nazionale e riuscendo a stringere una cooperazione con il centrodestra solamente a livello locale. 

Molti esperti hanno evidenziato come le posizioni di Vox siano decisamente più radicali di quelle delle controparti europee ma quanto affermato dal Alberto Alemanno, professore di Diritto Europeo all’Ecole des Hautes Études Supérieures de Commerce in Paris sentito da Euronews nel 2023, sembra valere per tutta la penisola iberica. Alemanno aveva affermato che «Vox si è mostrato radicalmente antagonista a livello locale» e che «gli spagnoli hanno preso nota e si sono spaventati perché la dittatura è un ricordo recente nell’immaginario politico nazionale». 

Tanto la Spagna quanto il Portogallo sono state dittature di stampo fascista sino alla metà degli anni Settanta, molto anni dopo il crollo dei regimi di destra radicale nel resto d’Europa. L’abbraccio, relativamente recente, alla democrazia e i ricordi del passato potrebbero così spiegare l’incapacità della destra radicale, che per diversi anni è stata praticamente assente in entrambi i Paesi, di affermarsi pienamente a livello nazionale.

La seconda anomalia che caratterizza il Portogallo e la Spagna rispetto alle altre nazioni europee è la resilienza delle formazioni politiche progressiste, capaci non solo di non scomparire ma anche di vincere le elezioni e di formare il governo. Il contesto continentale vede la netta prevalenza, con sporadiche eccezioni come il Regno Unito dove i Laburisti sono stati favoriti dal sistema elettorale, del centrodestra e della destra estremista mentre le nazioni guidate da partiti di centrosinistra sono sempre meno. 

La popolarità dei Socialisti spagnoli e portoghesi è, almeno in parte, legata al carisma mostrato dai leader storici Pedro Sanchez e Antonio Costa, ora Commissario Europeo. I due sono riusciti a trasformarsi in punti di riferimento stabili per un elettorato che, in altre nazioni, ha visto le dirigenze dilaniarsi in scontri fratricidi e improduttivi. 

In Portogallo Costa ha agito con successo nella sfera economica aumentando stipendi e pensioni nelle fasi di calo del sistema produttivo per incrementare i consumi e senza minare gli equilibri del budget statale. Spagna e Portogallo hanno registrato significativi tassi di crescita rispetto alle altre nazioni dell’Unione Europea nel corso degli ultimi anni e questi risultati hanno solidificato le posizioni dei partiti progressisti moderati.

A sinistra non sono riuscite a emergere formazioni in grado di minare l’egemonia dei partiti dominanti e quando lo hanno fatto, come nel caso di Podemos, sono poi crollate su se stesse senza costituire una minaccia. I partiti minori, schierati su posizioni radicali di sinistra, dialogano con le formazioni socialiste da una posizione di subordinazione che impedisce l’emergere di dinamiche distruttive.

Il Partito Socialista portoghese ha guidato Lisbona dal 2015 al 2024, affermandosi con percentuali crescenti in tre elezioni consecutive e raggiungendo il ventotto per cento dei voti alle elezioni in cui è stato sconfitto lo scorso anno. I fattori presi in esame e i trend lasciano immaginare che il Portogallo continuerà ed esprimere esecutivi moderati ed europeisti anche dopo il prossimo ciclo elettorale e che la destra radicale, almeno per il momento, continuerà ad attrarre i voti di una certa fetta dell’elettorato ma a non incidere sulle dinamiche politiche nazionali.

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