L’azione climatica del governo laburista di Keir Starmer, al centro delle vicende di politica internazionale sulla guerra in Ucraina, sta proseguendo con meno ambizione rispetto alle promesse iniziali. In linea con il Clean industrial deal e il pacchetto Omnibus dell’Unione europea, anche il Regno Unito sta infatti cercando un nuovo bilanciamento tra azione climatica e crescita economica.
Uno dei provvedimenti più emblematici riguarda l’espansione dell’aeroporto di Londra Heathrow, con l’intenzione di realizzare una terza pista di decollo e atterraggio. Si tratta di una mossa che potrebbe far crescere il numero dei voli annuali da quattrocentottantamila a settecentoventimila e, a lungo termine, servire fino a centoquaranta milioni di passeggeri nell’arco dei dodici mesi.
Intanto, il governo ha espresso anche il sostegno per lo sviluppo di nuovi giacimenti di petrolio e gas nel Mare del Nord, in particolare con la riapertura del controverso giacimento di Rosebank. La Court of Session scozzese, a causa delle mancate valutazioni sull’impatto climatico dei progetti, aveva dichiarato non più valide le licenze di estrazione. Tuttavia, gli sviluppatori sono pronti a chiedere nuovi permessi seguendo la sentenza che impone l’obbligo di considerare le emissioni derivanti dalla combustione delle fonti fossili nelle valutazioni ambientali.
Ed Miliband, segretario di Stato per la sicurezza energetica e il Net-zero, in passato si era espresso contro i progetti di espansione dei giacimenti, definendoli un atto di «vandalismo climatico», ma oggi sembra non avere voce in capitolo all’interno dell’esecutivo. Il suo disaccordo con la linea di Starmer mette in luce una tensione crescente all’interno del partito laburista, dove la lotta tra sostenibilità e crescita economica si fa ancor più marcata.
«Abbiamo sempre sostenuto questi giacimenti», aveva dichiarato un alleato di Starmer al Financial Times, confermando così un netto cambio di rotta rispetto alle buone intenzioni iniziali. Il primo ministro sembra infatti aver optato per una retorica in cui la necessità di “Build, baby, build” – per “semicitare” il presidente statunitense Donald Trump – si pone al di sopra di ogni altro impegno, persino di fronte all’accelerazione del riscaldamento globale di origine antropica.
Come si concilia, dunque, l’urgenza di intervenire per mitigare il cambiamento climatico a favore di una crescita economica che, in questo scenario, appare incompatibile con la sostenibilità ambientale? Rachel Reeves, cancelliera dello Scacchiere, ha sottolineato con decisione che «la crescita deve trionfare su ogni altra priorità»: una frase che ha immediatamente suscitato reazioni di sdegno tra gli ambientalisti e gli esponenti della corrente più ecologista del partito, capitanata dal sindaco di Londra Sadiq Khan.
A mettere in guardia sull’effetto di queste azioni ci sono anche esponenti del settore energetico e ambientalisti internazionali, secondo cui la spinta verso progetti come l’espansione aeroportuale e l’apertura di nuovi giacimenti petroliferi comporta rischi enormi per l’ambiente, rallentando il processo verso le zero emissioni nette al 2050.
«Il fossile continuerà a far parte del mix energetico per decenni», ha detto Keir Starmer, che sta sottovalutando la necessità di aumentare gli investimenti nelle energie rinnovabili e l’efficientamento energetico degli edifici, due opzioni che numerosi esperti sostengono possano garantire benefici economici e sociali ben più duraturi rispetto a petrolio, gas e carbone.
Nel 2023, ricordiamo, il Regno Unito ha prodotto circa il quaranta per cento della sua elettricità attraverso le fonti fossili, soprattutto il gas naturale. Sempre nel 2023, la principale fonte rinnovabile del Paese è stata l’energia eolica (ventotto per cento), seguita dal cinque per cento del fotovoltaico.
La visione del governo alimenta il dibattito su un dilemma ormai ineludibile: è possibile conciliare crescita economica e tutela ambientale oppure si sta andando incontro a una scelta che sacrifica il pianeta in nome di un apparente prosperità?
Il contrasto tra growth e green è un tema sempre più cruciale a ogni livello. L’urgenza di stimolare la crescita economica è sostenuta da una leadership politica che, pur sostenendo la transizione energetica – con piani per sviluppare piccoli reattori modulari e la promessa di ridurre le bollette energetiche di trecento sterline – non esita a schierarsi apertamente a favore di progetti che, nel lungo periodo, rischiano di compromettere gli sforzi di decarbonizzazione del sistema elettrico nazionale.
È come se, di fronte all’imminente crisi climatica, il governo britannico avesse deciso di scegliere la via più facile, quella che garantisce benefici immediati in termini di crescita e occupazione, ma a discapito di una visione a lungo termine.
È evidente che il dibattito non riguarda solamente le questioni tecniche legate alla produzione di energia o alla pianificazione territoriale, ma si inserisce in un contesto più ampio di contraddizioni ideologiche e politiche, in cui la ricerca del profitto immediato sembra aver preso il sopravvento sulla responsabilità verso il futuro. In quest’ottica, la sfida che si pone a Starmer e al suo esecutivo non è solo quella di rilanciare l’economia britannica, ma anche di riconquistare la fiducia di chi ha creduto in un governo capace di conciliare progresso e sostenibilità.
E così, mentre i critici si domandano se la corsa al “Build, baby, build” non stia già portando il Regno Unito verso un precipizio ambientale, l’esecutivo di Londra rischia di trovarsi intrappolato in un’ideologia che vede la crescita e la sostenibilità come due forze inconciliabili
In un’epoca in cui le evidenze scientifiche indicano un’accelerazione dei fenomeni climatici estremi e in cui l’ecosostenibilità non è più un optional, il rischio è quello di ritrovarsi a dover pagare un pedaggio troppo alto per un’economia basata su dinamiche che, lungi dall’essere riformate, continuano a seguire modelli ormai obsoleti.