
L’annuncio del nuovo piano di riarmo apre una nuova era per l’Unione e per l’intero progetto europeo, in un contesto definito dall’aggressione russa all’Ucraina e dal forte allentamento dell’asse transatlantico. Che sia un bene o un male, è un fatto: l’assetto mondiale è cambiato, il sistema basato sulle regole del diritto internazionale è saltato, l’Europa deve agire per conto proprio, per quanto possa essere coinvolta in una rete di alleanze e cooperazione. Tutto ciò apre una serie di questioni e interrogative, su cui il dibattito democratico è chiamato a pronunciarsi. Ma condizione necessaria è che questo dibattito sia innanzitutto informato e consapevole, se si vuole evitare un confronto per slogan senza rapporto con la realtà.
Questo rischio è forte nel caso dei progetti europei, visto che passano per apparati decisionali complessi e producono abbondanza di documenti, spesso articolati e dettagliati. I mezzi di informazione, in particolare quelli italiani, si accontentano di troppo poco, con il risultato che in queste settimane si è parlato, di fatto, solo dei contenuti della comunicazione del 4 marzo, mandata da von der Leyen al Consiglio Europeo o, meglio, della sua versione abbreviata, divulgata in uno stringato comunicato stampa.
Non si è tenuto conto né delle conclusioni del Consiglio che ne adottavano i contenuti; soprattutto, non si è letto l’ampio testo adottato il 12 marzo dal Parlamento europeo sul Libro bianco della difesa, su cui si è registrata la famosa spaccatura nel Partito democratico (per inciso: viene il sospetto che non l’abbia letto nemmeno Elly Schlein, visto che il lungo e articolato documento conteneva tutto quello che, secondo la segretaria, mancava dai piani annunciati).
A tutto questo materiale, si aggiunge un altro elemento chiave, forse il più importante di tutti: il nuovo Libro bianco della difesa europea – Readiness 2030, che definisce con una notevole precisione il quadro di riferimento e la strategia generale proposta dalla Commissione europea per la difesa dell’Ue. Se finora il dibattito aveva preteso di trarre conclusioni da una dichiarazione che si limitava ad annunciare la priorità della difesa comune e individuare i possibili canali di finanziamento, ora il progetto è chiaro, dettagliato e privo di ambiguità.
La prima informazione che si ricava dal documento è l’enfasi sulla dimensione europea e collaborativa della nuova industria della difesa, che si sviluppa su più piani. Innanzitutto, il documento esamina l’intera filiera produttiva, dalla ricerca e sviluppo all’approvvigionamento di componenti e materiali, dagli impianti di produzione alle modalità di acquisizione; per ognuno di questi stadi, si individuano gli strumenti e le forme di collaborazione per agire il più possibile a livello europeo, con conseguenti sinergie di investimento, economie di scala e capacità di pianificazione a lungo termine.
In tutti questi casi, si pone l’accento sulla necessità di comprare europeo, superando da un lato la compartimentazione su scala nazionale di industrie e forze armate, dall’altro i rischi di dipendenza da attori esterni. In altre parole: dove esistono prodotti europei si comprino quelli, con requisiti su scala europea che garantiscano standardizzazione, interoperatività e scalabilità.
La seconda dimensione riguarda la scansione temporale dell’iniziativa: in primo luogo, il sostegno all’Ucraina, che è la necessità più pressante nel breve termine. Si ribadisce ancora una volta che la lotta di Kyjiv contro l’aggressione russa è la prima linea della difesa europea e il progetto di riarmo mira in primo luogo a sostenere questa lotta, moltiplicando gli sforzi e riempiendo, eventualmente, i vuoti lasciati da un possibile defilarsi degli Stati Uniti.
Il secondo orizzonte è quello delle esigenze più pressanti della difesa europea: antiaerea, artiglieria e missilistica anti-superficie, droni e contrasto ai droni nemici, munizionamento, mobilità militare, AI, calcolatori quantistici, guerra elettronica e cyber. Settori molto variegati, nei quali esistono avanzatissime competenze europee, ma che hanno bisogno di un consistente stimolo alla crescita, possibile solo con soluzioni a livello comunitario. Il lavoro di questa fase forma il fondamento per la terza, che concerne il rafforzamento complessivo della base tecnologica industriale della difesa europea. Anche qui, il coinvolgimento dell’Ucraina ha una valenza strategica, non solo perché si tratta di assicurarne la sicurezza anche oltre la fine del conflitto, ma perché la sua industria della difesa è, da un lato, il campo in cui investire per assistere Kyjiv con la massima efficienza, dall’altro un partner di eccellenza quanto a capacità di innovazione ed esperienza sul campo.
La terza dimensione è quella dello sforzo comune: si individuano diverse minacce e opportunità di partnership per la sicurezza, si progettano investimenti diretti su scala europea (per esempio su mobilità militare, spazio, cybersecurity, AI) che coinvolgano direttamente gli Stati membri ma anche gli Efta (Norvegia, Islanda, Svizzera, Liechtenstein) e l’Ucraina.
Alcuni progetti prevedono la partecipazione anche di Regno Unito, Turchia e dei paesi candidati. Infine, la quarta dimensione è quella delle ricadute dei nuovi investimenti militari sull’economia in generale, che vengono considerate su diversi aspetti. Uno è la capacità di assorbimento di competenze professionali e risorse produttive da settori in difficoltà (come l’automotive), un altro la notevole componente di ricerca e innovazione delle tecnologie militari che, specie in alcuni settori, hanno applicazioni dirette anche in ambito civile; infine, si pone l’accento sulle tecnologie e gli investimenti duali, in cui non si tratta solo di “comprare armi” ma anche di sviluppare capacità di immediato impiego civile (per esempio, in ambiti come sensori, connettività, spazio, cybersecurity, infrastrutture).
Tutto questo per dire che il progetto della Commissione europea va visto nella sua dimensione complessiva. Che non è solo quella di garantire la nostra sicurezza in un mondo sempre più insicuro e minaccioso, ma anche di rafforzare l’economia dell’Unione europea, sia con un comparto difesa robusto, efficiente e talmente competitivo da diventare egemone, sia con le sinergie verso altri settori, sia con una capacità di proiezione e protezione degli interessi Ue e dei partner, tale da rafforzare il nostro ruolo nell’arena globale.
Si tratta essenzialmente di un piano di politica industriale, non certo del progetto di una futuribile difesa europea che superi i particolarismi degli Stati membri e non potrebbe essere altrimenti, se non altro per ovvie ragioni politiche e industriali. Ma, certamente, è (anche) un importante passo in questa direzione, visto che ne realizza le condizioni di base.