L’ora dell’UeIl piano di riarmo, la sicurezza dell’Ucraina e l’occasione storica per fare l’Europa

Durante la plenaria di Strasburgo si è parlato di una strategia comune e condivisa per la difesa, di Kyjiv, quindi di tutto il continente. «Questo è il momento della pace attraverso la forza», ha detto la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen

AP/Lapresse

Dopo giorni di scontri, scambi al vetriolo e dibattiti per interposta persona, la sessione plenaria del Parlamento europeo in corso a Strasburgo offre all’Europa l’occasione di confrontarsi sul tema più caldo attualmente in agenda: una strategia comune e condivisa per la difesa. Presa coscienza dell’impossibilità di continuare ad affidare la propria sicurezza a terzi – vedere alla voce “Stati Uniti” –, l’Europa sembra essersi resa conto una volta per tutte che il raggiungimento della pace in Ucraina passa inevitabilmente per un riassetto dei propri sistemi difensivi e attraverso piani di riarmo. La prima a parlarne è stata Ursula von der Leyen: «La pace nella nostra Unione non può più essere data per scontata. Stiamo affrontando una crisi della sicurezza europea ma sappiamo che è proprio nei momenti di crisi che l’Europa si è sempre costruita. Questo è il momento della pace attraverso la forza. Questo è il momento per una difesa comune».

La presidente della Commissione ha aperto il dibattito in plenaria ritornando sui punti illustrati lo scorso giovedì 6 marzo a Bruxelles durante la seduta straordinaria del Consiglio. In quell’occasione è stato presentato il piano “Rearm Europe”, che prevede uno stanziamento straordinario di ottocento miliardi di euro per un riarmo che promette di incidere direttamente sugli sviluppi della questione ucraina. Del resto, è stata proprio l’attualità delle ultime settimane ad aver impresso un’accelerazione senza eguali alle discussioni in merito al tema della difesa a livello europeo.

«Quanto successo alla Casa Bianca è uno scandalo», ha affermato il capogruppo dei Popolari, Manfred Weber, in riferimento allo scontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale a Washington. «Dire che l’Ucraina ha colpa della guerra è una bugia, e dopo quello che è successo è evidente che ormai siamo da soli». Il numero uno del Partito Popolare ha aggiunto: «Se l’Europa fosse invitata alle trattative di pace, chi parlerebbe per conto dell’Unione? Il presidente della Commissione o quello del Consiglio? L’Alto Rappresentante, Merz o Macron? Ora come ora non siamo all’altezza di questo compito, ma viviamo un frangente storico che ci definirà per sempre». Per questo, secondo Weber, c’è bisogno di progetti comuni come difesa missilistica, sistemi anti droni e satellitari «perché non possiamo dipendere dagli Usa». E ancora: «Il compito della nostra generazione è creare una vera e propria unione della difesa, mi piacerebbe vedere delle truppe con la bandiera europea sulla divisa».

A fargli eco c’è Iratxe Garcia Pérez, capogruppo dei Socialisti e democratici: «Non dobbiamo solo intervenire per consentire all’Ucraina di resistere, dobbiamo permettere all’Ucraina di vincere questa guerra. Con la resa di Kyjiv avremo perso una battaglia decisiva nei confronti della democrazia». Garcia Pérez sostiene però la necessità di tutelare gli investimenti sociali e del welfare state: «Con l’orizzonte del disimpegno americano, dobbiamo avere due priorità, la pace e l’indipendenza». Anche per la leader socialista l’avvicinamento di Trump a Putin «mostra che non possiamo dipendere da terzi per la nostra sicurezza». E tornando sulle sorti dell’Ucraina martoriata dall’invasione russa: «Non possiamo e non vogliamo sacrificare Kyjiv invano, con migliaia di vittime e milioni di sfollati, i civili bombardati, Mariupol, Zaporizhzhia, persone mandate a morire al fronte. È un obbligo dell’Europa garantire all’Ucraina di vincere questa guerra».

Mentre dai banchi dei Patrioti e dei Conservatori, Jordan Bardella e Nicola Procaccini fanno sfoggio di ars oratoria tirando in ballo – rispettivamente – la grandeur francese e l’urgenza di cambiare il nome da ReArm Europe a Defend Eu, la presidente dei liberali Valerie Hayer esprime perplessità sullo stanziamento di ottocento miliardi, sottolineando il «bisogno di avanzare sulla questione della deterrenza nucleare europea, senza ovviamente rimettere in discussione le prerogative nazionali». Dai Verdi alla Sinistra, passando per l’estrema destra filoputiniana sparsa qua e là in giro per l’Europa, il fronte contro le armi è più impegnato a cercare di far rumore anziché nel tentativo di portare all’attenzione dell’emiciclo proposte concerete per, eventualmente, cercare di mescolare le carte nel mazzo messo sul tavolo da von der Leyen. Un po’ come dimostra la protesta in tre atti portata a Strasburgo dalla delegazione del Movimento 5 Stelle, di cui abbiamo già sottolineato il buco nell’acqua fatto dentro e fuori dall’aula.

In concomitanza con il dibattito all’Eurocamera, dalle prestigiose colonne del Financial Times, Gideon Rachman ha lanciato un titolo lapidario ma quanto mai veritiero, almeno in potenza. “Trump is making Europe great again”, paragonando la crisi in atto a quelle che hanno forgiato l’Europa così come la conosciamo oggi, a partire dagli anni Cinquanta fino alla fine del Novecento. Per non parlare di tutte le crisi iniziate nel ventunesimo secolo, su tutte l’emergenza pandemica che per la prima volta ha portato gli Stati Membri già orfani del Regno Unito ad agire – sui conti e davanti ai microfoni – con un inedito spirito unico.

Ricordate lo storico slogan del tycoon statunitense? “Make America Great”, fare grande l’America. Again, ancora. Le tensioni con Trump, il riallineamento col Cremlino e l’isolamento a cui l’Europa sembra essere ormai destinata può paradossalmente finire per innescare un impatto positivo: termine forte ma necessario – o meglio, auspicato – per parlare finalmente di una “Europe Great”. Il fermento che si respira nei corridoi a vetri di Strasburgo, animati come non si vedeva da tempo, restituisce il quadro di un’Unione che sente ribollire il sangue nelle vene anche nel suo quartier generale più iconico e a tratti romantico, scelto per porre fine all’annosa questione alsaziana. Il voto previsto per mercoledì sul sostegno all’Ucraina e sul futuro della sicurezza europea, alla luce anche dei tagli agli aiuti decretato da Washington, promette di essere un primo passo decisivo in direzione di un nuovo europeismo che potrà scrivere una nuova pagina di storia. Per l’Europa, per l’Ucraina, e per tutto il mondo che vuole vivere in pace.

 

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