
C’è chi dice no, come recita una canzone neanche troppo vecchia, in fin dei conti. C’è Conte, Giuseppe, l’ex presidente del Consiglio volato a Strasburgo con l’intera delegazione europea del Movimento 5 Stelle proprio per dire «no» al piano di difesa comune “RearmEu” presentato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.
Una mattinata impegnativa per i pentastellati, intenti a urlare al mondo tutto il loro disappunto sui temi cardine di questa plenaria: difesa, sicurezza e spesa a sostegno dell’Ucraina, da tre anni costretta a subire l’aggressione da parte della Russia. «Urlo e non mi senti», sembrano dire Conte e gli altri Cinquestelle, richiamando un titolo stavolta ben più recente. Nessuno gli ha dato troppo peso. Mentre il Parlamento europeo riunito in seduta plenaria si stava cominciando a popolare, di buon mattino il gruppo ha esposto uno striscione giallo con su scritto “Basta soldi per le armi”. Tutti in posa, cheese, qualche scatto e poi dentro che fa freddo a Strasburgo quando il sole è ancora basso.
Mentre già cominciano a circolare i primi comunicati dopo la prima azione dimostrativa della mattina, il caffè va preso in fretta perché alle 9 comincia la discussione. Ursula von der Leyen ha introdotto il dibattito sulla sicurezza europea e la difesa comune citando Alcide De Gasperi, sottolineando la necessità di tutelare l’Ucraina fornendo a Kyjiv «solide garanzie» e richiamando l’urgenza di agire compatti per difendere l’integrità dell’Europa. Qualcuno si oppone? Nella casa della democrazia europea chiunque ha diritto a dire quello che pensa entro i canoni del rispetto reciproco. Ma di fronte alle immagini dei disastri di Bucha, Irpin e Mariupol – ci si augura – fisse negli occhi, fingere di non vedere la realtà suona forse peggio di non condividere una determinata posizione.
E così, ecco il secondo atto della manifestazione di dissenso a cinquestelle. Dalla tribuna più alta dell’emiciclo, per intenderci quella riservata ai turisti e alle scolaresche in gita, decine di cartelli gialli, neri e qualche bandiera della pace si sono alzate all’unisono per dire “no”, ancora, a chi invece dal centro dell’Aula si alternava per porre all’attenzione di Parlamento, Commissione e Consiglio proposte, strategie e idee per affrontare il tema della sicurezza europea in maniera costruttiva. Turisti della democrazia. All’interno di un edificio che incarna con ogni sua pietra l’esaltazione delle differenze, scambiare visioni anche diametralmente opposte alimenta il processo democratico tanto caro ai padri fondatori. Farsi riprendere dalla security alsaziana per essersi alzati in piedi ed aver disturbato durante la discussione come una classe delle superiori in gita, invece, probabilmente non farebbe felici né De Gasperi, né Schuman, né chiunque altro ha dedicato la propria vita per la libertà europea.
La stessa che ora, con la minaccia di Vladimir Putin sempre più incombente e con l’avvicinamento di Washington al Cremlino, è più in pericolo di quanto non sia mai stata negli ultimi decenni. Undici e trenta, l’ora x comunicata a tutti i giornalisti. E poco importa se Antonio Costa deve ancora pronunciare il suo intervento conclusivo in emiciclo, il punto stampa incombe. Tutti insieme per una foto ricordo davanti alla parete esterna color frassino dell’Aula con i cartelli e le bandiere, gli stessi che erano stati esposti poco prima dalle tribune. Quousque tandem abutere, Conte, patientia nostra? Finalmente il presidente del Movimento arriva davanti alle telecamere, scortato da alcuni fedelissimi mentre il resto della delegazione tutta è in posa dietro di lui, a fare da sfondo alle dichiarazioni per la stampa italiana ed estera.
«Non vogliamo l’Europa delle armi, vogliamo l’Europa della pace. Non possiamo permetterci di spendere ottocento miliardi e programmare un’economia di guerra, vogliamo un’economia sociale, della sanità, della scuola, del welfare e del capitale umano. È il futuro dei nostri giovani: sembra che stiamo entrando in guerra, noi respingiamo tutto questo». Poche parole, qualche frase fatta e poi l’invito ai cronisti a porre domande. Poi Conte risponde alle domande, dice che «l’architettura di sicurezza non si costruisce sperperando soldi in armi senza un serio progetto di difesa comune», peccato che in aula se ne stesse parlando proprio stamattina, a partire dalle opinioni di chi vive quotidianamente le difficoltà di frontiera con la Russia. Una giornalista finlandese chiede di spiegare ai lettori di un paese confinante con la Russia com’è possibile sostenere di voler rafforzare la sicurezza europea senza spendere in armi: «La soluzione migliore è il dialogo e la mediazione», assicura Conte. «Ma come si fa a negoziare con Putin?», incalza la cronista. «Trump sta negoziando per noi a Riad, dovremmo essere lì», dice Conte, riferendosi a chi per primo lo rese celebre col nome Giuseppi.
Chissà se l’ex premier si è però accorto che a quei tavoli, oggi, l’Europa non c’è perché è stata tagliata fuori da Stati Uniti e Russia, ed è proprio questo il punto: parlare di sicurezza europea vuol dire prendere atto che dopo anni passati su allori a stelle e strisce è arrivato il momento di pensare a una difesa unica a stelle gialle su sfondo blu. Che sono più di cinque, ma forse a qualcuno i conti non tornano.