Il primo giorno di primavera è per decreto la Giornata della memoria e dell’impegno contro le mafie che di solito uccidevano d’estate, quando la Sicilia esplodeva di sole e morte, di terra e di vita. Nel corso di questi anni l’esigenza da parte dell’opinione pubblica di contrastare ed elaborare il frutto di quella memoria è diventata sempre meno prioritaria. Perché oltre ai danni nel tessuto sociale e civile prodotti dalle cosche, la sensazione di essere vittime due volte per la giustizia ancora non pronunciata su stragi e omicidi dei servitori dello Stato, l’inchiostro usato intorno a ipotetiche trattative tra Stato e mafia, le centinaia di giorni di inchieste buttate via per cavilli o per incapacità, hanno di fatto ripiegato la spinta propulsiva, sana e forte che i movimenti antimafia avevano avuto nel corso dei decenni scorsi. In mezzo a questo percorso non propriamente facile ci sono spesso dei piccoli momenti di speranza collettiva. E capita così che un nipote, Alessandro Averna Chinnici, classe 1990 e capitano dei Carabinieri, raccolga voci e memoria su suo nonno, Rocco Chinnici, e li restituisca in un libro a più voci dal titolo “L’Italia di Rocco Chinnici” (Minerva). Un ritratto collettivo, “storie di un giudice rivoluzionario e gentile”, come recita il sottotitolo.
Alessandro Averna Chinnici ha scritto insieme a Riccardo Tessarini un libro diverso dal solito, dove la retorica non trova spazio e la storia torna materia viva della vita di un uomo incredibile che ha dato un metodo nuovo alla lotta alle mafie lasciando un’impronta investigativa indelebile nella storia del Paese.
Averna Chinnici, la memoria storica dell’antimafia è un patrimonio essenziale della nostra democrazia. Quanto la lezione di Rocco Chinnici a suo avviso è presente nella società italiana?
Ritengo, senza timore di smentita, che l’impronta lasciata da mio nonno sia assolutamente permeata e abbia determinato diverse rivoluzioni dal valore sociale oltre che giuridico all’interno della nostra società. Un esempio per tutti da poter citare è la concezione di veicolare la cultura della legalità all’interno delle scuole, cosa che prima dell’esempio portato avanti da mio nonno veniva considerata una semplice perdita di tempo e che invece oggi è addirittura prevista nei progetti formativi offerti ai ragazzi dai diversi istituti scolastici.
Nel suo libro la figura di Chinnici viene ricostruita e restituita al dibattito pubblico. Cosa l’ha colpita di più delle testimonianze raccolte?
Devo dire che il filo conduttore che accomuna le diverse testimonianze e che più mi ha colpito, ma che ho ricercato con forza, è stato la descrizione del lato umano di mio nonno, sia perché la figura istituzionale era stata già ben delineata negli anni, sia perché il lato umano è ciò che più apprezzo nelle persone e sapevo che se l’umanità e l’anima di mio nonno fossero state messe in luce da diversi narratori sarei riuscito a colpire al cuore i lettori, cosa che mi auguro accada a chi leggerà questo libro e che puntualmente accade a me ogni volta che lo rileggo.
Rocco Chinnici è stato un grande innovatore nella strategia di contrasto ai fenomeni mafiosi. A lui dobbiamo l’ideazione del pool antimafia ma anche la concezione di una lotta socio culturale alle mafie. Cosa manca alla società italiana a suo avviso per compiere un salto morale nell’elaborazione delle presenze mafiose?
Penso che nonostante i numerosi passi avanti fatti nel risveglio delle coscienze, sarebbe fondamentale avere una maggiore partecipazione da parte delle giovani generazioni, che vedo ancora troppo lontane dal fenomeno mafioso. Mio nonno credeva tantissimo nelle nuove generazioni, a ragion veduta, ma proprio per questo è fondamentale che i giovani oggi abbiano i giusti modelli di riferimento e siano indirizzati verso l’analisi e lo studio dei veri problemi che affliggono la nostra società, senza disperdere energie in inutili battaglie di posizione o polemiche sterili su tematiche certamente non centrali per il loro futuro.
Quando si parla di Rocco Chinnici si parla per lei anche di suo nonno. Come è stato crescere con questa assenza piena di storia e di forza?
Ogni mia scelta è stata orientata dal percorso di legalità e giustizia tracciato da mio nonno, la sua assenza e il suo esempio hanno influito e sono state determinanti per delineare l’uomo che sono oggi.
Lei attualmente è capitano dei Carabinieri e comanda la compagnia di Faenza. Un lavoro in prima linea che le permette un osservatorio privilegiato. A livello investigativo come sono cambiate le mafie e come si è adeguata la risposta dello Stato?
Le mafie sono, come correttamente sosteneva Giovanni Falcone, un fenomeno umano, e come tali avranno una fine. Ma prima si evolveranno e anzi hanno già iniziato a farlo. Tutte le varie mafie in Italia hanno smesso di commettere omicidi eclatanti, di sfidare apertamente lo Stato, perché hanno capito che sarebbe stata una guerra che non avrebbero mai potuto vincere e hanno preferito invece orientare il loro modus operandi sull’agire sottotraccia, cercando in ogni modo di portare avanti i loro affari illeciti nell’ombra per riuscire ad avvicinarsi il più possibile all’impunità. Naturalmente però gli organi dello Stato sono ben consapevoli di questo mutamento e hanno tutti gli strumenti per combattere in maniera assolutamente efficace ogni organizzazione criminale in Italia e in Europa. I risultati operativi conseguiti negli ultimi anni ne sono una prova concreta.
