Divide et imperaTrump sta usando l’Iraq per frenare il riarmo nucleare dell’Iran

Il presidente degli Stati Uniti vuole spezzare i legami economici tra Teheran e Baghdad, eliminando una delle principali fonti di finanziamento della Repubblica Islamica

AP/Lapresse

«Ogni colpo sparato dagli Houthi sarà considerato, da questo momento in poi, come un colpo sparato dalle armi e dalla leadership dell’Iran, e l’Iran sarà ritenuto responsabile e ne subirà le conseguenze, e queste conseguenze saranno terribili!». Lo ha scritto Donald Trump sul suo social Truth, lunedì scorso. Due giorni prima il presidente americano aveva autorizzato l’avvio di un attacco aereo su vasta scala contro decine di obiettivi controllati dagli Houthi in Yemen. L’offensiva contro il gruppo armato sciita sostenuto dalla Repubblica Islamica aveva il duplice scopo di colpire le milizie filoiraniane che da mesi insidiano il traffico navale nel Mar Rosso e, come dichiarato da alti funzionari statunitensi, lanciare un segnale di avvertimento a Teheran. 

Trump vuole raggiungere un accordo con l’Iran per bloccare il suo programma nucleare, ma non esclude l’azione militare se gli iraniani dovessero rifiutare i negoziati. Rafael Grossi, direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), ha detto che «l’Iran ha un programma nucleare estremamente ambizioso e vasto, nell’ambito del quale sta arricchendo l’uranio fino a livelli prossimi a quelli necessari per le armi». Fin dall’inizio del suo mandato, Trump ha detto di voler «imporre la massima pressione sul regime iraniano per porre fine alla sua minaccia nucleare».

L’amministrazione iraniana negli ultimi giorni ha provato a nascondere il suo sostegno alle recenti offensive delle milizie yemenite. Ad esempio lunedì scorso l’ambasciatore alle Nazioni Unite, Amir-Saeid Iravani, ha detto al Consiglio di sicurezza che «l’Iran respinge fermamente e categoricamente qualsiasi accusa di violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza sugli embarghi sulle armi nello Yemen o di coinvolgimento in qualsiasi attività destabilizzante nella regione». Eppure diversi esperti hanno confermato che l’arsenale di missili antinave e balistici dei combattenti yemeniti è di fabbricazione iraniana. Per anni, i combattenti sciiti – che nel 2014 hanno preso possesso della capitale Sana’a con il sostegno di Teheran – hanno avuto un ruolo chiave nell’Asse della Resistenza orchestrato proprio dall’Iran, colpendo Israele e minacciando il traffico marittimo nel Mar Rosso.

Allora se la Repubblica Islamica sta prendendo le distanze dagli Houthi, vuol dire che le crescenti difficoltà incontrate da Teheran e dai suoi alleati regionali nell’ultimo anno stanno producendo delle conseguenze. Prima l’indebolimento di Hamas nella Striscia di Gaza e di Hezbollah in Libano nel corso della guerra con Israele, poi la caduta del regime Bashar al Assad in Siria: pezzo dopo pezzo, l’Asse della Resistenza sta collassando.

E ora, complice il ritorno di Trump alla Casa Bianca, potrebbe venire meno anche l’apporto dell’Iraq, Paese con il quale l’Iran ha intrattenuto vantaggiose relazioni politiche negli ultimi anni. Alla fine di gennaio, il primo ministro iracheno Mohammed Shia al-Sudani, esponente della coalizione filoiraniana “Quadro di Coordinamento”, ha infatti voltato le spalle a Teheran e fatto dei passi verso Washington. Innanzitutto, ha rimosso il mandato di arresto contro Trump, che durante la sua ultima amministrazione aveva ordinato l’uccisione di terroristi a Baghdad. Poi, ha accettato di rilasciare la ricercatrice di Princeton Elizabeth Tsurkov, tenuta in ostaggio dalla milizia filoiraniana Kataib Hezbollah. E infine, ha approvato un emendamento di bilancio in favore dei curdi iracheni, che sono in buoni rapporti con Trump.

Senza l’Iraq, la Repubblica Islamica non perderebbe solo un alleato politico, ma anche una fondamentale fonte di reddito. Baghdad è infatti il quinto produttore mondiale di petrolio e non è sottoposto a sanzioni internazionali. In questi anni Teheran, soggetto a una forte pressione finanziaria per via delle limitazioni sulle esportazioni, ha beneficiato dello status politico ed economico del vicino arabo per sostentarsi. Trasferendo il suo petrolio nelle acque irachene e facendolo riconoscere come iracheno, il regime è riuscito a eludere i controlli internazionali e affacciarsi sui mercati. Lo stesso hanno fatto altri membri dell’Asse della Resistenza. Le milizie sciite Asaib Ahl al-Haq e Kataib Hezbollah, ad esempio, non hanno avuto grandi difficoltà a rubare il petrolio governativo, creando false società o accedendo direttamente ai pozzi.

In questa trama a conduzione iraniana sono intervenuti gli Stati Uniti. «I legami tra Washington e Baghdad che sono stati altalenanti nel corso degli ultimi anni, in questa fase vedono una nuova riconfigurazione», spiega a Linkiesta Luigi Toninelli, assistente di ricerca dell’Ispi per l’area del Medio Oriente. «Stringere legami con partner più o meno affidabili è essenziale per gli Stati Uniti: in un’ottica di riduzione dell’influenza dell’Iran e di potenziamento delle proprie partnership a livello regionale, Washington cerca di migliorare le relazioni con l’Iraq».

Nelle scorse settimane, Trump si è mosso per spezzare l’intesa politica ed economica tra Iran e Iraq attraverso due iniziative. Prima, il 4 febbraio, ha emesso una nota in cui chiedeva al Dipartimento del Tesoro di «imporre immediatamente sanzioni o rimedi appropriati per l’applicazione» a chiunque violi le sanzioni contro la Repubblica Islamica. E poi, il 7 marzo, ha rifiutato di rinnovare una deroga alle sanzioni che dal 2018 consentiva all’Iraq di acquistare elettricità iraniana.

«Attraverso questa mossa Washington mette pressione alla Repubblica Islamica, tagliando i canali di finanziamento», spiega Toninelli. «È sicuramente una misura pesante per entrambi, ma non quanto lo sarebbe lo stop della fornitura di gas iraniano verso Baghdad: se introdotta, questa misura implicherebbe molto probabilmente una rottura completa tra Iraq e Iran, e tra Iran e Stati Uniti». Il gas rappresenta infatti il commercio transfrontaliero più consistente tra i due Paesi mediorientali: l’Iraq paga all’Iran tra i quattro e i cinque miliardi di dollari all’anno per le importazioni; senza di esso, diminuirebbe di un terzo la produzione giornaliera di elettricità a livello nazionale. Pertanto, come comunicato dalla South Gas Company irachena, Baghdad sta considerando il Qatar e l’Oman come possibili opzioni per l’approvvigionamento di gas, qualora Washington decidesse di bloccarne le forniture dall’Iran. 

Danneggiando l’economia di Baghdad, Trump spera di indebolire (o rendere inoffensivo) Teheran in modo da costringerlo a un tavolo di trattative sul programma atomico. Come spiega Foreign Affairs, la strategia delle sanzioni e della pressione potrebbe consentire agli Stati Uniti di avere un vantaggio sull’Iran nei colloqui sul nucleare. La Repubblica Islamica – in forte crisi politica e finanziaria – non può permettersi di perdere il suo legame con Baghdad, e l’amministrazione Trump potrebbe fare leva su questa dipendenza per forzare Teheran ad avviare dei negoziati. Di fatto, interrompendo le relazioni tra l’Iran e l’Iraq, Washington potrebbe ottenere due risultati in un colpo solo: ridurre l’influenza regionale di Teheran, e aumentare le probabilità di un accordo che blocchi il programma nucleare iraniano prima che sia troppo tardi.

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