Ecco il titolo sconvolgente che di certo vi siete persi ad agosto: «Le truppe ucraine entrano nell’Oblast di Kursk, il Cremlino risponde con attacchi nucleari, il mondo a un passo dall’annientamento». Nessun giornale ha dovuto scriverlo perché non è successo. E forse è il momento di chiederci perché. La linea rossa più invalicabile per qualsiasi paese — figuriamoci per una dittatura come quella di Mosca — è la difesa dei propri confini. Nessuno può permettere che carri armati stranieri vi entrino impunemente.
Eppure, i carri armati ucraini lo hanno fatto. Allora, cos’è successo al Cremlino? Ecco la mia opinione: il mondo ha frainteso la Russia. Di nuovo. Non sono un esperto militare, ma il modello è chiaro: il Cremlino alza il livello dello scontro ogni volta che il mondo libero esita. Sulla carta, l’incursione ucraina in territorio russo sembrava un azzardo, ma chi vive accanto a un impero violento da secoli sa bene che Mosca è fermata solo dalla forza, mentre la debolezza la invita ad avanzare.
Non è una novità. Lenin, nel suo brutale pragmatismo, diceva: «Si sonda con le baionette: se trovi mollezza, spingi. Se trovi acciaio, ti fermi». Un secolo fa, il despota russo voleva costruire uno stato comunista; lo zar di oggi governa una cleptocrazia. Ma entrambi sono prigionieri dell’eterno spirito imperiale di Mosca: conquista, sottomissione, repressione. Un comodo surrogato per l’assenza di una vera identità nazionale. Viene in mente lo storico di Yale, Timothy Snyder: «Putin non offre al suo popolo alcun futuro. Governa senza futuro»
Negli anni Novanta, la Russia ha flirtato con la democrazia per un attimo, ma è tornata rapidamente all’unica forma di governo capace di garantire il livello di oppressione necessario a tenere insieme la sua struttura coloniale: uno stato di polizia. O meglio, uno stato costruito attorno ai servizi segreti. Mentre le democrazie si legittimano con il consenso dei governati, lo stato russo neo-imperiale, espansionista e ormai apertamente fascista mantiene il controllo sui suoi sudditi attraverso le invasioni, la propaganda e la repressione del dissenso.
Nel 1999, il Cremlino puntò la sua baionetta sulla Cecenia. Ma può un popolo di un milione di persone resistere a un colonizzatore grande come la Russia, quando il mondo libero se ne infischia? Saltiamo al 2008: Mosca invade la Georgia. L’Occidente esprime «profonda preoccupazione», ma di fatto si limita ad alzare le spalle.
Nel 2014, il Cremlino affonda la sua baionetta in Crimea. Washington brandisce un bastone talmente fragile da non lasciare nemmeno un graffio, mentre Berlino offre una carota, accelerando la firma di Nord Stream 2. Perché premiare un atto di aggressione, un crimine secondo il diritto internazionale? Cosa dice questo della credibilità del mondo libero? E che segnale invia al prossimo tiranno revanscista che sta alla finestra ad aspettare il suo turno?
Non sorprende che, subito dopo la Crimea, le truppe russe abbiano invaso l’est dell’Ucraina. Ma il mondo libero ha preferito fingere che fosse una “rivolta locale”. Chiamare le cose con il loro nome avrebbe significato intervenire. E allora si è scelto di guardare dall’altra parte. Questo cinico e ipocrita menefreghismo ha stuzzicato l’appetito di Mosca? Altroché.
Non esiste un’analisi razionale che possa spiegare — o giustificare — le scelte politiche dell’Occidente nei confronti della Russia negli ultimi vent’anni. Gli Stati Uniti, l’Europa e gli alleati come Giappone, Corea del Sud e Australia rappresentano la metà dell’economia globale. E la Russia? A malapena il due per cento. Nel 2021, Mosca ha speso sessantasei miliardi di dollari per il suo esercito: un’inezia rispetto ai milleduecento miliardi della Nato. Il divario è spaventoso.
Gli ucraini vogliono solo liberarsi degli invasori e stanno mettendo tutto in gioco per difendere la libertà: la loro e la nostra. Eppure, nonostante i mezzi e il chiaro interesse strategico, il mondo libero continua a non fornire ciò che serve per una vittoria decisiva.
Suscitare la volontà politica di intervenire in «una disputa in un paese lontano, tra persone di cui non sappiamo nulla», come disse Neville Chamberlain parlando della Cecoslovacchia nel 1938, non è mai facile. Ma l’alternativa è sempre peggiore. Ogni conflitto che abbiamo considerato una “guerra regionale” (Cecenia, Georgia, Ucraina) ha finito per trasformarsi in qualcosa di più grande.
Gabrielius Landsbergis, ministro degli Esteri della Lituania, lo ha detto chiaramente: «Putin sta spendendo centoquaranta miliardi mentre noi fatichiamo a prometterne cinquanta. Di fatto, gli stiamo inviando un messaggio: “Non ti fermeremo”. E quindi lui non si ferma. Ma se destinassimo ottocento miliardi, sarebbe costretto a riconsiderare le sue mosse. Sì, possiamo permettercelo. E sì, costerebbe meno che lasciarlo fare».
Ottocento miliardi sembrano una cifra enorme, ma non significano nulla se non siamo onesti sull’alternativa. Se uno stato terrorista scatena una guerra non provocata, compie crimini di guerra su larga scala e ne trae persino profitto, mentre il mondo libero resta a guardare, entreremo in una nuova era di insicurezza: un mondo in cui le guerre di aggressione non sono più un tabù. Un mondo in cui il ricatto nucleare funziona è un mondo in cui la proliferazione delle armi apocalittiche diventa inevitabile.
L’Ucraina sta combattendo non perché l’Occidente l’aiuta, ma perché l’alternativa è l’annientamento. Possiamo prevedere cosa farà Mosca se l’Occidente abbandona Kyjiv? No—perché “prevedere” è il termine sbagliato quando si tratta di una certezza. Hitler si fermò quando l’Occidente abbandonò la Cecoslovacchia? Se questa guerra finirà con qualcosa di anche solo vagamente somigliante a una vittoria del Cremlino, l’Europa dovrà prepararsi alla leva militare obbligatoria.
Determinare l’esatto ammontare degli aiuti all’Ucraina — che siano annunciati, stanziati, erogati o solo promessi; che siano prestiti o sovvenzioni; che si parli di valore nominale o reale—è quasi impossibile. Ma se pensate che tagliare il sostegno all’Ucraina significhi risparmiare e liberare risorse per le priorità interne, state per avere un brusco risveglio.
In questo momento, gli Stati Uniti spendono circa mille miliardi di dollari all’anno per la difesa — appena il 3,5 per cento del prodotto interno lordo. Un’inezia rispetto ai livelli della Guerra Fredda, quando per oltre due decenni i bilanci militari si aggiravano intorno al dieci per cento nel timore costante di un Armageddon nucleare.
Eppure eccoci qui, sonnambuli — se non proprio in corsa — verso uno scenario identico. Se l’Occidente non affronterà e punirà l’aggressione, le minacce si moltiplicheranno, Cina e Russia si avvicineranno ancora di più, e il regime di non proliferazione nucleare collasserà. I costi per i contribuenti americani non saliranno semplicemente: esploderanno. Se applichiamo gli stessi rapporti di spesa nel tempo, parliamo di quarantamila miliardi di dollari.
Se la Russia non viene sconfitta in Ucraina, i membri europei della Nato dovranno almeno triplicare o quadruplicare i loro budget per la difesa per creare una deterrenza credibile. I venti miliardi di dollari annui che oggi vengono destinati all’Ucraina sembreranno briciole rispetto ai centosessanta miliardi di spesa aggiuntiva all’anno che gli stessi Paesi dovranno sostenere per proteggersi. Otto volte l’attuale aiuto a Kyjiv.
Ritirarsi e mostrarsi cauti di fronte a un’aggressione palese non è saggezza. È indifferenza, ipocrisia e debolezza. Il Cremlino legge ogni nostra esitazione come un via libera. Più aspettiamo, più il mondo diventa pericoloso. Americani ed europei, indipendentemente dal loro orientamento politico, hanno un interesse comune: spezzare questo ciclo. Non si tratta di una questione di parte, né di una battaglia ideologica. Si tratta di decidere se vogliamo vivere in un mondo in cui gli aggressori pagano un prezzo, oppure in un mondo in cui vincono.
Per troppo tempo abbiamo scelto la morbidezza anziché l’acciaio. Il mondo libero deve rialzarsi in piedi. Non solo per l’Ucraina, ma per se stesso. Se non fermiamo la Russia adesso, il prossimo titolo apocalittico non sarà un monito. Sarà la realtà che avremo scelto di non impedire.