L’Europa si trova di fronte a un bivio esistenziale sulla difesa comune. Da decenni il tema viene evocato come un obiettivo necessario, ma ogni tentativo di tradurlo in realtà si è scontrato con le resistenze degli Stati membri, incapaci di superare la logica delle sovranità nazionali. La guerra in Ucraina, il disimpegno americano sempre più minaccioso e l’incertezza della Nato pongono il problema con un’urgenza mai vista prima. Il dilemma non è solo militare, ma politico: l’Unione può ambire a un ruolo autonomo sulla scena globale senza una difesa comune?
Partiamo innanzitutto da sette domande sulle questioni che hanno finora impedito la realizzazione di una difesa europea come parte integrante di una politica estera e di sicurezza comune: si tratta di fondare un esercito unico nonostante le differenze linguistiche con una organizzazione sovranazionale nel quadro di una sovranità condivisa e una rinuncia alle apparenti autonomie nazionali o mantenere gli eserciti nazionali con l’eccezione di limitate strutture comuni?
Gli uomini e le donne chiamati a svolgere un servizio militare avranno una educazione politica-militare europea o nazionale qualunque sia la scelta fra un unico esercito o più eserciti nazionali?
Il bilancio militare sarà unico per quanto riguarda le spese e sarà finanziato da contributi nazionali o da risorse proprie oppure sarà la somma dei bilanci nazionali fatta eccezione per la standardizzazione europea degli acquisti e delle produzioni?
Sarà costituita preventivamente o parallelamente una autorità politica sovranazionale agli ordini della quale la forza armata europea o le forze armate nazionali dovranno rispondere oppure gli Stati membri conserveranno il potere di constatare le aggressioni ad uno degli Stati membri, di ordinare la mobilitazione, di dichiarare la guerra o di fare la pace?
La creazione di uno strumento militare comune per raggiungere gli obiettivi di carattere umanitario e di soccorso definiti dallo statuto delle Nazioni unite, di mantenimento della pace (peace keeping) e di gestione delle crisi comprese quelle di ristabilimento della pace (peace building) e di imposizione della pace (peace enforcement), di ispezione sul rispetto dei trattati internazionali e di lotta al terrorismo realizzerà un’efficace interoperabilità fra le forze armate per incrementare le capacità necessarie a far fronte alle nuove sfide (difese anti-missile, scudo europeo, connettività protette da minacce cyber…) e fra i servizi di intelligence con investimenti europei e limitate spese nazionali o richiederà maggiori spese nazionali?
La difesa comune ed il potere politico europeo saranno affrontati e risolti come un solo problema e come la logica e la democrazia imporrebbero creando un autonomo pilastro dell’Unione europea nella Alleanza atlantica nella prospettiva della adesione della stessa Unione europea al Patto atlantico consentita dai trattati o costituiranno due problemi separati di cui il primo potrebbe precedere il secondo per l’urgenza della situazione internazionale?
Nell’ipotesi di una insuperabile divisione fra gli Stati europei sull’obiettivo di una difesa comune si dovrà cercare una temporanea soluzione fra gli Stati che lo vorranno o con la cooperazione strutturata permanente (che è diversa dalla cooperazione rafforzata) o con il metodo degli opting out applicati all’euro o al di fuori dei trattati come è avvenuto per Schengen sulla soppressione del controllo alle frontiere o con gli accordi di Prum sulla cooperazione di polizia o con il Meccanismo europeo di stabilità e cioè con forme di cooperazione parallele all’Unione europea, considerate legittime dalla Corte di giustizia nella sentenza Pringle, in attesa di una riforma più ampia dell’Unione europea che entri in vigore secondo un metodo democratico costituente fra coloro che lo vorranno o si dovrà rinunciare ad una sovranità condivisa rimanendo prigionieri dell’egemonia statunitense?
Sulla base delle risposte a queste domande, si può immaginare una soluzione che sia coerente con l’obiettivo di quel progetto di integrazione europea nato con il Manifesto di Ventotene. In questo spirito la soluzione non può essere racchiusa in un appello ad un gruppo di governi ma nella mobilitazione delle opinioni pubbliche ed in particolare delle giovani generazioni per riscoprire insieme il valore della solidarietà e della giustizia.
La risposta europea al programma di Donald Trump Make America Great Again non può essere lo slogan uguale e parallelo Make Europe Great Again sostituendo al nazionalismo degli Stati un improbabile e pericoloso nazionalismo europeo con l’idea di una patria europea sovrana destinata ad aumentare il caos e la conflittualità internazionale.
La strada da percorrere è una crescente autonomia strategica europea nella ricerca, nello sviluppo delle nuove tecnologie a partire dalle energie rinnovabili e alternative e dall’infosfera, nella convergenza sociale e ambientale come obiettivo per garantire la competitività, nella cooperazione internazionale con i Paesi esportatori di materie prime e mano d’opera, nella formazione durante tutto il corso della vita e nella solidarietà intergenerazionale sapendo che tutto ciò richiede una capacità fiscale permanente con un sostanzioso bilancio quinquennale finanziato da nuove risorse proprie e da debito comune per investire in beni pubblici europei e non in un insieme di progetti nazionali.
Dando sostanza ad un progetto sostenibile di governance internazionale e di sovranità condivisa – che si ispiri all’Agenda 2030 – la risposta europea ad ogni forma di sovranismo e di nazionalismo deve riscoprire e rilanciare il valore politico e culturale del Manifesto di Ventotene nella sua dimensione federale di lotta per la libertà, la giustizia sociale e la democrazia.