La Siria è caduta nel caos tribale e jihadista come la Libia? Probabilmente sì. A tre mesi dall’implosione del regime di Bashar al-Assad molti sintomi inducono a ipotizzare un futuro nero. La strage di un migliaio di civili cristiani e alauiti dei giorni scorsi a Latakia e Tartus dimostra che la strada intrapresa è fin troppo simile a quella libica e che le illusioni che così non fosse sono durate lo spazio di un mattino.
Sono due le ragioni della disillusione: prima di tutto la ferocia scatenata delle forze armate del governo, costituite essenzialmente da uomini delle milizie di Hay’at Tahrir al-Sham e da miliziani ceceni e di altre nazioni islamiche. Mille sono le vittime dei loro massacri indiscriminati – ma secondo l’inviato del Corriere Andrea Nicastro potrebbero essere addirittura novemila – massacrate senza scrupoli nel nord ovest del paese. A esse si aggiunge la persecuzione degli alauiti, della gente comune che a Damasco e ovunque in Sira sono stati buttati fuori dal lavoro e dalle case, sempre dalle milizie governative. Dunque, Ahmed al-Jūlānī, o al-Sharaa come ora si fa chiamare, non ha rispettato le sue promesse di rispetto pieno delle minoranze: nel paese non regna il diritto, ma la prevaricazione jihadista.
Il secondo elemento che fa ipotizzare uno scenario libico è il sicuro aiuto fornito dall’Iran alle nuove formazioni ribelli degli alauiti: il Consiglio militare per la liberazione della Siria, comandato dal generale Ghiath Dallah, già al comando della famigerata Quarta Divisione che tante stragi ha provocato dal 2015 in poi agli ordini di Bashar al-Assad; lo scudo costiero, guidato dall’ex generale di Assad Muqtdad Fathia, e le nuove milizie del generale Suhail al Hassan, già capo delle famigerate Forze Tigre. Questi gruppi clandestini hanno per primi attaccato nelle settimane scorse le milizie governative a Tartus e Latakia, hanno occupato militarmente alcuni villaggi alauiti sulle montagne, provocando così la spietata ritorsione del nuovo governo contro i civili cristiani e alauiti.
Esattamente come la Libia, oggi il territorio della Siria è soggetto al comando politico militare di altre nazioni e il paese è lacerato con un governo centrale che controlla solo le grandi città: nel nord ovest, l’Iran fomenta la rivolta alauita; nel nord, la Turchia occupa militarmente una larga fascia di territorio ed è poi determinante per il mantenimento al governo dello stesso Ahmed al-Jūlānī.
Sempre a nord, e a nord est, i curdi sono egemoni e autonomi sotto il profilo politico e militare nel loro piccolo Stato del Rojava, anche se hanno appena firmato un accordo col nuovo governo di Damasco che ne rispetta l’autonomia; ad al-Raqqa, il Califfato islamico continua a controllare la città e i dintorni, e Israele occupa tutto il Golan e il monte Hermon, assieme a milizie druse.
Israele ha annesso militarmente alcune centinaia di chilometri quadrati del territorio siriano e palesemente sta lavorando con la comunità drusa per rendere permanente l’autonomia dal governo di Damasco dell’estremo sud e sud ovest della Siria, per arrivare addirittura a secessione delle grandi enclavi druse.
L’Unione Europea, impegnata in questo momento in altre questioni, non si è resa conto di questo caos e dell’inaffidabilità del governo di al-Jūlānī/al-Sharaa emersa ora con tanta crudeltà nella strage di cristiani e alauiti. Il 24 febbraio, Bruxelles ha deliberato di togliere le sanzioni contro la Siria, senza avere ottenuto garanzie di correttezza, quantomeno nel rispetto dei diritti umani.
Infine, ma non per ultimo, questa disordinata e caotica disgregazione della Siria rende giustizia alla decisione di George W. Bush nel 2003 di invadere l’Iraq e di abbattere il regime di Saddam Hussein, da decenni oggetto di generale riprovazione, ma invece da recuperare come scelta opportuna.
Quella decisione strategica, sia pure con enormi costi militari e al prezzo di più di quattromila militari americani ed europei uccisi (trentanove gli italiani), ha permesso la stabilizzazione dell’Iraq che oggi non è certo un campione di democrazia, ma comunque è un paese pacificato con una radicata e rispettata autonomia dei curdi.
In Siria invece si sta verificando quanto sarebbe successo comunque in Iraq al regime baathista di Saddam Hussein anche se non fosse stato abbattuto: l’implosione del regime causata dalla sua fragilità intrinseca e dalla rivolta jihadista che attecchisce tra la popolazione repressa – non dimentichiamo che lo Stato Islamico nasce in Siria – e l’intromissione militare delle nazioni confinanti, la guerra civile.
Con un grande costo, l’Iraq è stato condotto alla normalità. La Siria baathista invece, nella quale Barack Obama rifiutò di inviare militari boots on the ground nel 2013, nonostante Bashar al-Assad avesse sorpassato ogni linea rossa col bombardamento chimico dei civili di Ghuta e Aleppo, ha poi avuto cinquecentomila morti nella guerra civile, cinque milioni e mezzo di profughi, ha addirittura incubato lo Stato Islamico e ora, marcito al suo interno il regime, è sotto controllo di ex jihadisti che stanno dimostrando di essere stati, in realtà, sempre tali.