Mosè e noi La Tesla dei Fratoianni, la transizione al nazismo, e il declino delle élite molto italiane

Isaac Singer ha anticipato di sessant’anni il moralismo ipocrita che oggi domina la società. Un deputato di sinistra e sua moglie si disperano per una macchina presa prima che Elon diventasse impresentabile, ma non possono venderla perché è in leasing. La mia sospirosa amica vuole disdire Starlink per boicottarlo, ma senza internet in barca come fa?

LaPresse

«Il signor Mosè è davvero un moralista ingenuo. Lo stile è asciutto, primitivo e scarno. L’autore sostiene di parlare a nome di un Dio, ma non ci fornisce alcuna prova della sua identità o della sua esistenza […] Comunque sia, “I dieci comandamenti” sono diventati dall’oggi al domani la novità letteraria più di successo del mondo. Resta una domanda: che cosa si potrà leggere, dopo? Non rimangono che i capolavori stampati sul retro delle scatole di cereali…».

Nel 1965, Isaac Singer si diverte a immaginare come i diversi tipi di critici letterari recensirebbero “I dieci comandamenti” se essi fossero una novità dell’editoria del momento: se Mosè fosse un autore contemporaneo. Sessant’anni dopo, le critiche (quella di cui ho copiato stralci qua sopra viene dal critico che Singer incasella come “L’esteta”) sono in “A che serve la letteratura?”, appena pubblicato da Adelphi, e io leggendole mi sono vergognata di me in quel modo in cui ti vergogni quando vedi una foto venuta male e hai il sospetto che siano invece le altre a essere venute bene, e tu in realtà somigli proprio a quel tricheco in quella foto che disconosci.

Una vergogna simile l’avevo provata la prima volta che avevo visto “Boris”, una serie che citerei più spesso se la sua intelligenza non venisse rovinata da coloro che la citano appunto per percepirsi intelligenti (“Boris” sta al bisogno di posizionarsi dello spettatore televisivo come Elio stava a quello dell’acquirente di dischi).

Il ridicolissimo protagonista di “Boris”, Stanis, liquida con sussiego certi limiti professionali con le parole «molto italiano», che dovrebbero vaccinare lo spettatore avvertito: è questo l’effetto che fai quando ti dai un tono di mondo. E invece, diciott’anni dopo la prima messinonda di “Boris”, continuiamo tutti a considerare molto italiani i limiti altrui (e mai i nostri). E io, nonostante abbia letto Singer, continuerò a disperarmi per il declino delle élite: dopo i comandamenti, ora considereremo letteratura anche le istruzioni dell’iPhone.

«Nonostante il nome Mosè suoni ebraico […] siamo convinti che l’autore di questi “comandamenti” non sia in realtà un ebreo. Potrebbe addirittura trattarsi dello pseudonimo di un antisemita», fa dire Singer a “Il critico di una rivista ebraica”. Non ricordo se ero a quella pagina, o a quella in cui “La critica di una rivista femminile” scrive che «Il fatto che il signor Mosè equipari una donna a un bue e a un asino è un insulto all’intero genere femminile». Di sicuro mi davo un tono leggendo un Adelphi al ristorante, quando sul mio telefono, che continuava a trillare con notizie improbabili, è arrivata quella d’un qualche deputato di sinistra di cui mi rifiuto d’imparare il nome che doveva giustificarsi perché possedeva una Tesla, cioè una macchina prodotta da quell’impresentabile di Musk. Erano dunque tornati i tempi di “Boicotta il Biscione”?

Il Foglio aveva intervistato la moglie, deputata anch’essa, che aveva risposto «Siamo rimasti fregati. L’abbiamo presa prima che Musk diventasse nazista». Ma nazisti si diventa? Non è un’identità di genere con cui nasci? «Quest’auto è un peso politico», leggo nell’intervista, in cui la deputata dice anche di aver appiccicato sulla macchina un adesivo, perché nulla dice «adulto risolto che sono lieta di delegare a rappresentarmi in parlamento» come il mettere gli adesivi sulla macchina – nulla, quasi neanche i tatuaggi, quasi neanche i cappellini da pirla di Elon.

Sull’adesivo, dice la deputata, c’è scritto «L’ho comprata prima di sapere che Elon fosse pazzo». Riepilogando: nazista non lo era ancora, ha fatto la transizione dopo; pazzo invece lo era già, ma come potevano averne contezza i poveri deputati italiani così di sinistra da volere l’auto elettrica.

Nel pomeriggio la deputata ha fatto un video spiegando che «noi» (noi di sinistra? noi lei e suo marito? noi gente perbene?) siamo ostaggio delle oligarchie trumpiane e delle loro invenzioni come l’intelligenza artificiale di Altman (ma Altman non è nemico giurato di Musk e di quel giro lì?), e che tutti parlano della sua Tesla perché lei fa le battaglie scomode. Tipo quella per gli adesivi per adulti, immagino. 

«Gira insistentemente voce a Broadway che il santarello signor Mosè, quello del bestseller “I dieci comandamenti”, in queste notti stia lasciando la tenda della moglie Sefora per andare a sollazzarsi con la sua bella etiope…» – qui Singer fa parlare “Il responsabile di una rubrica di pettegolezzi”, un genere letterario superato da quando i social ci forniscono accesso diretto alle celebrità facendoci smarrire del tutto il senno.

Giorni fa Maye Musk, prossima a compiere i settantasette anni e madre di Elon, ha pubblicato la foto d’un messaggio che le è arrivato su Instagram da tal Daiana. Faceva così: «Come ci si sente a sapere che tuo figlio è il più gran pezzo di merda del pianeta?». Sono una grande tifosa dei social come sfogatoio di disadattati che in loro assenza accoltellerebbero i parenti o i passanti, e invece possono cantargliele a gente che non hanno mai visto ma che, essendo appunto disadattati, percepiscono come parte delle loro vite. Tuttavia ci vorrebbe uno assai più bravo di me – Ibsen? Williams? Shakespeare? – per capire la psiche della tizia che dice a sé stessa sai che c’è, ora scrivo a questa vegliarda che non ho mai incontrato che suo figlio, che pure non ho mai incontrato, è un grandissimo stronzo.

D’altra parte, spiegherebbero quelli che una volta avrebbero dovuto trovarsi un lavoro vero e invece questo secolo s’è inventato il welfare del farti guadagnare spiegando i social, la polarizzazione funziona, e quindi Maye non solo rilancia i detrattori ma anche i sostenitori, gente che dice d’aver comprato la sesta Tesla per solidarietà a Elon.

«Mentre i movimenti organizzati dei lavoratori lottano contro le grandi imprese conservatrici per conquistare una settimana lavorativa di quattro giorni, il signor Mosè invita la classe operaia a faticare per sei giorni». È “Il critico di un giornale operaio”, e io non so quando sia accaduto che la realtà e la satira siano diventate indistinguibili, ma di certo noi che ne parliamo come d’un fatto recente ci sbagliamo, considerato che Singer pubblicava queste pagine nel febbraio 1965, quando Maye Musk era minorenne.

Ai deputati di sinistra che non possono vendere la Tesla presa in leasing vorrei far conoscere quella mia amica molto ricca e molto di sinistra che si è cancellata da Twitter (o come si chiama ora) con un sospiro analogo a quello che nel 1997 Massimo Gramellini attribuiva a quel personaggio meraviglioso che era L’Oliva, «una donna di sinistra che lavora». Il sospiro dell’Oliva era «questa destra, francamente, non si può», ed è quel sospiro che interviene per quasi tutte tra il momento in cui sbuffi che la Schlein non capisce nientissimo e la Giorgia sì che è bravissima, e il momento in cui devi mettere la croce sulla scheda e proprio non ce la fai: questa destra, francamente, non si può.

La mia sospirosa amica si è cancellata da Twitter (o come si chiama ora) perché insomma basta, non è abbastanza squilibrata da scrivere a sua madre ma neanche vuole che quell’Elon non sappia del suo dissenso, neanche vuole privarsi del gran gesto. Non ha una Tesla, ma ha uno scrupolo di coscienza: vorrebbe disdire Starlink, ma se resta senza ha il problema che, quando è in barca, non c’è connessione. Chissà cos’avrebbe detto Singer dei problemi suoi di donna.

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