Svegliarsi con un tweet di Trump che muove miliardi di dollari. Non è la prima volta che il mercato finanziario mondiale deve adeguarsi in fretta alle notizie bizzarre provenienti dalla Casa Bianca, ma questa volta la decisione del presidente degli Stati Uniti non è di facile lettura neanche per gli economisti più previdenti.
Domenica, Trump ha annunciato su Truth Social di aver creato una riserva strategica nazionale americana di criptovalute, includendo cinque asset digitali di rilievo: Bitcoin (Btc, che rappresenta il sessanta per cento del mercato), Ethereum (Eth), Xrp, Solana (Sol) e Cardano (Ada). Sigle incomprensibili per la maggior parte delle persone comuni, ma decisive nella partita della speculazione mondiale.
Da tempo le criptomonete sono diventate il mezzo più efficace per raccogliere in fretta vagonate di miliardi con la promessa di libertà finanziaria, rendimenti straordinari e una rivoluzione economica fuori dal controllo delle banche e dei governi, salvo poi rivelarsi bolle pronte a scoppiare in faccia sul viso incredulo degli ultimi arrivati. E, anche in questo caso, il timore di alcuni esperti è che dietro la mossa di Trump ci sia meno strategia economica e più gioco d’azzardo politico, un déjà vu per chi ha seguito il disastro della criptovaluta $Libra in Argentina di pochi giorni fa.
Il presidente argentino Javier Milei aveva promosso una nuova moneta digitale, spingendo migliaia di investitori a buttarsi nell’affare. Nel giro di poche ore, il valore è crollato, bruciando duecentocinquanta milioni di dollari e lasciando sul campo una lunga scia di perdite e accuse di frode. Milei ha negato ogni coinvolgimento diretto, ma le indagini dell’Ufficio argentino contro la corruzione potrebbero trovare legami inquietanti tra il suo entourage e i creatori della criptovaluta, secondo alcuni media argentini.
La mossa di Trump fa temere una deriva simile, anche perché non ha chiarito come funzionerà realmente la riserva statunitense. Non aiuta il fatto che il presidente americano sia già coinvolto nel mondo delle memecoin, con la sua famiglia che ha lanciato i token $Trump e $Melania, entrambi esplosi e poi crollati.
Al momento siamo ancora nella prima fase euforica di questo ciclo ripetitivo: dopo l’annuncio di Trump, il valore di Bitcoin è salito oltre il dieci per cento, superando i novantaquattromila dollari. Ethereum invece ha guadagnato il tredici, toccando i duemilacinquecentosedici dollari. Cardano ha registrato l’aumento più marcato, con un balzo del settanta per cento; mentre Xrp e Solana hanno guadagnato rispettivamente il trenta e venti per cento.
Un’iniezione di fiducia per un settore che, dopo aver sostenuto apertamente Trump in campagna elettorale, ha accolto con entusiasmo la sua decisione di bloccare le azioni legali della Securities and Exchange Commission (Sec) contro colossi del settore come Coinbase, Binance e OpenSea. Un mercato che, dopo l’euforia iniziale, ha vissuto un’altalena di rialzi e crolli, soprattutto a seguito dell’ordine esecutivo di gennaio, con cui Trump ha dato il via all’iter per la creazione di uno stockpile di asset digitali direttamente sotto il controllo federale.
In questo caso le parole sono davvero importanti perché lo stockpile non è una riserva strategica. Anche se i due termini sembrano simili, hanno una differenza cruciale. Nel caso in cui il governo americano volesse creare uno stockpile, si limiterebbe a gestire le criptovalute che già possiede dopo averle acquisite in modo indiretto tramite fallimenti di società crypto o sequestrate per contrastare attività illecite, come ha fatto in passato il Dipartimento di Giustizia con i Bitcoin. In questo caso gli Stati Uniti non si esporrebbero attivamente sul mercato, ma si limiterebbero a regolarizzare ciò che già hanno.
Il discorso sarebbe diverso nel caso Trump volesse davvero intendere una riserva strategica come le riserve auree o di valuta estera. In questo caso gli Stati Uniti acquisterebbero nuove criptovalute, magari avvalendosi del Fondo di Stabilizzazione del Tesoro, per rassicurare il mercato, consolidando le cinque criptovalute favorite del presidente, attirando nuovi investimenti. Sarebbe un modo originale per diversificare gli asset nazionali e bilanciare il ruolo dollaro, proteggendo la sua economia con un nuovo salvadanaio intoccabile. Ma stiamo parlando di uno scenario inesplorato, mai attuato prima da grandi economie, figuriamoci dalla prima del mondo, e che ancora non ha visto il coinvolgimento del Congresso che potrebbe cambiare o ribaltare il risultato. Come in un reality, d’altronde.
Qualche risposta l’avremo venerdì quando Trump ospiterà il primo summit sulle criptovalute alla Casa Bianca. Al momento, solo tre cose sembrano certe. Primo, il presidente degli Stati Uniti ha trovato il modo per ripagare velocemente il settore delle criptovalute che aveva criticato nel suo primo mandato definendo i bitcoin una «truffa», salvo poi cambiare idea una volta visti i sessanta milioni di dollari di finanziamenti per la campagna elettorale.
Secondo, questa mossa è solo l’ultima di una lunga serie in diversi settori per rendere gli Stati Uniti un mercato appetibile per nuovi investitori, un po’ come ha fatto quando ha fissato a cinque milioni di dollari il prezzo per ottenere la cittadinanza americana. Se gli Stati Uniti si fanno il porto sicuro della finanza decentralizzata, possono attrarre talenti, capitali e industrie, trasformandosi nella nuova Mecca della blockchain. Sperando che non si spezzi la catena.
Terzo, ma non meno importante, Trump ha mostrato ancora una volta di disfare tutto quanto Biden ha tessuto con pazienza per quattro anni. Il suo predecessore ha adottato una linea durissima nei confronti del settore, intensificando regolamentazioni e azioni legali contro le principali piattaforme di scambio. Non a caso, uno dei pochi dettagli che Trump ha dato all’annuncio c’è quello di contrastare gli «attacchi corrotti» contro le crypto attuati dalla precedente amministrazione. Qualsiasi cosa voglia dire.