
In attesa di capire cosa voteranno domani sulla risoluzione di maggioranza, che «accoglie con favore il piano in 5 punti “Re-Arm Eu” proposto dalla presidente della Commissione il 4 marzo», questa mattina gli eurodeputati del Partito democratico dovranno fronteggiare il flash mob pacifista organizzato a Strasburgo da Giuseppe Conte con una cinquantina di parlamentari del Movimento 5 stelle, cui si uniranno esponenti di Alleanza Verdi-Sinistra (si parla di Ignazio Marino e Ilaria Salis) e magari, chissà, anche qualche indipendente eletto nel Pd, ma particolarmente sensibile al tema, come Marco Tarquinio o Cecilia Strada.
Sempre che la stessa Elly Schlein non decida di passare per un saluto anche qui (nelle mie intenzioni sarebbe una battuta, ma non escludo si dimostri una profezia). Se a questo quadro straziante, per quanto riguarda l’opposizione, uniamo lo spettacolo d’arte varia offerto dal governo, con l’inabissamento di Giorgia Meloni, il balbettio del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la propaganda trumputinista di Matteo Salvini, abbiamo la misura della gravità della situazione. E del divario crescente tra un’Europa che si risveglia e si mobilita, nelle sue leadership politiche non meno che nelle sue opinioni pubbliche, e un’Italia ridotta così.
Gideon Rachman, per esempio, scrive sul Financial Times che Donald Trump sta facendo più di chiunque altro per l’integrazione europea, in tre aree chiave in particolare: la difesa, il debito comune e il riavvicinamento con la Gran Bretagna. Le spese per la difesa di cui si discute, per cominciare, si concentreranno verosimilmente in aree in cui i paesi europei sono particolarmente dipendenti dagli Stati Uniti. Mentre il debito comune non servirà solo a raccogliere risorse per gli armamenti, ma anche a sostenere l’euro quale alternativa al dollaro come moneta di riserva globale.
Infine, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro britannico Keir Starmer hanno lavorato gomito a gomito sull’Ucraina e potrebbero formare «un potente triumvirato» con il cancelliere tedesco Friedrich Merz (e mandare tutti assieme un affettuoso saluto all’aspirante pontiera di Palazzo Chigi, aggiungo io). La conclusione è incoraggiante: «Tutti i grandi balzi in avanti dell’integrazione europea sono stati causati da shock geopolitici: prima la fine della seconda guerra mondiale; poi la fine della guerra fredda. Adesso, grazie a Trump, stiamo assistendo alla fine dell’alleanza atlantica. L’Europa rispose con forza e inventiva alle ultime due grandi sfide. Può farlo ancora».
Ecco, mentre sul Financial Times, ma si potrebbe dire sulla stampa internazionale in generale, si parla di queste cose, con questi toni e con questa nettezza, su Repubblica Michele Serra torna sulle ragioni della manifestazione a favore dell’Europa da lui lanciata per sabato prossimo, e scrive quanto segue: «Credo che nessuna delle persone che saranno in piazza ignori che la risposta armigera formulata da von der Leyen cozzi tristemente contro i valori fondativi dell’Unione europea. E al tempo stesso, trascuri la necessità di una difesa comune europea che avrebbe dovuto essere pensata e messa in campo dieci (venti? trenta?) anni fa, ma è l’oggi che ci costringe a discuterne». Se vi sembra di faticare a cogliere il punto, non preoccupatevi: lo avete colto in pieno. Quanto a me, dopo aver letto quelle righe, e avere ripensato all’inabissamento di Meloni, alla demagogia di Conte e alle incomprensibili circonlocuzioni di Schlein, lo confesso, mi sono sentito attanagliato da una struggente nostalgia dei democristiani di una volta. Non dico di Ciriaco De Mita, ma persino di Clemente Mastella. Per la cristallina chiarezza dei loro discorsi e soprattutto per la moral clarity, come avrebbero detto i loro colleghi della destra americana, con cui sapevano fronteggiare le grandi sfide del loro tempo. Almeno in confronto a questi.
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