Colonialismo verdeLa difesa della biodiversità africana è ancora in mano ai bianchi

In “Cattivi custodi” Olivier van Beemen ha condotto una inchiesta giornalistica su African Parks, la più influente Ong di conservazione ambientale del continente africano

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African Parks è stata fondata sulla convinzione razzista che dovessero essere gli europei e i sudafricani bianchi a gestire i parchi africani, «dato che i neri non ne erano capaci», come dichiarò Dick de Kat, il braccio destro di Paul van Vlissingen, che non era da meno. «Una volta ho parlato con una rifugiata angolana nello Zambia occidentale», disse in un’intervista. «La signora stava per avere il settimo figlio! È rimasta seduta tutto il giorno sotto un albero e ha detto: “Al cibo, alle scuole e agli ospedali qui ci pensa l’Onu. Noi non dobbiamo fare nulla”. Sconcertante, no? L’assistenzialismo ha azzerato ogni etica del lavoro. C’è una totale mancanza di iniziativa qui, questi sono mendicanti professionisti».

Van Vlissingen sapeva che all’epoca l’Angola stava uscendo da 27 anni di guerra civile (1975-2002), che aveva causato circa 800.000 morti e 4 milioni di sfollati? Ignorava di proposito il contesto, o non lo conosceva proprio? Gli orrori di quel conflitto erano in parte il risultato delle rivalità geopolitiche della Guerra fredda, dell’ingerenza del regime sudafricano dell’apartheid (con cui Van Vlissingen era in affari) e della nefasta politica di António Salazar, dittatore del Portogallo, l’ultimo Paese europeo a rimanere aggrappato a un impero coloniale fino al 1975.

Vent’anni dopo, African Parks continua ad avere scarsa fiducia nella leadership africana nera. Le cifre parlano da sole: il direttivo della sede centrale è bianco all’88% (una prima verifica del 2022 parlava addirittura del 100%), nelle sedi regionali è all’80%, nelle fondazioni olandesi e statunitensi al 100%, nei parchi i direttori sono bianchi al 59% e i presidenti dei consigli di ammini- strazione al 60%. A livello di gestione e amministrazione locale dei parchi, il personale nero è al 60%.

Quando ne ho parlato con Peter Fearnhead, accennando alla sua pelle bianca spruzzata di lentiggini ha detto: «Mavuso Msimang è nero come solo un africano può esserlo, ma sono sicuro che sarebbe il primo a dire che lui non è più africano di me». È un’affermazione che ho sentito diverse volte durante la mia inchiesta: anche noi sudafricani bianchi siamo africani, perché non dovremmo occuparci del «nostro» continente?

Per African Parks lavorano (e hanno lavorato) anche cittadini bianchi di altri Paesi africani, come Malawi, Zimbabwe o Zambia. Sembra ragionevole: anche i francesi, i tedeschi o i britannici con un background migratorio non occidentale sono «veri» europei, perché quindi gli africani bianchi non dovrebbero essere «veri» africani?

Va detto, a margine, che c’è una notevole dose di opportunismo tra molti sudafricani bianchi. Sono loro a dire «andiamo in Africa» per riferirsi a un viaggio in un altro Paese dello stesso continente, e a vivere perlopiù in riserve bianche con standard di vita in genere molto più elevati rispetto al resto.

La sede di AP si trova in quella che forse è la parte più bianca e ricca dell’Africa. Spesso gli africani bianchi si considerano culturalmente europei e la vecchia generazione ha beneficiato per decenni dell’apartheid, sistema che sanciva in termini legali una superiorità. Le figure di spicco di African Parks fanno parte del «vecchio Sudafrica», mi ha detto Mavuso Msimang durante l’intervista.

In questi vent’anni il razzismo non sembra essere scomparso dall’ONG, né dal conservazionismo ambientale africano in generale. «La salvaguardia della natura per me è una delle ultime roccaforti di razzismo e di esclusione nel continente, resiste a ogni cambiamento», afferma Colleen Begg, da 30 anni attiva nel settore e cofondatrice di Women for Environment. «La resistenza al cambiamento spesso viene dagli stessi conservazionisti “africani e bianchi”, che si impegnano anima e corpo nella missione dando notevoli contributi, ma non ammettono in alcun modo di godere di privilegi sostanziali».

Oggi i manager di African Parks si esprimono in modo diverso da Van Vlissingen e De Kat, ma si verificano ancora episodi che hanno molto a che fare con il razzismo, cui a quanto pare non sempre si risponde in modo adeguato. Da diversi parchi, ad esempio, provengono storie di segregazione. Dal Camerun il primatologo Emmanuel Ayuk Ayimisin riferisce che all’Odza- la-Kokoua, in Congo-Brazzaville, gli operatori bianchi mangiano insieme e ricevono gli alloggi migliori. Stando al suo contratto, afferma, gli spettava quella che lui chiama la «casa dell’expat», dotata di elettricità e servizi igienici, mentre ha dovuto accontentarsi di un’abitazione condivisa con un altro collega. «Il “privilegio bianco” è un fenomeno ben noto nell’ambito della conservazione», afferma. «Non se ne parla, ma è sotto gli occhi di tutti».

Tratto da “Cattivi custodi. Storia e affari di un ambizioso club di benefattori bianchi in Africa” di Olivier Van Beemen, Add editore, 336 pagine, 20,90 euro

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