
Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di World Review del New York Times. Si può comprare, qui sullo store, con spese di spedizione incluse. O in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia dal 28 dicembre.
Quando diciamo che qualcosa è sottovalutato è perché riteniamo che meriti più credito o più attenzione e che forse il mondo, al di là di un piccolo gruppo di fan, non sappia riconoscerne il profondo valore. O forse vogliamo dire che abbiamo iniziato ad apprezzare un qualcosa che per troppo tempo era rimasto nell’ombra. Non deve essere necessariamente qualcosa di tangibile: può essere una pratica che è passata di moda a causa del mutamento delle norme sociali, può essere un rituale che fa parte della vita quotidiana di noi tutti ma che viene spesso trascurato perché ci appare troppo banale o può essere un comportamento che è caduto in disuso con l’evolversi della società.
In questo articolo esploriamo alcuni aspetti della nostra cultura che meritano maggiore attenzione o che sono poco apprezzati e alcuni elementi della nostra vita quotidiana a cui troppo poche persone pensano o che troppo poco persone ascoltano o fanno. Non si tratta necessariamente delle nostre cose preferite, ma di cose che riteniamo possano dirci qualcosa di importante sul nostro mondo rendendolo più interessante. Abbiamo chiesto a un gruppo di opinion leader di rispondere a una domanda che ci sembra sottovalutata, e cioè: “Che cosa è troppo sottovalutato?”.
Alain Ducasse: «Tendiamo a dimenticare il potere dei sogni»
A dodici anni ho preso la decisione cruciale della mia vita, decidendo di diventare uno chef. A essere sincero, non ho mai capito bene il motivo della mia scelta. Allora abitavo con la mia famiglia in una fattoria nel Sud-Ovest della Francia. Vivevamo in modo modesto e non avevo mai mangiato in un ristorante. Eppure, diventare uno chef era sicuramente quello che volevo fare e che poi ho fatto davvero. Ho realizzato il mio sogno. In una società organizzata intorno al raggiungimento di risultati immediati, alla razionalità e alla tecnologia, tendiamo a dimenticare il potere dei sogni. In un certo senso, i sogni non si adattano al resto della nostra vita. Hanno bisogno di tempo, non sono razionali e non sono basati sulla tecnologia, ma sono il risultato di associazioni poco chiare e imprevedibili di idee che spuntano per caso nella nostra mente.
Nella mia vita professionale do ancora valore ai sogni. Quelli che il mio team di giovani dirigenti chiama “progetti” per me sono dei sogni. Quando apro un ristorante – cosa che accade molto spesso – tutto inizia da un sogno. Dove sarà ubicato questo ristorante, che tipo di persone attirerà e che tipo di cibo offrirà? Lascio che la mia mente vaghi liberamente tra molti pensieri non organizzati. Da questo caos, pezzo dopo pezzo, emerge un’idea. Il passo successivo è semplice: trasferisco le mie idee nel mondo reale. Porsi in ascolto dei propri sogni è il modo migliore di condurre la propria vita. All’École Ducasse, la mia scuola professionale di arti culinarie, abbiamo accolto molte persone che hanno deciso di cambiare il corso della loro vita dopo la pandemia di Covid.
I nostri studenti provengono da settori economici molto diversi, ma scelgono di lavorare nell’ospitalità per seguire il sogno che sta loro più a cuore. Quando vedo quanto sono motivati, so che avranno successo. E qui non si tratta solo di successo professionale, ma di qualcosa di molto più prezioso. La posta in gioco è il successo personale, che rende felici e conferisce armonia alla propria vita. Sognare può essere considerato un lusso dal momento che richiede del tempo, che è la nostra risorsa più rara. E può essere considerato inefficace perché è un’attività che ignora deliberatamente i vincoli e la logica. Ma non bisogna sottovalutarne la potenza. Io credo che i sogni facciano girare il mondo.
Anitta: «Il funk carioca riflette la realtà quotidiana di molti brasiliani»
Sono nata e cresciuta in una favela di Rio de Janeiro. Ho vissuto in prima persona lo spirito del funk carioca, noto anche come funk brasiliano. Sebbene questa musica sia estremamente popolare in Brasile e in alcune altre parti dell’America Latina, si tratta di un genere sottovalutato a livello globale, nonostante la sua miscela unica e vivace di suoni. Oltre al suono, il funk carioca rispecchia la realtà di molti brasiliani ed è un modo per raccontare le loro storie, compresa la mia. Dal punto di vista musicale, il funk carioca fonde alcuni sottogeneri dell’hip-hop con la musica dance elettronica, il freestyle e il pop – dando al tutto un particolare tocco brasiliano. Questo mix ad alta energia crea un’atmosfera elettrica grazie ai ritmi di batteria e ai campionamenti di melodie e di ritmi popolari a cui si aggiungono delle voci non troppo educate.
La mia canzone Joga pra Lua – che si traduce in “Twerka per la Luna” – incarna questo sound. Il funk carioca è nato nelle favelas brasiliane negli anni Ottanta. Questa musica vibrante rimane il cuore pulsante di quartieri come quello in cui sono nata io, che si trova in una zona popolare alla periferia di Rio. Come l’hip-hop in America, il funk carioca è un’espressione genuina dei problemi sociali che affliggono la gente di Rio. C’è stato un momento in cui il governo brasiliano ha pensato di criminalizzare il funk per i suoi testi che riflettono i problemi quotidiani delle favelas. Ma la scena funk delle favelas è il luogo in cui è iniziata la mia carriera di cantante ed è grazie a questa musica che molti giovani brasiliani hanno modo di esprimersi.
Mentre la musica riflette la realtà, le feste nelle favelas, spesso chiamate baile funk, portano la musica a un altro livello. Queste feste offrono una fuga dalle difficoltà descritte nelle canzoni. La resilienza e la voglia delle persone di ritrovarsi insieme hanno contribuito in modo determinante a rendere il funk brasiliano quel fenomeno che è diventato e hanno avuto un ruolo essenziale per dare forza alle donne e per celebrare la libertà sessuale.
Il funk carioca ha anche un ruolo significativo nell’economia di Rio e continua a sostentare innumerevoli famiglie in zone come quella in cui sono cresciuta. I miei spettacoli riflettono l’anima di queste feste funk brasiliane. Spesso, mentre mi esibisco, tra la folla si formano cerchi di persone che ballano. Io sono testimone del senso di comunità che la musica funk carioca è in grado di creare, mentre mi trasporta nel passato, facendomi riprovare le sensazioni che mi trasmettevano le feste di un tempo nel mio quartiere natale. E tutto questo mi ricorda il potere unificante del funk brasiliano.
Sara Jane Ho: «Il galateo non è qualcosa di statico»
Spesso le persone si oppongono alla nozione di “galateo”. Molti pensano che si tratti di una reliquia dell’alta società appartenente a un’epoca ormai tramontata, in base alla quale dovremmo preoccuparci di ricordare quale forchetta usare, di volta in volta, quando ci troviamo a tavola. La parola “galateo” può apparire, per così dire, repressiva, come se con essa si indicasse un qualcosa che è destinato a irregimentare e a limitare quello che siamo. Ma non si tratta invece di un concetto statico. Al contrario, il galateo è una pratica creativa e duttile che mira a far risplendere la migliore versione possibile di noi stessi. E ha anche il potere di adattarsi alle esigenze dei tempi che cambiano.
Non è necessario aderire alle convenzioni del passato solo per il gusto di seguire le regole del galateo, ma apprendere il motivo per cui alcune importanti tradizioni sono diventate tali può aiutarci a capire il modo in cui funzionano i nostri comportamenti. L’abitudine di stringersi la mano è nata anticamente dalla volontà di mostrare all’interlocutore di non essere armati. E, in modo analogo, l’usanza di brindare si è sviluppata affinché i padroni di casa potessero rassicurare i loro ospiti sul fatto che non li stessero avvelenando: infatti, nel brindisi, si fanno cozzare i bicchieri in modo che un po’ dell’alcol presente nel proprio calice schizzi in quelli degli altri.
Molti precetti del galateo che sono condivisi da culture diverse hanno radici che affondano nella diffidenza che nutriamo per il prossimo. E sappiamo bene che questa diffidenza si sta aggravando e che il nostro tessuto sociale si sta sfilacciando sempre di più. Ogni giorno si sente qualche nuova storia intorno a episodi di formidabile maleducazione e, a volte, persino di violenza. Per secoli il galateo è stato uno strumento efficace per mitigare le frizioni causate delle disparità sociali. E anche oggi potrebbe aiutarci a neutralizzare i fenomeni di polarizzazione tossica e a vivere in pace con i nostri vicini, anche (e soprattutto) quando non siamo d’accordo con loro.
La pratica di una comunicazione rispettosa e di un ascolto attivo e la capacità di risolvere i conflitti sono solo alcuni esempi di come possiamo usare il galateo per andare più d’accordo con gli altri in un periodo di instabilità geopolitica. La partigianeria può dividere il nostro mondo, ma se l’obiettivo delle diverse parti è quello di raggiungere gli stessi scopi, e tutti tengono a mente il galateo il dibattito può diventare costruttivo. Il momento attuale richiede un ripristino delle regole di cortesia nella società civile. E i principi del galateo, troppo spesso sottovalutati, possono aiutarci a raggiungere questo obiettivo ricordandoci la nostra comune umanità.
Jillian Turecki: «Una relazione dovrebbe farci sentire bene»
Passo molto tempo a studiare l’amore per comprendere che cosa lo faccia funzionare, che cosa lo faccia durare e che cosa io possa fare per aiutare le persone a trovarlo. È il mio lavoro e anche la mia passione. La volontà di capire questa cosa così profondamente umana – il desiderio di una relazione e di una esistenza condivisa con qualcuno – mi ha dato un grande scopo nella vita. Tuttavia, nel corso della mia carriera di coach relazionale, ho scoperto che spesso dimentichiamo l’idea, molto sottovalutata e in un certo senso radicale, in base alla quale una relazione, per quanto possa richiederci anche qualche sforzo, dovrebbe innanzitutto farci sentire bene. Nel mio viaggio di scoperta, ho visto quanto molti di noi siano impreparati ad amare.
L’educazione sessuale raramente insegna le abilità relazionali di cui abbiamo bisogno per far durare le relazioni. Senza un’educazione completa, troppi di noi cadono in luoghi comuni sull’amore o in narrazioni che li bloccano in relazioni che non funzionano. Pensiamo al refrain secondo cui “una relazione è un lavoro”. Beh, certo. Senz’altro dobbiamo fare qualche sforzo per far sì che una relazione duri, dobbiamo lavorare per guarire le nostre ferite pregresse che portiamo in una relazione, dobbiamo imparare a riparare i danni dopo un conflitto e a comunicare le nostre esigenze e dobbiamo impegnarci a sostenere la nostra partnership contro il mondo là fuori – e cioè contro quelle forze esterne che possono pesare su una relazione.
E, certo, tutto questo richiede un po’ di fatica. Ma la vita di coppia non dovrebbe assomigliare a un lavoro a tempo pieno: dovrebbe essere un rapporto facile da affrontare per il nostro sistema nervoso e non un qualcosa che ci fa salire il cortisolo o prosciuga le nostre energie. Una relazione dovrebbe essere piacevole. Vediamo come sia altrettanto facile ignorare la necessità di sentirsi bene anche quando pensiamo ad altri aspetti legati alle relazioni. Un rapporto di coppia dovrebbe essere appassionato, giusto? Sì. Ma ho visto quanto sia semplice confondere la passione con il caos, mentre si cerca di inseguire i picchi e i crolli del proprio sistema nervoso.
La realtà è che la passione dovrebbe anche farci sentire bene. Dovrebbe far stare bene il nostro corpo, non creare scompiglio. L’obiettivo di una relazione è sentirsi bene e al sicuro con il partner, in modo che questo sentirci al sicuro possa diventare una rampa di lancio per l’eccitazione, la passione e la crescita. Più imparo a conoscere l’amore e più ne ho la certezza: il nostro corpo sa bene che cosa sia giusto per noi e per questo dobbiamo ascoltare quello che ci comunica.
Paavo Järvi: «Un’orchestra è un microcosmo che rappresenta una società ideale»
Nel mondo contemporaneo, in cui si riesce a mantenere l’attenzione solo per breve tempo e la cultura popolare privilegia contenuti facilmente digeribili, l’orchestra sinfonica costituisce un gioiello profondamente sottovalutato. L’orchestra, infatti, non costituisce solo il bastione di un’arte elitaria, ma rappresenta anche una società ideale in cui prevalgono l’armonia e la cooperazione. Indipendentemente dal suo background, dall’etnia a cui appartiene o dalle sue preferenze personali, ogni persona che fa parte di un’orchestra conosce il proprio ruolo, ascolta gli altri e contribuisce a raggiungere l’obiettivo comune di creare la migliore performance possibile.
Un’orchestra è un microcosmo che rappresenta una società ideale. È composta da prime parti e da musicisti altamente preparati che collaborano e scendono a compromessi, pur avendo ciascuno le proprie opinioni. Il processo decisionale in un’orchestra è democratico, ma rispetta una gerarchia; i musicisti si fidano e seguono la visione del direttore d’orchestra, pur mantenendo un certo grado di indipendenza e di espressione personale.
Questo delicato equilibrio rispecchia una società ben funzionante in cui gli individui lavorano insieme rispettando la leadership. Oggi le orchestre sono emarginate a causa di un clima culturale che spesso respinge quelle attività intellettuali che hanno bisogno di un impegno artistico profondo e che vengono erroneamente percepite come un simbolo di elitarismo quando, in realtà, incarnano proprio l’opposto.
La musica classica è molto più di un semplice intrattenimento: mira a provocare il pensiero e la riflessione. Tuttavia, la sua complessità percepita e il fatto che in molti contesti sia sempre meno diffusa fanno sì che tante persone la considerino inaccessibile o irrilevante. Ma si tratta di un grave equivoco, poiché la musica classica è una cronaca della civiltà umana che cattura le profondità emotive e intellettuali del nostro viaggio collettivo trascrivendole nel linguaggio della musica.
Con il suo ricco e intricato repertorio composto dalle opere di geni come Beethoven, Mozart, Mahler e Stravinskij, l’orchestra sinfonica merita maggiore riconoscimento e protezione. Costituisce l’apice dell’espressione culturale umana e riflette le complessità e le sottigliezze del nostro patrimonio comune. L’orchestra sinfonica dovrebbe essere salvaguardata dall’Unesco, affinché si conservi e possa essere apprezzata dalle generazioni future. Riconoscere l’inestimabile contributo che l’orchestra offre al nostro tessuto culturale è essenziale per mantenere la ricchezza e la diversità della nostra espressione artistica.
Alicia Malone: «Una selezione da parte di un esperto è piena di incongruità e di puro istinto umano»
Dal momento che guardo film per lavoro, si potrebbe pensare che io non sia mai indecisa su che cosa guardare. Ma, come molti di noi, anch’io ho perso innumerevoli ore a scorrere inutilmente delle liste. Navigare tra le infinite piattaforme e gli infiniti canali può essere deprimente. Non esiste una gerarchia dei contenuti. Visto che tutto è mescolato insieme, ho la sensazione che ci siano troppe cose da vedere e, allo stesso tempo, niente di bello da guardare.
Gli algoritmi che suggeriscono i film non sono una soluzione: non capisco perché ci propongano film simili a quelli che abbiamo già visto. La vera gioia di guardare un film sta nella scoperta: trovare un film di cui non si è mai sentito parlare e che diventa uno dei nostri preferiti, finire coinvolti da una storia che ci fa considerare un argomento sotto una luce diversa, vedere un film che non è di nostro gusto, ma che ci offre un argomento di cui discutere con gli amici. Non dimenticherò mai il momento in cui ho visto per la prima volta Femmina folle in tv e quanto sono rimasta incantata dal volto di Gene Tierney mentre commetteva azioni oscure in un brillante Technicolor.
Non avevo capito che i film noir potessero essere colorati e, come Dorothy ne Il mago di Oz, mi sentivo come se il mio mondo stesse passando dal bianco e nero al colore, espandendosi sempre di più a ogni nuova scoperta cinematografica. Nel decidere che cosa guardare, mi sono sempre affidata ai consigli degli esperti per uscire dalla mia zona di comfort. Da adolescente, nella mia videoteca di Canberra stringevo la mia copia della Leonard Maltin’s Movie Guide, tenendo in considerazione anche i “consigli dello staff” offerti da chi lavorava nel negozio. Ma la tecnologia ci ha poi spinti ad affidarci sempre meno ai consigli umani.
Nella miriade di servizi di streaming che offrono contenuti apparentemente illimitati, il canale via cavo Turner Classic Movies in cui lavoro come conduttrice è tra i pochi in cui l’uomo ha ancora il controllo. Un altro è Criterion Channel, che offre un servizio di streaming. Entrambi sono gestiti da conoscitori di cinema con anni di esperienza, che selezionano i film e li inseriscono in programmi tematici. E, avendo una navigazione semplice, questi canali incoraggiano sia i cinefili sia i neofiti a fare scoperte.
Infatti, dopo sei anni a Turner Classic Movies mi capita ancora di trovare film che non ho visto. Mentre le casse automatiche diventano la norma e l’IA prende il sopravvento, spero che non perderemo mai la competenza di chi è abile nella programmazione cinematografica. Perché una selezione fatta da un esperto è piena di incongruenze e di puro istinto umano. Ed è per questo che non può essere replicata dalla tecnologia.
Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di World Review del New York Times. Si può comprare, qui sullo store, con spese di spedizione incluse. O in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia dal 28 dicembre.