Ursula von der Leyen dice al Financial Times che l’Unione europea è pronta a prendere serie contromisure, a cominciare dalla tassazione dei ricavi pubblicitari delle grandi aziende tecnologiche, se durante i novanta giorni di sospensione dei nuovi dazi annunciati da Donald Trump (sospensione peraltro molto parziale) non si dovesse arrivare a un «accordo pienamente equilibrato».
Intanto però le tariffe su acciaio e alluminio che hanno colpito l’Europa restano in vigore, mentre i dazi decisi dall’Ue come ritorsione sono già stati sospesi, appena ventiquattro ore dopo la loro approvazione. Evidentemente, una vittoria per quei paesi, Italia in testa, che sin dall’inizio chiedevano di non rispondere all’aggressione americana, e un incoraggiamento per il viaggio di Giorgia Meloni a Washington, il 17 aprile.
Mercoledì scorso scrivevo in questa newsletter che Big Tech dovrebbe essere il primo bersaglio della ritorsione europea, anche con misure di carattere regolatorio, persino a prescindere dall’andamento della partita dei dazi, e sono dunque ben felice che von der Leyen cominci a mettere nel mirino i giganti del web. A condizione, però, che sia disposta a premere il grilletto. Al momento, insomma, non sono sicuro che quello inviato dalla Commissione europea sia un segnale di grande forza.
Minacciare misure ancora più radicali mentre si ritirano le poche effettivamente decise, già di per sé largamente inferiori rispetto a quelle subite, mi pare la versione diplomatica del classico «tenetemi che sennò spacco tutto». Non certo il modo migliore di trattare con un bullo deciso a usare fino in fondo tutto il suo potere di ricatto per estorcere l’accordo più favorevole.
Nella sua intervista, la presidente della Commissione parla di «un’ampia gamma di contromisure» pronte nel caso in cui l’esito dei negoziati «non fosse soddisfacente», e sottolinea giustamente come il presidente americano parli solo del deficit americano nel commercio dei beni, sorvolando sull’ampio surplus nel commercio dei servizi.
Von der Leyen rilancia inoltre la necessità di riformare l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e conclude con la tipica frase fatta sempre buona per simili circostanze («Mai sprecare una crisi») che tuttavia, dato il contesto, il clima e il carattere dell’interlocutore, contribuisce a dare l‘impressione di un certo spaesamento. Come se i vertici europei fossero ancora convinti, nonostante tutto, di poter accomodare ogni cosa, alla Casa Bianca, davanti a una tazza di tè.
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