Mercoledì 9 aprile, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato una pausa di novanta giorni su gran parte di dazi appena imposti a oltre sessanta Paesi. Non si tratta però di una vera tregua commerciale. Come ha spiegato la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, il nuovo assetto prevede una tariffa generalizzata del dieci per cento su quasi tutte le importazioni, mentre restano attive le aliquote del venticinque per cento già in vigore su acciaio, alluminio e automobili. Soprattutto, la Cina è esclusa da qualsiasi riduzione: i dazi sulle merci cinesi sono stati aumentati dal centoquattro per cento al centoventicinue per cento, con effetto immediato.
La decisione della Casa Bianca è arrivata poche ore dopo il crollo dei principali indici azionari mondiali. Nei quattro giorni successivi all’annuncio iniziale di Trump del 2 aprile, la capitalizzazione complessiva delle società quotate sullo S&P 500 è calata di circa sei trilioni di dollari. Gli investitori si sono riversati sul mercato obbligazionario, causando un’impennata nei rendimenti dei titoli di Stato americani e una fuga dagli asset denominati in dollari. Il prezzo del petrolio è sceso sotto i cinquantasei dollari al barile, il livello più basso degli ultimi quattro anni.
Dopo giorni di smentite ufficiali — il 7 aprile la Casa Bianca aveva definito «fake news» l’ipotesi di una revisione delle tariffe — l’amministrazione Trump ha lasciato intendere che nei prossimi giorni potrebbero essere annunciate ulteriori esenzioni su base aziendale, anche se non ha specificato cosa voglia dire; e che le trattative multilaterali continueranno anche oltre il periodo di novanta giorni. Ma l’instabilità resta elevata.
Nel frattempo, oltre settantacinque Paesi hanno avviato dei negoziati con Washington per ottenere esenzioni o trattamenti differenziati. Il Vietnam ha offerto una riduzione delle proprie tariffe su prodotti agricoli americani, mentre l’Unione Europea aveva approvato ieri una serie di contromisure, con tariffe del venticinque per cento su una vasta gamma di prodotti statunitensi, dal mais al vetro industriale, salvo poi oggi sospenderli per novanta giorni. «Accolgo con favore l’annuncio del Presidente Trump di sospendere i dazi reciproci. L’Unione Europea resta impegnata in negoziati costruttivi con gli Stati Uniti, con l’obiettivo di raggiungere un commercio senza attriti e reciprocamente vantaggioso. Allo stesso tempo, l’Europa continua a puntare sulla diversificazione delle proprie partnership commerciali, collaborando con Paesi che rappresentano l’ottantasette per cento del commercio globale», ha dichiarato stamattina la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
L’Australia, invece, ha respinto l’ipotesi di un’alleanza commerciale con la Cina per contrastare le tariffe statunitensi: «Non stringeremo alleanze commerciali in funzione antiamericana», ha dichiarato il vicepremier Richard Marles. Anche il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha tentato di smorzare i toni, affermando che la pausa dimostra che Trump «tiene al commercio e vuole accordi su misura con i paesi disposti ad abbassare le barriere».
Se per gran parte dei partner commerciali degli Stati Uniti si apre una finestra negoziale, il confronto con Pechino si intensifica. Il presidente Trump ha dichiarato che «la Cina vuole fare un accordo, ma non sa come procedere». La possibilità di un negoziato resta sul tavolo, ma secondo fonti vicine alla Casa Bianca, la priorità sarà data ad accordi bilaterali con altri Paesi prima di affrontare direttamente Pechino. La Cina ha risposto immediatamente alle tariffe americane con un incremento delle proprie, portandole all’ottantaquattro per cento. Il ministero del Commercio cinese ha inoltre annunciato l’inserimento di nuove aziende statunitensi nella lista delle entità inaffidabili, limitandone l’accesso al mercato interno.
Secondo dati diffusi da ricercatori statunitensi, una quota significativa di prodotti tecnologici venduti in America continua a provenire dalla Cina: circa il settantatré per cento degli smartphone, il settantotto per cento dei laptop e l’ottantasette per cento delle console per videogiochi. I nuovi dazi avranno effetti diretti sui prezzi al consumo e sulla catena di approvvigionamento. Molti venditori cinesi presenti su Amazon hanno già annunciato l’intenzione di ritirarsi dal mercato statunitense.
Negli Stati Uniti, l’incertezza legata alla politica tariffaria ha colpito in particolare il settore della grande distribuzione. Walmart, il principale rivenditore americano, ha avvertito che l’oscillazione dei dazi rende difficile qualsiasi previsione di margine operativo. Il Chief Financial Officer del gruppo, John David Rainey, ha spiegato: «Siamo ancora nella fase in cui stiamo cercando di capire cosa significhi tutto questo per il nostro primo trimestre». Le conseguenze si avvertono anche nella fiducia dei consumatori. Un sondaggio Reuters/Ipsos condotto dopo l’annuncio dei dazi ha rilevato che il settantaquattro per cento degli americani si aspetta un aumento dei prezzi nei prossimi mesi.