Piaccia o non piaccia, negli ultimi anni l’Europa ha fatto della transizione ecologica il proprio orizzonte strategico, investendo politicamente ed economicamente in un futuro a emissioni zero. E, nonostante le crescenti difficoltà politiche ed economiche, il Green Deal rimane una parte importante della strategia europea anche in questa seconda reincarnazione della Commissione Von Der Leyen. Ma dietro questa corsa alla decarbonizzazione si cela un problema strutturale che Bruxelles ha a lungo ignorato e che ora prova a risolvere mettendoci una pezza: per costruire un futuro sostenibile servono enormi quantità di materie prime critiche che l’Europa non possiede e non controlla. Litio e cobalto per le batterie, terre rare per magneti e sistemi di difesa, gallio per i pannelli solari, germanio per l’elettronica, grafite per gli anodi delle batterie, rame per la trasmissione elettrica e manganese per rinforzare le leghe d’acciaio. Tutta roba che abbiamo sempre importato da Asia e Sud America senza farci troppo domande, ma che pandemia e guerra in Ucraina hanno fatto tornare in cima all’agenda delle priorità. In sostanza – come ha ben sintetizzato Stéphane Séjourné, commissario europeo che si sta occupando di questo dossier – la dipendenza dalla Cina per terre rare, litio e cobalto rischia di replicare, con conseguenze ancora più gravi, quella dal gas russo che ha messo in ginocchio l’economia continentale nel 2022.
Quindi? Ora che l’Europa ha scoperto che il Green Deal si costruisce scavando miniere, non solo annunciando obiettivi climatici ci tocca scavare. Letteralmente. Dopo decenni passati a importare materie prime critiche dall’estero il vecchio continente ha deciso di sporcarsi le mani e a maggio 2024 è entrato in vigore il Critical Raw Materials Act, la normativa che punta a garantire l’approvvigionamento sicuro e sostenibile delle materie prime indispensabili per la transizione ecologica e digitale europea, estraendo una parte delle quali propio qui, a casa nostra. Un provvedimento che, di fatto, implica un ritorno al passato, ovvero la riapertura di miniere in un continente che dagli anni ottanta e novanta del novecento aveva progressivamente dismesso le proprie attività estrattive: dalle miniere di carbone della Ruhr in Germania e del Galles in Regno Unito, ai giacimenti di rame di Falun in Svezia e di Montecatini Val di Cecina in Italia, fino alle miniere di piombo e zinco di Tarnowskie Góry in Polonia. Dato che l’attività estrattiva era stata man mano considerata economicamente marginale e ambientalmente dannosa, fu delocalizzata in paesi con normative meno rigorose e costi inferiori.
Ora, però, si cambia strategia: da importatore a estrattore, il continente europeo riscopre la sua antica vocazione produttiva. Il provvedimento europeo fissa obiettivi ambiziosi già per il 2030: estrarre in Europa il dieci per cento delle materie prime strategiche, lavorarne il quaranta per cento e riciclarne il venticinque per cento. Lo scorso 25 marzo, poi, a dieci mesi dall’entrata in vigore della normativa, la Commissione ha pubblicato la prima lista di quarantasette progetti strategici distribuiti in tredici Stati membri (di cui ben quattro previsti in Italia), un tentativo di correggere decenni di ritardo in un settore che però richiede competenze, infrastrutture specifiche, e, dettaglio non trascurabile: la materia prima.
Quanti minerali critici abbiamo davvero in Europa?
A questo punto la domanda sorge spontanea: l’Europa possiede davvero risorse minerarie sufficienti per ridurre significativamente la propria dipendenza dall’estero? Diciamocelo fin da subito: la realtà geologica del nostro continente è quella che è. È, ovvero, decisamente meno favorevole rispetto ad altre regioni del mondo. Secondo le stime del Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS), l’Europa detiene appena il tre per cento delle riserve mondiali di litio, contro il ventitré per cento dell’Australia e il ventuno per cento del Cile. Per il cobalto, le risorse europee rappresentano meno del uno per cento del totale mondiale, mentre la Repubblica Democratica del Congo ne possiede oltre il cinquanta per cento.
Va detto, tuttavia, che l’Europa possiede effettivamente alcuni giacimenti, soprattutto nei paesi nordici e nella penisola iberica, e sarebbe un peccato lasciarli inattinti, considerando la situazione di scarsità in cui ci troviamo. La Finlandia, ad esempio, ospita importanti risorse di nichel, cobalto e metalli del gruppo del platino. Il Portogallo e la Spagna hanno significativi depositi di litio, mentre la Repubblica Ceca può contare su giacimenti di manganese. Tuttavia, questi giacimenti contengono percentuali molto basse sul totale globale di risorse (sotto l’uno per cento) per la maggior parte delle materie prime critiche, secondo le stime dell’USGS. Oltretutto, i giacimenti europei sono generalmente di qualità inferiore o più difficili da sfruttare rispetto a quelli presenti in paesi come Australia, Cile o Repubblica Democratica del Congo. Il tenore medio del litio nei depositi portoghesi è circa la metà di quello dei giacimenti australiani, mentre le vene di cobalto in Finlandia sono più sottili e profonde rispetto a quelle congolesi. Ciò significa costi di estrazione più elevati e rese inferiori, un fattore che incide significativamente sulla competitività economica dei progetti europei.
C’è da dire, almeno, che la strategia europea riflette la consapevolezza dei propri limiti geologici e dei propri punti di forza. Se l’Europa è povera di giacimenti, eccelle invece nella raffinazione e nel riciclo, settori ad alto contenuto tecnologico in cui può vantare un effettivo vantaggio competitivo globale. Non sorprende quindi che dei quarantasette progetti selezionati, ventiquattro riguardino la fase di raffinazione e dieci il recupero dei materiali, contro venticinque per l’estrazione (alcuni progetti sono integrati e compaiono in più categorie). In quest’ottica si comprende la scelta di finanziare nuove raffinerie in Portogallo e Francia, riconoscendo che il dominio delle fasi di lavorazione è altrettanto importante quanto l’accesso diretto alle materie grezze. Con la stessa logica, i progetti di economia circolare – quattro dei quali localizzati in Italia, patria dell’industria del recupero – mirano a estrarre materiali preziosi dai rifiuti tecnologici e industriali, diminuendo la dipendenza da nuove attività estrattive e progettando un ecosistema produttivo autonomo dall’inizio alla fine della catena del valore.
Le criticità
Ma i dubbi, purtroppo, non si esauriscono qui: come se non bastasse la scarsità mineraria che madre natura ha lasciato in dotazione al vecchio continente, ci sono altre difficoltà, a partire dall’entità dei finanziamenti pubblici. I quarantasette progetti selezionati necessitano di investimenti per 22,5 miliardi di euro, ma la Commissione Europea ha stanziato appena due miliardi, principalmente sotto forma di garanzie per prestiti. In pratica, Bruxelles non mette direttamente i soldi ma offre garanzie, confidando che il settore privato copra il resto. Un approccio che lascia scoperto il novanta per cento del fabbisogno, scommettendo sull’effetto attrattivo della “etichetta” di progetto strategico. «Senza mettere un centesimo di fondi pubblici, avrebbe già un impatto sul mercato degli investimenti», ha sostenuto ottimisticamente il vicepresidente della Commissione Séjourné, alla conferenza stampa sui progetti a cui era presente anche Linkiesta. Ma nel mercato globale delle materie prime, dove il profitto di breve termine prevale sulla strategia di lungo periodo, non è affatto scontato che gli investitori si facciano avanti per progetti ad alto costo, lungo termine e incerto rendimento. Soprattutto se devono competere con materiali cinesi molto più economici.
C’è poi il nodo della competitività. L’industria estrattiva e manifatturiera europea sconta un pesante svantaggio sui costi di produzione rispetto ai competitor internazionali, a causa di salari più alti, energia più cara e standard ambientali più stringenti. Una disparità strutturale che rende molto difficile per le aziende UE reggere la concorrenza di quelle cinesi, sia nell’approvvigionamento di materie prime a basso costo che nella realizzazione di prodotti finiti competitivi. Il caso emblematico è quello della svedese Northvolt, fino a ieri considerata il fiore all’occhiello dell’industria europea delle batterie, con tanto di generosi finanziamenti pubblici, e oggi fallita per l’impossibilità di tenere il passo dei rivali asiatici, che offrono batterie a prezzi nettamente inferiori. Un paradosso increscioso, visto che tra i quarantasette progetti “strategici” figura anche un impianto di riciclo di batterie proprio di Northvolt, segno di quanto sia difficile per l’Europa garantire filiere competitive e integrate. Interrogato su questa contraddizione, Séjourné ha risposto elusivamente che «il caso Northvolt è una questione di natura più industriale, non rientra propriamente nella strategia delle materie prime critiche». Una risposta che non affronta il cuore del problema: a cosa serve assicurarsi l’approvvigionamento europeo di litio e cobalto se poi le fabbriche europee di batterie chiudono perché non reggono la concorrenza di quelle cinesi?
Infine, aprire o riattivare miniere in Europa significa fare i conti con l’impatto ambientale e le resistenze delle comunità locali. Estrarre minerali significa scavare in profondità, con pesanti conseguenze su suolo, falde acquifere, ecosistemi, salute pubblica e attività economiche dei territori coinvolti. Conseguenze che inevitabilmente suscitano preoccupazione e opposizione nei cittadini e negli enti locali, i quali temono di ritrovarsi con un territorio devastato e senza adeguate compensazioni. La Commissione punta ad aggirare l’ostacolo dimezzando i tempi di autorizzazione: «non più di ventisette mesi per i progetti di estrazione, quindici mesi per la lavorazione e il riciclaggio», ha assicurato Séjourné, «rispetto a una media di dieci anni oggi». Ma così facendo si rischia l’effetto boomerang: valutazioni di impatto ambientale troppo frettolose e superficiali, invece di placare le proteste dei cittadini, potrebbero alimentarle, facendole degenerare in una contestazione generale sui rischi di un “ritorno al passato” di un’Europa sfruttata e inquinata. Interrogato su questo rischio, il vicepresidente ha scaricato la responsabilità sui governi nazionali: «Questa è fondamentalmente una scadenza per l’autorità pubblica nazionale. Sono loro che devono rispettare le scadenze». Salvo poi riconoscere che «produrre in Europa significa anche lavorare sull’accettabilità sociale dei progetti». Il punto è come convincere le comunità locali ad accettare miniere a tempo di record senza adeguate garanzie.
I paesi terzi
Parallelamente ai progetti interni, l’Europa guarda anche oltre i propri confini: e forse è proprio questa la prospettiva più incoraggiante. Durante la conferenza stampa, Séjourné ha rivelato che la Commissione ha ricevuto ben quarantanove candidature da paesi esterni all’UE, un numero significativo che evidenzia la dimensione globale della strategia. «Nelle prossime settimane avremo i progetti selezionati che si adatteranno alla nostra strategia complessiva», ha dichiarato il vicepresidente, aggiungendo che «l’obiettivo è ovviamente quello di de-rischiare anche diversificando». Ovviamente tra queste la Groenlandia rappresenta un caso particolarmente interessante nel mosaico della strategia europea. L’isola artica, territorio autonomo del Regno di Danimarca, è assente dalle mappe ufficiali dei progetti strategici mostrati in conferenza stampa dalla Commissione, ma occupa un posto di rilievo nei piani futuri dell’Unione, assicura il commissario. Séjourné ha infatti lasciato intendere che la Groenlandia rientra nella strategia quando ha affermato che potrebbe «tornare con un elenco di paesi terzi interessati da questo progetto. Questo riguarda l’Ucraina, la Groenlandia, e altri paesi che fanno parte della diversificazione a cui puntiamo». Il potenziale della Groenlandia è effettivamente enorme. Il potenziale dell’isola è effettivamente enorme: la Groenlandia ospita rilevanti giacimenti di terre rare, uranio, zinco e altri minerali critici, con risorse che superano di gran lunga quelle presenti nel resto d’Europa. Secondo alcune stime dell’USGS, il giacimento di Kvanefjeld, nel sud dell’isola, conterrebbe una delle maggiori riserve mondiali di terre rare, un potenziale che ha attirato l’attenzione sia degli Stati Uniti che della Cina.
L’Ucraina è un altro partner strategico esplicitamente menzionato da Séjourné. Il vicepresidente ha confermato che l’UE ha già firmato un memorandum d’intesa sulle materie prime con Kijv, sottolineando che durante la sua recente visita in Ucraina ha ribadito alle autorità locali «che siamo ancora intenzionati a sviluppare ulteriormente il quadro di cooperazione sulle materie prime tra l’Unione Europea e l’Ucraina». In particolare, Séjourné ha evidenziato il potenziale ucraino per la grafite: «Ci sono alcuni progetti che sono stati individuati. […] la grafite può darci circa il dieci per cento del nostro consumo totale, il che non è una cifra trascurabile». Un contributo significativo, considerando che la grafite è essenziale per le batterie e che attualmente l’Europa dipende quasi interamente dalla Cina per questo materiale.
L’approccio verso i paesi terzi non si limita a progetti di estrazione o lavorazione. Entro il 2026, la Commissione prevede di lanciare un «centro di approvvigionamento congiunto» per l’acquisto collettivo di materie prime critiche, sul modello di quanto fatto durante la pandemia per i vaccini, in modo che si possa «scegliere da chi compriamo quando compriamo materie prime». Un’iniziativa che potrebbe rafforzare il potere contrattuale europeo nei mercati globali, ma che solleva interrogativi sulla compatibilità con le regole del libero commercio e sulla possibile reazione di paesi come la Cina, che potrebbero vedere in questa mossa un tentativo di costruire un cartello degli acquirenti occidentali.