Il dato è trattoIl miracolo occupazionale è reale, ma finirà prima che la politica se ne accorga

Senza un massiccio ingresso di donne, giovani e immigrati nel mercato, il calo nel nostro Paese sarà strutturale

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Quanto potrebbe durare il miracolo dell’occupazione in Italia, quello che ha visto il numero dei lavoratori crescere di 2,2 milioni rispetto al minimo dell’inizio del 2021, nel pieno dell’emergenza Covid, e di 1,1 milioni rispetto al massimo precedente, nel 2019? Non moltissimo, secondo l’allarme degli economisti della Banca d’Italia, ma non per i dazi, una guerra o per l’ennesima crisi economica, bensì per qualcosa di più inesorabile e duraturo: la crisi demografica che ci attanaglia da tempo e ormai sta accelerando.

Combinando le statistiche sull’occupazione e sulla popolazione, i numeri sono chiari: applicando gli ultimi tassi di occupazione, in media del 62,2 per cento nel 2024, agli italiani in età da lavoro, tra i quindici e i sessantaquattro anni, avremmo una riduzione dei lavoratori, all’inizio lieve, di pochi punti percentuali, e poi man mano più evidente, maggiore del quindici per cento entro il 2050, e superiore al ventotto per cento entro la fine del secolo. Sarebbe una riduzione più forte di quella che potrebbe colpire i maggiori Paesi europei, Polonia esclusa. Nel caso di Germania, Paesi Bassi e Francia rimarrebbe inferiore al dieci per cento nei prossimi cinquant’anni e, nel caso svedese, ci sarebbe persino un aumento.

I numeri potrebbero essere un po’ meno drammatici se allungassimo l’età lavorativa a settantaquattro anni: gli occupati italiani scenderebbero dell’11,6 per cento entro il 2050 e comincerebbero a diminuire solo dopo il 2030. Tra i motivi c’è il fatto che rimarrebbe un po’ più a lungo al lavoro la generazione dei cinquantenni, oggi la più grande, con 9,6 milioni di persone, molto più ampia di quella che è destinata a sostituirla, composta dai ragazzi che oggi hanno tra dieci e diciannove anni e che sono solo 5,7 milioni. È questa la ragione che rende grave la riduzione degli occupati, anche in assenza di una crisi economica, il fatto che è più veloce della diminuzione della popolazione, che entro la metà di questo secolo sarà del 2,4 per cento.

 

Dati Eurostat

Per lungo tempo gli italiani in età lavorativa diminuiranno, scendendo persino più della generazione più giovane, -8,4 per cento per gli under quindici da qui al 2050, mentre i più anziani, come gli attuali cinquantenni, appunto, saliranno di più del trenta per cento nello stesso periodo, anche del sessanta per cento considerando gli over settantacinquenni, e poi rimarranno stabili.

Ovvero, ed è questo il punto centrale, ancora più del segno meno, ci saranno sempre più anziani per ogni lavoratore, considerando che coloro che avranno tra quindici e sessantaquattro anni e potranno lavorare saranno circa il cinquantacinque per cento o meno della popolazione, contro il 63,3 per cento attuale.

Dati Eurostat

Non accadrebbe, oppure accadrebbe in modo più attenuato, se negli ultimi anni l’incremento occupazionale non fosse stato quasi solo il risultato di un aumento dei lavoratori con più di quarantacinque anni. Soprattutto, se non ci fosse stato, come non c’è stato nel resto d’Europa, un forte calo degli occupati di trentacinque-quarantacinquenni, diminuiti di più di un milione in nove anni, mentre gli over quarantacinque crescevano di 2,2 milioni. È l’effetto del crollo della fertilità iniziato già dagli anni Ottanta e che ha provocato generazioni man mano sempre meno numerose.

 

Dati Eurostat

Certo, è doveroso fare anche altre ipotesi di base, oltre a quella di un allungamento dell’età lavorativa. C’è sempre la possibilità che il tasso di occupazione continui ad aumentare, cosa altamente probabile, è quello che ipotizza anche Banca d’Italia, cioè che la popolazione attiva cresca allo stesso ritmo degli ultimi dieci anni. Questo rimanderebbe la riduzione del numero dei lavoratori a dopo il 2030, se ipotizziamo che invece dell’attuale tasso di occupazione ce ne fosse uno del sessantotto-sessantanove per cento oggi, infatti, avremmo 25,5 milioni di lavoratori, invece di circa ventiquattro, e scenderebbero al di sotto del livello attuale solo nel prossimo decennio.

 

Dati Eurostat

Il destino però sembrerebbe segnato; potrebbe cambiare in misura maggiore solo con mutamenti molto più drastici di scenario. L’unico che potrebbe rallentare la riduzione dell’occupazione a non più del dieci per cento entro il 2050 sarebbe quello di un tasso di immigrazione maggiore di quello previsto nel modello standard di Eurostat.

Ci sono, però, altri fattori che potrebbero invece peggiorare la caduta, e in Italia più che nel resto d’Europa; per esempio un tasso di fertilità inferiore a quello stimato per i prossimi anni, molto probabile, visto l’andamento di questo indicatore negli ultimi tempi, oppure un tasso di immigrazione inferiore. Entrambi porterebbero a una caduta del numero dei lavoratori tra il diciassette e il venti per cento entro metà secolo. Ma l’evenienza peggiore sarebbe quella di uno stop completo all’ingresso di stranieri: in questo calo gli occupati scenderebbero di un terzo per il 2050 si dimezzerebbero entro il 2075.

 

Dati Eurostat

Per Banca d’Italia solo in un caso il numero dei lavoratori non diminuirebbe nei prossimi decenni, consentendoci di sostenere sia il sistema pensionistico sia le necessità di assistenza di una popolazione sempre più anziana: raggiungere i tassi di attività femminili e giovanili svedesi. Ovvero, per esempio, le donne tra i venticinque e i ventinove anni con un lavoro o alla ricerca di uno dovrebbero essere l’83,9 per cento del totale, come in Svezia, appunto, quasi quattro punti più della media Ue e soprattutto molto più del 64,2 per cento italiano.

Sembra una missione impossibile considerando che, anzi, al di sotto dei venticinque anni il tasso di attività delle italiane è addirittura sceso andando sotto il venti per cento negli ultimi trent’anni, mentre in Svezia è arrivato al 56,9 per cento perché molte ragazze lavorano anche mentre studiano all’università. Tra i venticinque e i ventinove anni, invece, dopo un iniziale aumento, dal 2003 c’è stata una diminuzione e poi un leggero recupero, ma nulla di più.

Certo niente di paragonabile al più che raddoppio del tasso di attività delle cinquantenni, salito dalla fine degli anni Novanta ad oggi dal ventotto al 64,5 per cento. È l’ennesima dimostrazione che in Italia l’unica vera riforma con degli effetti nel mondo del lavoro non ha riguardato l’occupazione, ma è stata la riforma delle pensioni, che ha trattenuto al lavoro sempre più over cinquanta.

 

Dati Eurostat

Tutti questi numeri indicano che i trionfalismi per la pur benvenuta e importante crescita occupazionale negli ultimi anni purtroppo lasciano il tempo che trovano. È un miglioramento che si è concentrato in quelle generazioni che tra una decina d’anni saranno fuori dal mondo del lavoro, provocando una riduzione del numero dei lavoratori e, contemporaneamente, una carenza di manodopera e un peso molto superiore all’attuale per chi sarà occupato, perché dovrà sostenere con meno forze servizi indispensabili per i sempre più numerosi anziani.

Le soluzioni, dal punto di vista aritmetico, sono contate, se si esclude un improbabile ripresa della fertilità: o lavoreremo ognuno molte più ore, come in Asia e negli Stati Uniti, o cercheremo di attrarre molti più immigrati di quelli che giungono ora. Entrambe non piacciono alla gran parte degli italiani e men che meno alla gran parte dei politici.

Rimarrebbe, come possibilità, un enorme e senza precedenti incremento dell’occupazione femminile e giovanile, si tratterebbe di portare al lavoro gli studenti e le studentesse, le casalinghe non istruite del Mezzogiorno, gli inattivi che hanno abbandonato da tempo gli studi e non cercano un impiego. Fare come in Svezia, insomma, fare quello che la Svezia faceva già cinquant’anni fa, cosa che richiederebbe uno sforzo in termini di formazione, collegamento tra istruzione e aziende, nonché di welfare di cui non siamo mai stati capaci.

Come quasi sempre accade la soluzione migliore è quella più difficile, ma anche quelle più rapide in questo caso sono però faticose e/o altamente impopolari, ecco perché di fronte alla crisi demografica e alle sue conseguenze, come quelle sull’occupazione, la politica ha messo da tempo e tiene saldamente la testa sotto la sabbia.

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