Nella storia moderna si possono individuare almeno quattro rivoluzioni industriali. La prima risale all’inizio dell’Ottocento ed è caratterizzata dall’introduzione dell’energia meccanica. La seconda, avvenuta alla fine dello stesso secolo, è legata all’elettrificazione, che ha reso possibile la produzione di massa. La terza, a metà del Novecento, coincide con la nascita e lo sviluppo dell’automazione e della microelettronica. La quarta, infine, ha avuto inizio con il nuovo millennio ed è segnata dall’emergere dell’automazione intelligente e dei sistemi cibernetici.
L’intelligenza artificiale, cuore della quarta rivoluzione industriale, è destinata a trasformare il nostro sistema di relazioni interpersonali, influenzando profondamente il mondo del lavoro e il futuro della civiltà umana.
Con il progresso dell’IA, l’essere umano rischia di perdere parte delle proprie capacità cognitive, frutto dell’esperienza, delle relazioni faccia a faccia e del legame con il corpo. Per la formazione di ciascuno di noi saranno fondamentali il confronto tra diverse intelligenze umane, la connessione sociale e quell’intelligenza collettiva che si trasmette da un cervello all’altro, dando vita a una mente molto più estesa.
È l’alba di una trasformazione antropologica imponente, proprio perché l’intelligenza artificiale potrà instaurare relazioni dirette con la coscienza umana. Secondo il fisico Giuseppe Trautteur «c’è il sospetto che questa intelligenza cominci essa stessa a capire». Sostituendosi ad attività intellettuali, essa rischia di soffocare la nostra fantasia e creatività. La ragione è che, con l’intelligenza artificiale, il campo di battaglia sui social si sposta dall’attenzione per un prodotto all’intimità della coscienza.
Va ricordato: abbiamo vissuto di sogni, di costruzioni mitiche attorno alle quali si è formata la civiltà umana. L’uomo è sempre stato il protagonista dei cambiamenti. Ma se il protagonista diventa l’intelligenza artificiale, cosa accadrà alla civiltà così come l’abbiamo conosciuta?
Esiste un secondo problema di fondo. L’intelligenza artificiale generativa non viene eseguita direttamente dal nostro smartphone, ma necessita del cloud. Tutto il potere risiede in chi possiede i server: cinque compagnie statunitensi detengono il cento per cento del controllo, e due di queste ne gestiscono da sole circa il settanta per cento. Le Big Tech respingono ogni forma di regolamentazione, preferendo pagare multe salate piuttosto che sottostare a regole imposte dalle autorità istituzionali.
Dietro i fondatori della società digitale (Elon Musk, Reid Hoffman, Peter Thiel) si intravede la filosofia di René Girard: la grazia e la «salvezza», non sono per tutti, ma solo per chi ha successo. Si passa così dalla sovranità popolare alla sovranità individuale.
Senza controllo, con questa filosofia alle spalle e con un potere enorme e incontrastato nel mondo della conoscenza, non vi è dubbio sugli effetti potenzialmente devastanti per i regimi democratici. Se non sono più in grado di distinguere il vero dal falso, la democrazia entra in crisi, perché si fonda sulla conoscenza dei fatti reali per permettere la formazione di un’opinione consapevole.
Temo, abbia ragione Hannah Arendt: il suddito ideale di un regime autoritario è l’uomo che non distingue il vero dal falso, la realtà dalla finzione. La democrazia si fonda sulla relazione; la relazione genera attrito per poter poi immaginare un punto d’incontro. Se impoverisci le relazioni umane, la democrazia ne esce sconfitta.
Stiamo entrando in una diversa fase del capitalismo, una sorta di modello quasi medievale dove saremo servi di chi possiede i dati. Innovazione senza regolamentazione, scarsa trasparenza, difficoltà per gli apparati democratici di rappresentare una società profondamente cambiata.