
Enric Borràs Cubells, mio nonno, nacque nel 1920 a Gandesa. All’età di quindici anni entrò a far parte delle Joventuts Socialistes Unificades de Catalunya (Jsuc) e a soli diciassette anni fu prelevato dalla Scuola popolare militare, la seconda di Artiglieria, a Lorca, Murcia, dove studiava per diventare ufficiale, e fu inviato come sergente d’artiglieria volontario al fronte di Teruel. Poi, ancora minorenne, andò a combattere alla battaglia dell’Ebro. Fu lì che dovette sparare con gli obici contro la posizione dello Stato Maggiore franchista, sul Coll del Moro di Gandesa, sopra il suo paese, occupato dalle truppe fasciste.
Nel 1939, durante la ritirata, attraversò la linea di confine che divideva la Catalogna tra sud e nord. All’età di diciotto anni, mentre si trovava nella Catalogna sottomessa dallo Stato francese, fu nominato capitano di artiglieria di una guerra già finita. Rimase in esilio fino al 1943, ma aver lasciato la Spagna di Franco non era sinonimo di tranquillità.
Mio nonno passò per tre campi di concentramento francesi, uno dei quali sotto il controllo tedesco. Riuscì a fuggire da quest’ultimo, insieme a un suo compagno di Gandesa, con una storia degna di un film. Un giorno, in cui toccava loro il turno in cucina, uccisero il soldato che li controllava con la mannaia per tagliare la carne e, quando evasero, fuggirono ognuno nella direzione opposta.
Il nonno fu fortunato, ma il suo compagno fu arrestato e morì in un campo di sterminio in Germania. Tornando dall’esilio e varcato il confine, il nonno fu fatto prigioniero e mandato come schiavo a costruire il campo di concentramento spagnolo di Cerro Muriano, dove rimase per due anni. Quando riuscì a uscire, partì per Gandesa, ma dovette fuggire di corsa a Barcellona perché i falangisti del villaggio volevano farlo fuori. Ma né la sconfitta né l’esilio lo fecero arretrare, anzi.
Una volta rilasciato, continuò la sua attività politica con le armi in pugno e partecipò a una guerriglia urbana, apripista dell’Agrupació Guerrillera de Catalunya (AGC), tra il 1945 e il 1946, ma fu arrestato, sottoposto a una corte marziale sommaria e rinchiuso nel carcere La Model di Barcellona. Dietro quelle mura, il nonno trascorse più di quattro anni. Il “Grand Hotel”, come lo chiamava ironicamente.
Durante la sua permanenza in carcere, nel 1948, visse con alcuni dei compagni arrestati durante la nota caduta degli 80, che simboleggiò lo smantellamento di AGC e quasi del Partit Socialista Unificat de Catalunya (PSUC). Il nonno si riunì tra le sbarre con alcuni dei suoi compagni d’armi, quattro dei quali furono fucilati e altri condannati a pene fino a trent’anni di carcere. È stato fortunato, ma l’ha anche pagata cara.
Il 14 aprile 1946 osò gridare «viva la Repubblica!», grido che rimbombò attraverso le mura della Model e fu replicato dal resto dei prigionieri. Ciò comportò due dure conseguenze. Fu mandato per un mese nella cella punitiva, nel seminterrato della prima galleria, dove visse praticamente nudo per trenta giorni. Dopo, come seconda parte della punizione, fu mandato un altro mese nella quarta galleria e, infine, due mesi dopo, entrò definitivamente nella sesta galleria, dove rimase fino al maggio del 1950. Fu poco prima di lasciare La Model che visse uno degli episodi più terribili della sua vita.
Nel giugno del 1949 trascorse sei giorni sotto sequestro dai soldati spagnoli della Segona Bis1 in una txeca2 adiacente alla capitaneria. Lì subì torture e duri interrogatori. Il calvario si concluse con una finta esecuzione dell’Arrabassada e il tentativo di applicare la Llei de fugues per giustiziarlo con un colpo alla schiena. Finalmente, il 9 maggio 1950 fu rilasciato dopo aver scontato più pena del dovuto.
Ventiquattro anni dopo che mio nonno uscì di prigione, i miei genitori si incontrarono in una storia che ritorna alla Model. In quel carcere, il 2 marzo 1974, il giovane Salvador Puig Antich fu giustiziato con la garrota, in uno degli ultimi colpi della bestia franchista.
Il giorno dopo, i miei genitori, che si erano già visti in precedenza, si ritrovarono nel bel mezzo di una manifestazione, tra la pioggia e le cariche di psicopatici in divisa che reprimevano duramente chi osava protestare contro la morte crudele del giovane anarchico. Poco tempo dopo, anche mio padre dovette nascondersi un paio di volte nella pianura del Roussillon semplicemente per aver seguito ciò che mio nonno gli aveva insegnato: difendere la terra dalle grinfie dei suoi occupanti.
Mio padre è stato arrestato due volte, una a ogni lato della frontiera e, come a suo padre, gli hanno teso una trappola per cercare di applicare la Llei de fugues, una volta rilasciato dal carcere di Barcellona. Chissà se la fortuna o l’astuzia di chi ha dovuto imparare a sopravvivere controcorrente mi ha fatto scrivere oggi queste righe. Non importa se è stata una cosa, l’altra o entrambe allo stesso tempo, il fatto è che il passato ritorna sempre se la ferita non viene cauterizzata.
Le ferite che non vengono disinfettate non smettono mai di suppurare, e quella del regime franchista, per quanto alcuni abbiano cercato di nasconderlo, non si è mai rimarginata. L’adolescente che ero a diciassette anni lo intuiva, vivendolo con una naturalezza spaventosa. Ora, un quarto di secolo dopo, mi risulta assolutamente chiaro.
Senza giustizia o riparazione per coloro che sono stati sconfitti dai fascisti criminali, non si potrà mai girare pagina. Il dolore sarà perpetuo e si trasformerà, generazione dopo generazione, in una società sclerotica e diseguale, condannata a ripetere il suo passato. La memoria e la giustizia sono in gran parte i migliori antidoti che l’antifascismo possa usare. Non dimenticare e non perdonare finché non sia fatta giustizia. Ricordare e chiedere sempre giustizia. È il minimo che possiamo fare per tutti quelli che ci hanno preceduto, non è vero?
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