Ancora qualche anno fa a Lampedusa gli abitanti piú anziani confrontavano gli agi e il benessere portati dal flusso di turismo con un periodo immediatamente precedente, quando sull’isola «c’era la guerra». Le loro osservazioni però non si riferivano alla Seconda guerra mondiale, quando l’isola fu bombardata per qualche giorno nel giugno del 1943 nell’ambito delle operazioni preliminari allo sbarco in Sicilia degli Alleati, e poi del tutto risparmiata. Per molti lampedusani «la guerra» arrivò a Lampedusa a metà degli anni Ottanta, quando l’isola – semisconosciuta a gran parte degli italiani e soprattutto degli europei – si ritrovò improvvisamente al centro di una storia molto più grande di lei.
«Buonasera, edizione straordinaria del Tg1 per una notizia molto grave, – annunciava un giovane Enrico Mentana nel tardo pomeriggio del 15 aprile 1986. – Vi leggo l’agenzia Ansa che è arrivata pochi minuti fa: secondo quanto si è appreso a Roma, una motovedetta libica ha sparato dalla distanza di 4 miglia alcuni colpi contro installazioni di telecomunicazioni attualmente in uso degli americani che si trovano nell’isola di Lampedusa». Alle sue spalle, una cartina sfocata ma dai colori forti evidenziava la poca distanza fra l’isola e la capitale della Libia, Tripoli.
Cos’era successo? La prima versione ufficiale degli eventi fu diffusa alle 19,15 con un comunicato stampa del presidente del Consiglio Bettino Craxi, che sintetizzava un discorso tenuto in fretta e furia, poco prima, al Senato: «l’ipotesi piú probabile», si legge nel comunicato, era quella di «un’offesa di un mezzo missilistico portata da lunga distanza», per fortuna senza conseguenze sugli abitanti dell’isola.
Qualcuno, forse le forze armate libiche, aveva lanciato dei missili su Lampedusa. Il giorno dopo tutti i quotidiani cartacei aprirono le proprie prime pagine con questa notizia, arricchita da ulteriori particolari. La sera del 15 aprile gli Stati Uniti avevano comunicato al governo italiano che l’esercito libico aveva lanciato su Lampedusa due missili balistici di fabbricazione sovietica di tipo Scud B, da 5,9 tonnellate e una gittata di circa 300 chilometri. I due missili erano «caduti per fortuna in mare senza fare danni», scrisse il giornalista Roberto Martinelli in prima pagina sulla «Stampa» il 16 aprile.
Sempre secondo il governo italiano, l’obiettivo era l’enorme base Nato sull’isola di Lampedusa, chiamata Loran e piena zeppa di soldati statunitensi. Se i missili avessero colpito la base, sarebbe stato il primo attacco subíto da una struttura della Nato nella sua storia.
Il lancio dei missili fu immediatamente rivendicato dai libici. Ai tempi la Libia era guidata dal leader autoritario Muammar Gheddafi, che era arrivato al potere nel 1969 con un colpo di stato. Dopo anni passati a promuovere una linea politica di non allineamento né alla Nato né all’Urss e a finanziare e sostenere in vari modi diversi gruppi radicali in giro per il mondo, Gheddafi aveva ormai attirato le attenzioni e l’ostilità dell’amministrazione statunitense repubblicana di Ronald Reagan. Il 5 aprile 1986, dopo continue tensioni e scaramucce, una bomba esplose in una discoteca di Berlino Ovest notoriamente frequentata da soldati statunitensi, uccidendo due di loro.
L’attentato venne immediatamente attribuito al regime libico e il 15 aprile, per ritorsione, gli Stati Uniti bombardarono Tripoli e Bengasi, le due piú importanti e popolose città libiche. Negli attacchi morirono un centinaio di libici, di cui la metà civili. Gheddafi raccontò che nell’attacco fu uccisa anche una sua figlia piccola, una certa Hana. Per anni si dubitò persino della sua esistenza, finché nel 2011 un’inchiesta dell’«Irish Times» dimostrò che Hana esisteva davvero, ma che non era morta nel 1986, e anzi lavorava come medica a Tripoli.
Dopo l’attacco il governo italiano minacciò quello libico, con cui pure aveva consolidati rapporti: se ci attaccate di nuovo, reagiremo. Per scoraggiare un’ulteriore escalation, a Lampedusa furono inviate in fretta e furia moltissime unità italiane. Già nel pomeriggio del 15 aprile, subito dopo il lancio dei missili, 6 aerei militari italiani – di cui 4 intercettori e 2 cacciabombardieri – iniziarono a pattugliare il Canale di Sicilia. L’esercito inviò una squadra di paracadutisti della brigata Folgore – e fino al 2014 ebbe almeno un’unità fissa sull’isola – mentre i carabinieri fecero lo stesso con i propri paracadutisti della brigata Tuscania.
Il 16 aprile arrivarono anche una trentina di giornalisti, partiti col primo volo civile disponibile dall’aeroporto di Trapani. Per tutta la durata del tragitto il volo fu scortato da quattro caccia F-104. Poco dopo il suo atterraggio, la pista dell’aeroporto di Lampedusa fu utilizzata da un altro volo, il primo a lasciare l’isola dopo l’attacco. A bordo c’era una scolaresca di cinquanta ragazze e ragazzi di Grosseto, finita nel posto sbagliato al momento sbagliato. Appena atterrati, i trenta giornalisti si trovarono davanti un’isola sull’orlo di una crisi di nervi.
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