
Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – In redazione sono finalmente arrivati gli scatoloni con il numero primaverile de Linkiesta Magazine, la rivista che realizziamo in collaborazione con il New York Times. C’è sempre un po’ di emozione nello sfogliare – e annusare (anche per voi l’odore della carta è uno dei piccoli piaceri della vita?) – per la prima volta un giornale che hai visto nascere e crescere. È il culmine di un processo che ha un non so che di artigianale: si parte con un’idea, c’è una data cerchiata sul calendario (il giorno in cui si va in stampa), e alla fine puoi toccare il risultato.
Al netto degli editoriali d’apertura, focalizzati sui temi di stretta attualità, quello che vedete è un magazine cartaceo di 192 pagine interamente dedicato al cambiamento climatico, con 22 approfondimenti che provano a snocciolare l’argomento con un approccio proattivo, orientato alle soluzioni che abbiamo e potremmo avere per frenare la corsa di un’emergenza incontenibile solo in parte.
Ok, ma quando esce? Oggi, giovedì 10 aprile, nelle migliori edicole di Milano e Roma, e nelle stazioni e negli aeroporti di tutta Italia. In alternativa, potete già ordinarlo online sul Linkiesta Store, senza spese di spedizione. Prima di presentarvi a dovere la rivista, ecco un’altra data: dalle 18:30 di giovedì 17 aprile presentiamo il magazine in uno dei miei posti preferiti a Milano, l’enoteca/naturale (e/n) in via Santa Croce 19/a, a pochi passi dalla Basilica di Sant’Eustorgio e da piazza XXIV Maggio. Il giardino del locale è accogliente e romantico, perfetto per la primavera: se non piove organizziamo tutto lì, altrimenti ci rifugiamo all’interno.
L’ingresso è libero e senza prenotazione: vi aspettiamo per conoscerci, chiacchierare, confrontarci e bere assieme un bicchiere di vino. Uso il plurale perché presenterò il numero assieme a Anna Prandoni, responsabile di Gastronomika de Linkiesta, che nel nuovo magazine ha scritto due pezzi importanti, importantissimi, sull’impatto del cambiamento climatico nei mondi del vino e del cibo.
Proseguiamo. Perché «Il pianeta che verrà»? Perché la cover story, che ho scritto e curato per intero, inquadra lo stato attuale della lotta al climate change (tra mitigazione, adattamento e nuove sinergie) e presenta gli strumenti e gli approcci che dovrebbe avere un’umanità realmente reattiva davanti alle sfide ambientali. Il testo è arricchito dalle interviste a Elena Granata (professoressa di Urbanistica al Politecnico di Milano), Serena Giacomin (meteorologa, climatologa, direttrice scientifica di Italian climate network) e Giulio Betti (meteorologo e climatologo del Cnr), da cui c’è sempre e solo da imparare.
Il sottotitolo della cover story è provocatorio e richiama le armi di distrazione di massa usate da Elon Musk, fissato con la vita su Marte. In realtà, qui abbiamo già le soluzioni per dare un futuro a questo pianeta malconcio e stupendo. Ma dobbiamo fare in fretta sia nella riduzione delle emissioni, sia nelle pratiche per contenere degli impatti ormai inevitabili, perché non ci sono margini di miglioramento nel breve-medio termine. Le illustrazioni sono di Jacopo Rosati, che per la copertina ha usato il titolo come linea di demarcazione tra pianeta ideale e pianeta attuale.
È una cover story ampia (da pagina 44 a pagina 59), ricca di infografiche (di Matteo Riva), fotografie e dati, pensata per prepararvi agli approfondimenti più specifici che leggerete nel resto del giornale. Nelle sezioni “Global” e “Local” troverete gli articoli scritti dai giornalisti de Linkiesta e del Climate Forward del New York Times (le traduzioni sono di Guido De Franceschi).
I temi? Geopolitica dell’energia (di Andrea Fioravanti), assicurazioni contro i disastri naturali (di Lidia Baratta), sport minacciati dal cambiamento climatico (di Alessandro Cappelli), agricoltura e viticoltura (di Anna Prandoni), logistica sostenibile e moderazione del traffico (di Fabrizio Fasanella), comunità energetiche rinnovabili (di Marco Dell’Aguzzo), turismo di massa (di Chiara Beretta), comportamenti ecologici e barriere psicologiche (di Alina Tugend), cemento da decarbonizzare (di Stanley Reed), incendi a Los Angeles vissuti in prima persona (di Anita Likmeta) e molto altro.
A mia firma, al di là della cover story, ci sono altri due pezzi. Il primo è un reportage – con le foto di Studio Figure – a casa di So.De – Social Delivery, che consegna merci in cargo bike a Milano e punta a diffondere un’idea di città ben precisa: una città dove i corrieri hanno dignità e valore, e dove lo spazio pubblico non è ostacolato dai furgoni della logistica. Il secondo è un approfondimento – con un’intervista all’architetto e urbanista Matteo Dondé – sul rapporto tra Città 30 e adattamento climatico.
Il magazine esce in un periodo in cui, dopo anni di speranzosa euforia, clima e ambiente sono scivolati in fondo alle priorità politiche, all’agenda mediatica e al dibattito pubblico. È un processo che, dopo l’invasione russa dell’Ucraina e il 7 ottobre, ha subìto una brusca accelerazione a causa del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, un negazionista con pericolose tendenze antiscientifiche.
Il clima, però, se ne frega di un 78enne che ha scatenato una guerra commerciale fondata sulle teorie di un economista immaginario. Il riscaldamento globale rimane lo stesso, anzi: diventa sempre più violento e pervasivo, indipendentemente dalla sua posizione nelle homepage di siti e giornali; ciò che sta davvero cambiando è il suo aspetto all’interno dell’immaginario collettivo, perché l’azione climatica per come la conoscevamo – un po’ infiocchettata e romanzata – non esiste più, che ci piaccia o no.
È sempre più una questione finanziaria, occupazionale, industriale, sociale, urbanistica. I grandi temi si mescolano, si contaminano, in linea con la dimensione globale in cui siamo immersi. Riconoscere il ruolo del cambiamento climatico è sempre più difficile, ma è per questo che esiste il giornalismo. Un giornalismo che deve essere il cane da guardia (watchdog journalism) della democrazia, e quindi anche del rigore scientifico e del futuro delle nuove generazioni. Noi ci abbiamo provato, e ci proveremo sempre. Buona lettura.


