Un tranquillo weekend di pauraMeloni finge di avere tutto sotto controllo, ma il suo governo sbanda

La premier minimizza sui danni dei dazi americani, prova a contenere l’esuberante alleato antieuropeista Salvini e cerca in tutti i modi di darsi un ruolo da pontiera tra l’Europa e gli Stati Uniti. Ma rischia già il patatrac a Vinitaly

Lapresse

Non è una catastrofe, tranquilli, niente allarmismi, in fondo le esportazioni negli Stati Uniti sono solo il dieci per cento di tutte le nostre esportazioni. Giorgia Meloni al Tg1 addirittura minimizza, ma dovrà spiegarlo, convincendoli, ai rappresentanti delle imprese italiane che intende riunire la prossima settimana. La verità è che sarà un tranquillo weekend di paura quello che l’attende, alla fine del quale forse capiremo qualcosa in più su quale numero si fermerà la pallina europea nella roulette americana e cosa intende fare il governo italiano. Non aprirà certamente una negoziazione bilaterale con gli Stati Uniti, come vaneggia Matteo Salvini, ben sapendo che non si può fare. La propaganda leghista, però, è come il libero arbitrio, tollerato nel centrodestra, soprattutto in questi giorni precongressuali. Facciamolo sfogare, dicono la premier e Antonio Tajani, tanto poi si allinea sempre e dopo il congresso magari si calma un po’. Una speranza mal riposta perché il comportamento del capo del Carroccio è il suo modus vivendi: accusare sempre e comunque l’Europa, difendere le ragioni di Donald Trump che sta facendo gli interessi americani, vuole recuperare il surplus commerciale causato dalla Germania.

Al congresso della Lega, che si svolgerà domani e domenica a Firenze, Matteo Salvini metterà in imbarazzo Meloni. Ripeterà che non possiamo far trattare Ursula von der Leyen perché lei fa solo gli interessi della Germania, che sarebbe la causa principale dei dazi americani. E che ora si riarma, che vuole imporre il piano di ottocento miliardi per il riarmo perché conviene a Berlino, alle sue industrie e a quelle militari della Francia di Emmanuel Macron. Come se la joint venture Leonardo Rheinmetall Military Vehicles – con sede legale a Roma e sede operativa a La Spezia – e tutto il settore della componentistica italiana per l’auto tedesca, fossero bruscolini.

Il congresso leghista di fine settimana andrà di traverso alla premier e al ministro degli Esteri, che devono sopportare Salvini e il suo scoppiettante vicesegretario. In un’intervista al Foglio, Andrea Crippa, ricorda che la Lega è un «partito di strada, di governo e di disturbo», il vero erede di Silvio Berlusconi che apprezzava Vladimir Putin e lo cercava per la pace. Aveva invece, ricorda Crippa, un pessimo giudizio per Volodymyr Zelensky, che avrebbe provocato l’invasione russa dell’Ucraina. E quindi, giustamente, l’amico russo voleva sostituirlo con un governo composto «persone perbene».

Dunque, l’erede di Berlusconi, questo fine settimana verrà incornato di nuovo re leghista, per acclamazione e senza concorrenti, sull’onda di una rottura verticale con von der Leyen. Proprio nelle ore più buie e febbrili dei dazi americani, che richiedono una risposta coordinata dell’Europa. E mentre il leader dei Popolari europei, il tedesco Manfred Weber, domenica sarà l’ospite d’onore di Tajani al consiglio nazionale di Forza Italia.

Giorgia Meloni tocca con mano chi sono gli amici dell’internazionale antiglobalista e sovranista, quanto vale il rapporto privilegiato con Donald Trump. La premier predica calma e gesso, dice al Tg1 che la scelta degli Stati Uniti è sbagliata ma non si risponde ai dazi con altri dazi. Consiglia alla Commissione europea di non farsi prendere dal panico e dall’isterismo. Magari è arrivata l’ora per la premier di rivedere il patto di stabilità. Nessuna rappresaglia o vendetta, ma solo trattative. Una negoziazione magari affidata a Meloni, come chiede il capo delegazione all’Europarlamento di Fratelli d’Italia, Carlo Fidanza, secondo il quale la premier italiana potrebbe facilitare il compito istituzionale di von der Leyen di rappresentare a Washington gli interessi dei «patetici scrocconi» europei.

Il weekend di paura per il governo italiano andrà in scena anche a Verona dove domenica si apre Vinitaly. Alla fiera del vino e dei distillati, i produttori che hanno il loro grande business sul mercato americano non parleranno d’altro: dei dazi americani (venti per cento), delle ripercussioni che avranno sui loro affari, sui due miliardi di esportazione verso gli Stati Uniti, sulle quarantamila imprese e sui quattrocentocinquantamila lavoratori impiegati nella loro filiera. Sono loro che si troveranno davanti il presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana, e i cinque ministri che inaugureranno Vinitaly. Saranno presi d’assalto, vorranno spiegazioni, rassicurazioni. Le vorranno in particolare dalla stessa Meloni, che arriverà a Verona lunedì. E non basteranno gli spiriti alcolici che di solito si aggirano tra gli allegri stand dell’eccellenza Made in Italy a tranquillizzare la paura. Non basterà sentirsi dire che tanto l’americano che compra prosecco e vini italiani non smetterà di comprarli per qualche dollaro in più. Chissà se Meloni annullerà la sua presenza a Verona, come ha annullato ieri tutti gli impegni istituzionali per riunire a Palazzo Chigi un vertice di emergenza sui dazi.

Nel suo entourage escludono che possa dare forfait. Avrà modo di spiegare che non bisogna perdere la testa e farà un discorso anticipato ieri da Tommaso Foti, che ha partecipato al vertice. Bisogna capire, sostiene il ministro per gli Affari europei, se dietro l’iniziativa di Trump vi sia una volontà di andare fino in fondo o una volontà di riequilibrare, continente per continente, nazione per nazione, una bilancia commerciale che negli Stati Uniti è pesantemente deficitaria. Siamo a «Io speriamo che me la cavo».

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