Non convocataGiorgia Meloni è fuori dalla partita ucraina, ma non vuole ammetterlo

Il viaggio a Washington e l’appuntamento in Vaticano hanno confermato che la presidente del Consiglio non è nel primo livello dei leader che contano. Ora deve smettere di ostacolare il protagonismo degli altri, tornando a occuparsi di politica

Giorgia Meloni ai funerali di Papa Francesco (AP Photo/LaPresse, ph. Alessandra Tarantino)

E adesso che s’inventerà Giorgia Meloni? Giocate (male) le carte del viaggio a Washington e della stra-annunciata regia dell’appuntamento mondiale a San Pietro, alla presidente del Consiglio non resta molto altro da fare. La benzina propagandistica è finita. Sabato sera si è sentita a lungo con un’altra figura piuttosto laterale, Ursula von der Leyen, come per darsi una mano a vicenda, forse per capire cosa possono fare le due donne ora che più che mai chiaramente, per quanto spiacevole, è tutto in mano a cinque uomini: Donald Trump, Volodymyr Zelensky, Vladimir Putin, Emmanuel Macron e Keir Starmer.

Le foto storiche di sabato all’interno della Basilica di San Pietro parlano chiaro: al di là delle stucchevoli querelle su chi si sia mosso prima per entrare nel mirino dello smartphone che ha colto insieme i sopra citati (ovviamente tranne Putin), una volta tanto l’immagine coincide con la realtà effettuale: per quanto s’impegni, cosa di cui le va dato atto, Giorgia Meloni non è nel primo livello del mondo che conta. 

È penoso che se la prenda con l’apparato diplomatico, per quanto risulti che non abbia funzionato a dovere: il punto non è questo. Si badi, non ci sarebbe nulla da eccepire: che Parigi e Londra contino più di Roma è una scoperta dell’acqua calda. Il problema è che la Chigi machine monta ogni giorno scenari di cartapesta nei quali Giorgia arriva a cavallo sguainando la spada, mentre l’odiato Macron viene dipinto come un povero Rastignac in cerca di gloria, essendo però un mediocre. E accreditando l’idea che, in parole povere, c’è solo il Gran Capo Americano e lei che ne è la versione femminile e italica.

Ecco quindi il mito della statista fabbricato dai suoi giornali ormai indistinguibili Verità, Libero, Il Secolo, il Tempo e dagli imbonitori disseminati tra Saxa Rubra e via Teulada; o quello del «ponte» tra Europa e America che nessuno ha capito bene cosa sia e che semmai dopo la stretta di mano tra Trump e von der Leyen dovrebbe attagliarsi piuttosto a quest’ultima. 

Adesso è possibile, addirittura probabile, che la partita ucraina sia entrata in una nuova fase nella quale l’unico punto fermo è Volodymyr Zelensky, l’uomo che stolidamente J.D. Vance e Donald Trump provarono a umiliare nel Saloon Ovale e che, dopo l’ovazione del popolo di piazza San Pietro, forse in quei pochi minuti immortalati da Andrij Yermak, capodelegazione dell’Ucraina, è riuscito a fare capire allo zuccone della Casa Bianca che lo zar lo sta fregando (infatti esattamente questo ha scritto Trump rientrando negli Stati Uniti). 

Mentre il duo Macron-Starmer non molla la postazione dei “volenterosi”, Meloni non ha carte in mano, come direbbe Trump, non ha appuntamenti da sfruttare, proposte da avanzare, non ha nulla da dire, nulla da fare se non al massimo ostacolare il protagonismo degli altri, che è un atteggiamento infantile. La Chigi machine dunque non insista con i giochi delle tre carte. Parafrasando Cechov: si occupi di politica, che è meglio.

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