
Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di World Review del New York Times. Si può comprare, qui sullo store, con spese di spedizione incluse. O in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia dal 28 dicembre.
Non è un caso che nei miti e nelle religioni ci siano degli elementi comuni a molte culture diverse che riflettono l’idea che gli esseri umani siano legati tra loro. E se questa convinzione è sopravvissuta per migliaia di anni è perché ha un significato. Che si abbia un punto di vista scientifico-razionalista, filosofico o religioso, la profezia sull’umanità è stata scritta: l’unità è la nostra via verso la sopravvivenza. In questo momento, però, sembra che il mondo si stia dirigendo verso un aumento dei conflitti e delle guerre – e cioè verso un orizzonte insostenibile dal momento che vari Stati sono dotati di armi nucleari. Lo dimostrano le minacce di utilizzare armi nucleari in Ucraina, l’escalation di violenza a cui si assiste in Medio Oriente, nonché la lotta di potere tripolare tra Stati Uniti, Russia e Cina.
Ciò nonostante, prevedo che ricorderemo quest’epoca dell’umanità non come un periodo di transizione verso una nuova guerra mondiale, ma come la vigilia di una cooperazione globale. E pre – vedo che non ci sarà una guerra totale – ovvero quel tipo di conflitto in cui viene utilizzata ogni tecnologia disponibile per sconfiggere il nemico e ottenere una vittoria definitiva – perché questo coinciderebbe con la fine della società umana. A partire dal 1945 – quando gli Stati Uniti sganciarono due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, una svolta epocale con cui il mondo sta ancora facendo i conti – una guerra totale è diventata impossibile.
Ripenso alle parole di mio nonno J. Robert Oppenheimer, il fisico teorico noto a molti come il “padre della bomba atomica”, quando si dimise da direttore del Los Alamos National Laboratory due mesi dopo i bombardamenti in Giappone: «I popoli del mondo devono unirsi oppure periranno. Questa guerra, che ha devastato tanta parte della Terra, ha scritto queste parole. È stata la bomba atomica a scriverle, perché tutti gli uomini le comprendessero». J. Robert Oppenheimer vide in modo molto chiaro che l’umanità stava superando un limite che la – sciava al mondo una sola scelta per il futuro: sceglie – re di cooperare e quindi continuare a vivere come specie oppure di combattere e quindi perire.
In qualità di responsabile del Progetto Oppenheimer, mi occupo direttamente di quella scienza che mio nonno ha introdotto nel mondo. Tale scienza non è, in sé, buona o cattiva: siamo noi esseri umani che dobbiamo decidere come utilizzarla. La fissione – che è alla base della bomba nucleare – ci accompagnerà per sempre. Possiamo usarla per ottenere energia illimitata senza emissioni di carbonio, oppure per produrre bombe. Possiamo lavorare insieme e usarla per salvare il mondo oppure possiamo usarla per distruggerlo. Chiedere un maggiore dialogo tra potenziali nemici non significa che dobbiamo raggiungere una pace perfetta o realizzare un sogno utopico. Ci sarà sempre qualche conflitto. Il conflitto è una caratteristica molto umana che deriva dalla paura. Abbiamo timore delle altre persone, delle altre tribù, perché dobbiamo farlo.
La bellicosità è un vantaggio evolutivo, acquisito dagli esseri umani nel corso dei millenni. Tutti quelli che vivono oggi sono dei sopravvissuti alla guerra o discendono da chi ne ha vinta una. Da ciò derivano la paura e la diffidenza nei confronti degli altri gruppi umani.
Ma la cooperazione è una tendenza evolutiva altrettanto diffusa nella società umana. La scienza è uno degli esempi più avanzati di questa cooperazione: basti pensare che ci ha permesso di creare una tecnologia così potente che potrebbe porre fine all’intera società umana. Ma ora vediamo come nessun gruppo possa monopolizzare una nuova tecnologia sentendosi al sicuro per il fatto di essere stato il primo a svilupparla. Ed è stata la bomba atomica a scrivere queste parole. Finora siamo miracolosamente sopravvissuti alla corsa agli armamenti nucleari: da un picco di 70.000 armi nucleari a cui si era giunti durante l’epoca della Guerra fredda siamo scesi alle circa dodicimila oggi.
La cooperazione umana in tutte le sue forme, perfino nel mezzo dei conflitti, è più intensa che mai, attraverso gli scambi di comunicazioni, beni, servizi – e addirittura di uranio – che si intrecciano anche tra presunti nemici. Oggi il mondo è più piccolo e interdipendente di quanto non lo fosse in passato. Il nostro approvvigionamento alimentare, i nostri trasporti e i nostri sistemi economici sono interconnessi.
La realtà è che abbiamo molti vincoli e che dipendiamo da altri, anche dai nostri nemici, come parte di un sistema globale. Siamo Doomed to Cooperate (condannati a cooperare), per citare il titolo di un libro sui pericoli nucleari del dopo Guerra fredda pubblicato nel 2016 da Siegfried Hecker, ex direttore del Los Alamos National Laboratory e consulente del Progetto Oppenheimer. La cooperazione non richiede l’eliminazione del conflitto e del disaccordo. E non implica nemmeno che dobbiamo accettare le filosofie o i sistemi economici degli altri. Prevede solo che, nonostante le nostre differenze, lavoriamo per raggiungere degli accordi in alcuni settori che sono di fondamentale importanza dal punto di vista politico.
In una guerra nucleare non ci sarebbero vincitori. Il mondo come lo conosciamo finirebbe con una scelta politica di distruzione reciproca pre-programmata. Eppure la minaccia di un’escalation sarà sempre presente finché ci saranno delle armi termonucleari puntate l’una contro l’altra, così come esisterà sempre il rischio che un singolo leader irrazionale possa avviare un conflitto di portata mondiale. Sarebbe molto più costruttivo ricorrere alla diplomazia e allocare le nostre risorse per affrontare quelle concrete minacce condivise che ci riguardano tutti, come la povertà globale, il cambiamento climatico e la crescita esponenziale della tecnologia.
Ognuno di noi ha la possibilità di provare a plasmare il futuro e di contribuire a un percorso verso un mondo più sicuro. Per me, questo significa basarmi sul passato facendo ricorso al nome della mia famiglia. Non ho paura di essere la voce che sostiene una maggiore unità nel mondo, anche se mio nonno alla fine è stato attaccato proprio per questo. Fu definito un ingenuo e fu ritenuto colpevole di insufficiente entusiasmo per le bombe all’idrogeno, ma sopravvisse anche a questo.
Con l’inchiesta sulla sicurezza del 1954 che mise in dubbio la lealtà patriottica di mio nonno e portò la Commissione per l’energia atomica a revocare il suo nullaosta ad avere informazioni cruciali per la sicurezza, fu affermato, di fatto, che gli scienziati non dovessero avere voce in capitolo nelle scelte politiche. Quella cospirazione che mirava a distruggere un eroe di guerra che promuoveva la pace e l’unità ebbe successo.
Nel dicembre 2022, il Dipartimento dell’Energia ha revocato quella decisione e si è scusato: è stato un segno di speranza riguardo alla possibilità che il mondo fosse pronto per un percorso diverso. La guerra non funziona più e non potrà risolvere le minacce globali che derivano dalla nostra continua cooperazione nel settore della scienza e della tecnologia. Il Progetto Oppenheimer ha l’obiettivo di riunire i più importanti scienziati del mondo per discutere, sotto questa luce, di scelte politiche. Questo era il pensiero che mio nonno manifestava quando dava dei suggerimenti o esprimeva le sue idee politiche, ma non riuscì a farci cambiare rotta né a evitare quella corsa agli armamenti dalla quale ci aveva messo in guardia. Tuttavia, i principi da lui delineati sono ancora con noi e sono ancora validi.
Forse non siamo in grado di ignorare la nostra tendenza evolutiva alla paura e al conflitto, ma possiamo incanalarla in una più sana competizione sportiva o economica. E possiamo combattere insieme questo concreto rischio esistenziale promuovendo una maggiore capacità di dialogo per mezzo di argomentazioni razionali supportate dalle lezioni che la storia ci ha impartito. La nostra sopravvivenza come specie dipende dalla nostra capacità di raggiungere un certo livello di cooperazione con quelli che appartengono ad altre tribù e che consideriamo come dei nostri nemici. Troveremo quindi un modo per lavorare insieme, non perché sia politicamente conveniente farlo, ma perché non abbiamo scelta. Siamo condannati a cooperare.
© 2024 THE NEW YORK TIMES COMPANY AND CHARLES OPPENHEIMER
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