Barriere invisibiliCome siamo passati dal confine geofisico al confine culturale

Nel saggio “Per una sociologia del confine”, Ilaria Riccioni spiega perché, in quest’epoca di multiculturalità, i governi di tutto il mondo sentono sempre più il bisogno di regolamentare le frontiere tra Paesi

Foto LaPresse - Marco Alpozzi

Il confine è di per sé un processo naturale di delimitazione di oggetti, territori, culture e relazioni al fine di comporne il criterio e il significato di esistenza stesso. Una relazione aperta, è spesso una non relazione, perché non pone limiti, ma neanche sicurezze e non arriva a divenire, per l’individuo, una relazione distintiva o più significativa rispetto ad altre, temporanee o di passaggio.

Quindi la questione del confine è fortemente correlata anche alla questione della sicurezza, della dominanza, ma anche del significato attribuibile alle dinamiche in corso, che se viste da prospettive diverse, al di qua o al di là del confine, anche immaginario, possono radicalmente raccontare altre storie, quindi porsi all’interno dell’ordine dominante ma anche generare delle resistenze.

La sicurezza, in termini culturali, è un concetto azzardato, perché presume una minaccia dalla diversità e può diventare presupposto e alibi per la chiusura all’altro, condannando lo stesso spazio delimitato al deperimento. In questo senso, molte narrazioni nazionaliste si servono esattamente della forza di demarcazione, consolidamento e gerarchizzazione per legittimare sé stesse, e però proprio queste stesse narrazioni “di forza” vanno a costituire esattamente il potenziale fluido e permeabile che si genera, in risposta, nelle aree di confine, per definizione periferiche ma anche marginali.

Il passo successivo e inevitabile per indagare i luoghi e le dinamiche liminali e periferiche dei contesti di confine, anche di potere, è osservare a quali tipi di comunità o aggregati umani danno luogo. Il dibattito sul multiculturalismo è in questo senso “altisonante” nei suoi termini teorici, ma effettivo nei suoi termini pratici.

Nelle aree di confine il multiculturalismo è una realtà, un fatto sociale inequivocabile che comporta, potenzialmente, una nuova prospettiva sui luoghi che si trovano ad affrontare gli stessi problemi, ma in contesti centrali dello stesso paese. In altri termini, ciò che nelle aree di confine è cultura del quotidiano e dinamica del limite diviene oggi analisi di relazioni complesse che investono però anche le aree urbane, andando spesso a generare forme liminali di confine all’interno delle aree metropolitane.

Gates, infatti, parte dal presupposto che il mondo occidentale è profondamente diviso dal nazionalismo, dal razzismo e dal sessismo, confini culturali sostanzialmente arbitrari ma funzionali all’ordine del discorso dominante e sostiene che l’unico modo per superare queste divisioni – per forgiare una cultura civica che rispetti sia le differenze che le somiglianze – è un’educazione che rispetti sia la diversità che i punti in comune della cultura umana, in sostanza un cambiamento di paradigma educativo, che rielabori dall’interno le concezioni di confine tra le differenziazioni, siano esse nazionaliste, sessiste o razziste e solo in questi termini è possibile una comprensione culturale e interculturale. (Non si può capire il mondo, osserva, se si esclude il novanta per cento del patrimonio culturale mondiale).

Un ultimo aspetto non trascurabile è la complessità aggiuntasi nella e con la società digitale. Le culture umane si sovrappongono, così alla cultura digitale che, trasversalmente, le attraversa tutte a diversi livelli, ma alle quali fornisce strumenti uguali di visibilità, comunicazione e potenziale estensione delle loro aree egemoniche o comunicative, modificandone anche la rappresentazione di sé che prende forma attraverso narrazioni nuove e ibridate, con modelli standardizzati tipici degli strumenti o delle piattaforme utilizzate.

Tratto da “Per una sociologia di confine” di Ilaria Riccioni (Carocci editore), 104 pagine, €12,35

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