Oggi un’Europa di piccole patrie sovrane, che confonde il piano europeo con quello – ben diverso – della politica estera, si condanna a trovarsi al tempo stesso marginale negli equilibri mondiali e squartata dalle grandi superpotenze, capaci di esercitare un’irresistibile forza magnetica. Del resto la centralità dell’Europa negli equilibri mondiali non è un dato di natura e neppure un dato acquisito, ma una condizione contingente data, in buona misura, dalla forza economica e culturale dell’Europa stessa. Forza che ha bisogno di essere riprogettata, rinnovata, ciclicamente rilanciata.
Ma neppure si può pensare di opporre alle seduzioni dei sovranisti l’Europa degli apparati, dei percorsi di integrazione lenti, delle passioni fredde e tecnocratiche. L’Unione Europea, che pure va difesa con forza perché attuale, si può difendere davvero solo progettandone attivamente il superamento.
L’Europa non va rinnovata, ma rilanciata partendo dal più profondo vincolo morale che unisce i suoi cittadini. In mezzo al guado, l’Europa attuale è una carta debole, se ne può e se ne deve rallentare la sconfitta, ma è già scritta. Resta da capire, ed è tutto da scrivere, quale futuro ci aspetta al di là di questa Europa. Se le piccole patrie, periferia dei nuovi imperi, o se una grande patria comune: gli Stati Uniti d’Europa. E gli Stati Uniti d’Europa non sono un sogno avveniristico, ma possono nascere subito. Superando i partiti nazionali e costruendo un unico grande partito continentale in luogo dei partiti socialisti e democratici nazionali. Cogliendo le destre e gli antieuropeisti impreparati e inadatti alla sfida. Un partito del socialismo europeo con un programma e una visione per il presente e il futuro dell’Europa, che si proponga di candidarsi a guidare istituzioni europee realmente democratiche e realmente decisive.
Ma non si tratta di costruire un’Europa per gli europei, funzionale ai nostri affari interni e al mantenimento della centralità che i singoli Stati stanno progressivamente perdendo. L’Europa ha una funzione fondamentale in una dimensione globale, nella politica estera.
Se oligarchie e regimi dittatoriali portano una sfida mortale alla democrazia, come purtroppo le cronache ci raccontano con sempre maggiore frequenza, la nuova Europa deve saper opporre gli strumenti del dialogo e della deterrenza, della politica estera, della diplomazia e, ove fosse necessario come extrema ratio, della forza militare. Sapendo che quest’ultima è una risorsa finalizzata all’esclusivo conseguimento e mantenimento della pace, ma distinguendo in modo netto i concetti, antitetici, di pace e di resa. Dove la seconda è negazione violenta della prima.
Va costruita una forza politica che non sia solo in grado di fare scelte opportune e in quanto tale di raccogliere un consenso maggioritario, ma che rifletta i valori profondi dei nostri sentimenti democratici e umanistici. Che creda nel riscatto della donna e dell’uomo e, proprio perché vi crede fermamente, ne faccia la sua prassi e il suo programma. Che coltivi un amore ostinato per le libertà, che si liberi dei retaggi del collettivismo e vi opponga l’idea di una società plurale, che rifiuti ogni forma di corporativismo preferendo sempre la costruzione di una società aperta, che abbia come missione una lotta senza quartiere e senza confini alla povertà.
Va costruita una forza politica che sia soprattutto una comunità aperta di donne e di uomini. Troppo spesso il dibattito pubblico affronta la politica come una questione di leader e i leader come persone contraddistinte in particolar modo dal coraggio. Se le leadership sono necessarie, pensare che siano una condizione sufficiente per la costruzione di una forza politica ha portato a partiti personali, caratterizzati dalle simpatie e dalle intuizioni del capo, dove i ruoli di responsabilità si assegnano in base alla fedeltà non al progetto, ma al suo leader e dove vige un rigido Führerprinzip, mitigato solo nelle forme da regole e dichiarazioni. Sono strutture che allontanano dalla vita politica i cittadini e che si rivelano non adeguate a reclamare una maggiore democrazia nel Paese proprio perché non conoscono una vera democrazia interna.
Per un percorso fondativo, al coraggio di un individuo va preferita una volontà condivisa. Non perché alternativa al coraggio, ma perché più forte, inarrestabile. La volontà di cambiare le cose, di affrontare e vincere le ingiustizie, crea il coraggio quando e nella misura in cui è necessario. Mentre raramente è vero il contrario, il coraggio non genera la volontà.
Quando si riflette sulle condizioni che possono o meno facilitare una forza politica, il discorso prende la forma del “se”. “Se” gli avversari faranno determinate scelte, “se” gli alleati ci staranno, “se” i giornali, “se” i finanziatori. E molto spesso i “se” diventano dei vicoli ciechi dove si arresta lo slancio. Una volontà condivisa da una comunità larga di donne e uomini trasforma i “se” in “nonostante”. “Nonostante” gli avversari, “nonostante” gli alleati, “nonostante” i giornali, “nonostante” i finanziatori. In questo la volontà è più forte e più decisiva
del coraggio.
Risvegliare l’Italia e risvegliare l’Europa sono sfide grandi, epocali. Vincerle richiede razionalità e sentimento, cuore e critica, pragmatismo e visione. Le paure che agitano nazionalisti e sovranisti sono imbattibili solo fino a quando non incontrano la nostra determinazione. Viva l’Italia, viva l’Europa.
