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“Deportazione di massa, ora”. Questo era lo slogan che compariva su molti cartelli esibiti dalle persone che stavano assistendo a un comizio estivo del candidato dei Repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti, e ora presidente eletto, Donald Trump. Non molto tempo dopo, in Gran Bretagna, sono scoppiati dei disordini quando dei folti gruppi di bianchi di estrema destra contrari all’immigrazione si sono scatenati nelle città di tutto il Paese, fomentati dalla notizia secondo cui un migrante musulmano aveva ucciso dei bambini (quando invece il presunto colpevole, nato e cresciuto in Gran Bretagna, era di religione cristiana). Quelli che ritengono di trovarsi sotto assedio nelle loro stesse case percepiscono i migranti e i rifugiati come una grave minaccia: ma se il problema non fossero loro, ovvero le persone che cercano una nuova casa, ma noi, e cioè persone che vivono già qui in Occidente?
Noi, per quanto mi riguarda, è una parola ambivalente, perché sono anche uno di loro. Io stesso, infatti, sono stato un rifugiato e sono figlio di rifugiati. E così, anche se ora possiedo una casa e ho la cittadinanza americana, mi considero ancora uno di loro nello spirito, se non nei fatti. Come molti rifugiati, non ho mai dimenticato che cosa significhi essere uno sfollato e apparire come qualcosa di meno di un essere umano agli occhi di gran parte del mondo. Alcuni rifugiati, tuttavia, vogliono dimenticare quell’esperienza al punto da scagliarsi a loro volta contro altre persone che cercano di salvarsi attraversando i confini internazionali. Da qui deriva il paradosso in base al quale, talvolta, alcuni rifugiati (o i loro discendenti) chiedono a gran voce, unendosi al coro dei nativisti, di tenere fuori i nuovi arrivati. «Noi siamo i rifugiati buoni», affermano. «Questi nuovi rifugiati e migranti, invece, sono cattivi e illegali. Noi siamo arrivati in modo legale».
Quello della “legalità”, peraltro, è un concetto arbitrario, definito dai potenti a proprio vantaggio. Al di là dei difficili dettagli della legislazione sull’immigrazione (Quanti stranieri bisogna far entrare? Con visti temporanei o status da lavoratore-ospite? Bisogna amnistiare o criminalizzare?), l’elemento principale che spinge le persone a chiedere la costruzione di muri di confine e l’espulsione dei rifugiati e dei migranti è psicologico e ha a che fare con la paura, il biasimo e la sensazione di penuria. Questo cuore di tenebra che pulsa all’interno del terrore suscitato dai rifugiati e dai migranti distorce qualsiasi discussione sulle politiche da attuare e sull’equità, nega le nostre responsabilità e proietta il nostro “io” peggiore su questi strani “altri”, che pensiamo minaccino di fare a noi quello che noi, spesso, abbiamo già fatto a loro in passato.
La nostra percezione dei rifugiati e dei migranti deve cambiare prima che possiamo prendere una qualsiasi decisione governativa che li riguardi. Questo perché quello che i rifugiati e i migranti rappresentano davvero per coloro che li utilizzano come capri espiatori è un’erosione di confini che hanno una loro apparenza concreta in quelle linee geografiche che dividono gli Stati ma che sono invece, in ultima analisi, dei confini interiori legati alla nostra identità in quanto individui che appartengono a una cultura e a una nazione.
La pulsione da parte di alcuni gruppi e di alcune nazioni a dominare persone o territori e a estrarre risorse per il proprio profitto ha condotto a un mondo in cui c’è chi ha e c’è chi non ha – e al conseguente diffondersi della sensazione che non ci siano abbastanza risorse per tutti. Quando si parla di migrazioni, il risultato è duplice: le varie catastrofi economiche, politiche ed ecologiche hanno provocato complessivamente lo sfollamento forzato di 117 milioni di persone e, come conseguenza di ciò, si è diffusa la percezione che si debbano tenere lontane queste persone dalle potenziali nazioni ospitanti per evitare che queste ultime ne siano sopraffatte.
Ma, se da un lato i rifugiati e i migranti sono il risultato degli errori del passato, dall’altro rappresentano anche il futuro. Se li si considera solo come una “crisi” e come un “problema” non si fa altro che ripetere la storia che ha causato, e continuerà a causare, sfollamenti senza precedenti quanto ai numeri. L’attuale differenza con il passato, per quelli che abitano in Paesi ricchi, è che anche loro saranno costretti a migrare. Il disastro ambientale non conosce frontiere e gli sfollati a causa del cambiamento climatico stanno letteralmente sconvolgendo ogni certezza.
Quale sarà la risposta a tutto questo? Quando, negli anni Settanta e Ottanta, i rifugiati vietnamiti fuggivano dal loro Paese via mare venne coniata l’espressione “boat people” e le loro vicende suscitarono compassione a livello globale facendo sì che essi trovassero ospitalità. Il mondo era a conoscenza della guerra in Vietnam e diverse centinaia di migliaia, se non addirittura un milione, di rifugiati riuscirono a essere “assorbiti”. Allo stesso modo, quando nel 2015 il corpo di Alan Kurdi, due anni, fu fotografato mentre giaceva senza vita, a faccia in giù, su una spiaggia del Mediterraneo, quell’immagine suscitò un’ondata di emozioni. Ma Alan Kurdi, un rifugiato siriano, incarnava un problema ben più grande di quello posto a suo tempo dai rifugiati vietnamiti, e cioè il problema di capire come poter assorbire decine di milioni di persone costrette alla fuga – e come impedire, soprattutto, che altre persone fossero costrette a lasciare le loro case.
Quella pietà che aveva funzionato per i rifugiati vietnamiti non era sufficiente per Alan Kurdi e per gli altri 21 milioni di rifugiati che si calcolava ci fossero nel mondo al momento della sua morte. Nove anni dopo il loro numero è cresciuto fino a 43 milioni, una cifra che non include gli “sfollati interni” che non hanno lasciato il loro Paese ma hanno dovuto comunque abbandonare la loro casa.
Se non bastasse la pietà, potrebbe forse essere l’empatia a costringerci a offrire ospitalità? Gli insegnamenti di diverse religioni ci invitano ad accogliere lo straniero, a nutrire gli affamati e a dare senza aspettarsi qualcosa in cambio. E, se non bastasse neanche l’empatia, potrebbe forse essere la logica a modificare le scelte politiche e i nostri atteggiamenti? Alcuni studi sostengono che i rifugiati e i migranti sono utili e necessari per l’economia, per non parlare degli altri modi meno quantificabili attraverso i quali offrono un loro contributo culturale che passa per il cibo, la musica, la danza, le idee e la creatività. O potrebbe essere forse l’interesse personale, alla fine, a sconfiggere la paura, qualora riconoscessimo che il nostro benessere nazionale e globale potrebbe crescere se mitigassimo o eliminassimo il militarismo, il consumismo, il capitalismo e il colonialismo, tutte forze che finiscono inevitabilmente per prendere a molti per dare a pochi, costringendo così milioni di persone a spostarsi per cercare rifugio altrove?
Non si tratta di idealizzare i rifugiati e i migranti né di dire che sono migliori di noi a causa delle loro sofferenze. Tuttavia, ci vuole un enorme coraggio per percorrere centinaia di chilometri attraverso la giungla o altri territori ostili o per salire su un’imbarcazione sovraffollata e poco sicura, come stanno facendo oggi molti africani e come fecero allora i vietnamiti. Molti di quei vietnamiti sapevano che le probabilità di sopravvivere al viaggio erano basse, forse solo una su due.
Per poter comprendere meglio i rifugiati e i migranti, quelli di noi che non hanno mai affrontato in prima persona un’emigrazione forzata dovrebbero prima comprendere che la loro complessità è legata alla nostra, che la loro condizione è stata plasmata dalle nostre scelte quanto dalle loro e che il loro destino preannuncia il nostro. Loro sono già stati costretti ad agire, mentre molti di noi hanno avuto la fortuna di non rendersi conto – almeno finora – della gravità della propria situazione. Salvare i rifugiati e i migranti significa salvare noi stessi, ma perché questo avvenga non bastano né la pietà, né il senso di ospitalità, né l’empatia e non basta nemmeno l’interesse personale. C’è bisogno del coraggio di agire, sia individualmente sia collettivamente. C’è bisogno di un’immaginazione che sia capace di vedere come l’abbondanza potrebbe prevalere sulla penuria se solo sapessimo riprogettare le nostre società per conservare e condividere le risorse, che sono più che sufficienti per sostenere l’intera umanità su questo pianeta.
Dobbiamo raccontare una storia diversa, in cui non c’è una crisi dei rifugiati o dei migranti – i cui flussi, in ogni caso, non sono un fenomeno che possiamo tenere lontano da noi grazie a dei muri, così come non possiamo evitare l’innalzamento del livello dei mari. La sfida che dobbiamo affrontare è invece un’altra: se solo avessimo il coraggio di guardarli, i volti dei rifugiati e dei migranti sono in realtà uno specchio in cui si riflettono i nostri volti. Possiamo rifiutarci di guardare quei volti. Possiamo distruggere quello specchio. Oppure possiamo guardarli e vedere in essi i nostri stessi volti, che ci chiedono di trasformare noi stessi. Non solo per il loro bene, ma anche per il nostro.
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