Demenza naturaleIl culto della longevità, e altre ossessioni della Silicon Valley

La serie “CAPTURED” di Coda Story racconta le manie dei miliardari tech tra bioingegneria, neurodiritti e ideologie mascherate da innovazione. Un’indagine che mette in discussione chi decide il futuro, e a quale prezzo

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Questa settimana il magazine online Coda Story ha pubblicato i primi articoli e podcast della serie “CAPTURED: The Secret Behind Silicon Valley’s AI Takeover”. «Metà riflessione filosofica e metà giornalismo investigativo», usando le parole della caporedattrice Natalia Antelava (ex corrispondente della Bbc), la serie esplora la nuova religione della Silicon Valley: i suoi profeti, le sue aspettative messianiche e la sua ricerca di trascendenza. 

Come raccontato da Isobel Cockerell, una delle curatrici della serie, l’idea di CAPTURED è nata lo scorso aprile da un messaggio audio su Signal inviato da un bagno di Dubai durante un temporale – evento insolito a Dubai ma reso meno insolito dal cambiamento climatico. A inviare questo audio a Cockerell, che si trovava a Perugia per il Festival del Giornalismo, è stato un collega: Christopher Wylie, il data analyst che svelò lo scandalo di Cambridge Analytica. 

Wylie si trovava a una festa piena di imprenditori del settore tech: «La gente qui parla di longevità, di come vivere per sempre, ma si stanno anche preparando a quando le persone si ribelleranno e la società si sfalderà. Te sei lì con un gruppo di giornalisti a parlare di come salvare la democrazia. Qui discutono di come sopravvivere alla fine della democrazia», sussurrava dalla toilette Wylie alla collega. «In strada l’acqua arriva al ginocchio, intanto questi organizzano un party. Dubai in questo momento è un microcosmo: il mondo fuori sta collassando, entri qui e trovi questi miliardari e multimiliardari che festeggiano», continuò Wylie. 

L’audio di Wylie fu l’inizio di un’inchiesta giornalistica nell’universo valoriale, etico e filosofico del mondo tech, un tentativo di svelare il futuro che la Silicon Valley sta costruendo senza avercelo chiesto. Nei podcast della serie si esamina come e perché, secondo gli autori, tutti – «giornalisti, artisti, infermieri, imprenditori e governi» – rimangano intrappolati nelle ambizioni del settore tech. Ma anche come si possa resistere a queste ambizioni megalomani e distopiche. 

«Quello che era iniziato come un’indagine sull’impatto dell’intelligenza artificiale sulla società ci ha condotti in un mondo strano. I leader tech utilizzano il linguaggio della fede salvezza, trascendenza, onniscienza  per predicare l’avvento di un futuro dominato dall’Ia. Se vogliamo avere voce in capitolo, dobbiamo riconoscere che la Silicon Valley sta costruendo qualcosa di più grande dell’intelligenza artificiale. Sta costruendo un’intera religione», ha spiegato Cockerell. 

Uno dei reportage della serie Quando avrò centoventicinque anni è un racconto autobiografico in cui il designer americano J. Paul Neeley ha descritto la propria esperienza nel progetto Blueprint dell’imprenditore Bryan Johnson, progetto che mira ad aumentare la longevità delle persone tramite un approccio ingegneristico incentrato sulla raccolta ossessiva di dati biometrici. «Ho anche iniziato a pensare che gli inviti a vivere per sempre siano forse fuori luogo e che in realtà ci siamo evoluti per morire. La morte è una cosa buona. Una caratteristica, non un difetto. Il ciclo della vita – che porta nuove generazioni con un nuovo modo di pensare – è il meccanismo in cui la nostra specie si è evoluta per funzionare. La sopravvivenza è e deve essere ottimizzata per la specie, non per l’individuo», conclude Neeley, riflettendo sui limiti dell’ambizione di Johnson. 

Un altro approfondimento della serie “Chi possiede i diritti del tuo cervello?”, è una doppia intervista a Rafael Yuste, neuroscienziato, e Jared Genser, avvocato esperto di diritti umani, incentrata sui neurodiritti, i diritti ai pensieri umani che i computer potrebbero essere presto in grado di leggere e plasmare. Il team di Yuste è riuscito infatti a impiantare delle immagini nel cervello di alcuni roditori, che sono stati indotti a pensare qualcosa in modo artificiale. Ottenuto questo risultato storico, il neuroscienziato ha iniziato a sentirsi in colpa: «Ho sentito la responsabilità di garantire che questi potenti metodi in grado di decodificare l’attività cerebrale e di manipolare la percezione dovessero essere regolamentati per assicurare che fossero usati a beneficio dell’umanità», afferma Yuste nell’intervista. 

Altri episodi della serie hanno raccolto le storie dei lavoratori africani sfruttati per testare i modelli dell’intelligenza artificiale, le visioni del mondo di imprenditori del settore tech («L’obiettivo è permettere a ogni uomo di conoscere tutto ciò che è conosciuto»), e le posizioni critiche di alcuni ingegneri che hanno contribuito a creare Internet per come è oggi conosciuto («se per te l’innovazione è un culto, non puoi più fare un passo indietro e pensare a come limitarla»). Si ascoltano su Audible

Coda Story è un laboratorio di giornalismo con doppia sede in Stati Uniti e Georgia, fondato nel 2016 da un team di giornalisti internazionali, tra cui spicca Peter Pomerantsev (autore di Niente è vero, tutto è possibile. Avventure nella Russia moderna). È sostenuto finanziariamente da donazioni individuali e da due associazioni, Global Investigative Journalism Network e Institute for non-profit news. 

I suoi approfondimenti sono organizzati in otto correnti dedicate ai temi pregnanti dell’attualità: conflitti armati; crisi climatica; oligarchia; riscrittura della storia; tecnologia autoritaria (dove è stata pubblicata la serie “CAPTURED”); disinformazione; polarizzazione; Sorveglianza e controllo. La caratteristica distintiva dell’approccio di Coda Story è l’intenzione programmatica di andare oltre il singolo evento, dando più spazio e attenzione al trend o fenomeno globale che questo evento indica, la corrente, appunto. Questa linea rende più facile a lettori e lettrici cogliere le implicazioni e le narrazioni degli eventi trattati (la cosiddetta big picture, in inglese), resistendo così al caos cognitivo generato dal flusso incessante di notizie riportate senza essere collocate in una visione più ampia. 

A questo intento quasi pedagogico contribuisce anche la cura che il team di Coda Story dedica allo storytelling, producendo contenuti che fondono testo, foto, audio e video sempre molto affascinanti e user-friendly sotto il profilo grafico – un esempio ben riuscito è la serie Generation Gulag, dedicata alle storie di alcune persone finite nell’universo concentrazionario sovietico. 

Il festival annuale organizzato da Coda Story, ZEG (dopodomani, in georgiano), è uno dei simposi più intellettualmente stimolanti tra i tanti dedicati al giornalismo – qui un intervento di Anne Applebaum ripreso da Linkiesta. In Italia il lavoro di Coda Story non è ancora molto conosciuto, ma, di recente, Valigia Blu ha cominciato a ripubblicarne alcuni articoli in italiano.

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