I fuochi d’artificio della guerra commerciale, uniti al generale diluvio di assurdità caratteristico del modo di governare di Donald Trump, rischiano di distrarre l’attenzione dal punto decisivo, o quanto meno di relativizzarne l’importanza, anche per via di una sorta di effetto saturazione. C’è un limite al numero di conclamate menzogne e plateali abusi di potere per cui un individuo è in grado di indignarsi nel corso di una giornata.
Per questo motivo è tanto più importante mantenere salda una ragionevole scala di priorità nell’analizzare e discutere quanto sta accadendo negli Stati Uniti. Tutto sommato il filo conduttore, o se preferite il metodo dentro questa follia, non dovrebbe essere così difficile da individuare, guardando alle ultime scelte del presidente americano.
Dal rifiuto di ottemperare a una sentenza della Corte suprema sul rimpatrio di un immigrato espulso illegalmente (che a noi italiani dovrebbe ricordare qualcosa) al tentativo di conquistare un controllo politico delle università intervenendo sui loro finanziamenti e persino sul loro regime fiscale (che a noi italiani non può ricordare niente, ma solo perché non abbiamo niente di simile a Harvard che il governo possa occupare), dalla campagna di pressioni e intimidazioni condotta con simili metodi contro stampa, studi legali, giudici e persino popstar colpevoli di non mettersi sull’attenti fino al definitivo allineamento del paese all’autocrazia putiniana, da ultimo con il rifiuto di sottoscrivere persino la condanna della strage di Sumy in sede di G7. Serve altro?
Potremmo discutere per ore della definizione migliore da dare a questo processo o di quali ne siano le manifestazioni più eclatanti, e anche, per dir così, la tabella di marcia. Per il Financial Times, che vede il punto di svolta nel rifiuto di accettare la sentenza della Corte suprema sul rimpatrio di Kilmar Armando Abrego Garcia, l’uomo ingiustamente espulso in Salvador, «Trump è a metà strada nella trasformazione dell’America in uno stato di polizia».
Nell’articolo, Edward Luce ricorda l’aggressione subita da Volodymyr Zelensky nello studio ovale e la paragona al «trattamento regale» riservato invece a Nayib Bukele, il presidente populista del Salvador, peraltro anche lui sprovvisto di cravatta, ma in compenso ben felice di ospitare «quello che sembra un gulag statunitense allo stato embrionale». E non ho neanche citato la dichiarata intenzione di annettere la Groenlandia o il progetto di deportare due milioni di palestinesi.
Il fatto è che la deriva antidemocratica degli Stati Uniti sotto Trump è un fenomeno talmente rapido e talmente pervasivo da rendere incompleto qualunque elenco di questo genere. Ma occorre davvero che sia completo? Davvero c’è ancora bisogno di informazioni e approfondimenti ulteriori per capire cosa abbiamo davanti?
A me pare che sia chiarissimo, e penso semmai che dovremmo cominciare a trarne le conseguenze. Anzitutto circa le convinzioni, i principi e l’affidabilità democratica di chi, in politica e non solo, continua a sostenere apertamente una simile involuzione. Se non proprio, e di già, a imitarla.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.