Il ritorno del reI primi cento giorni della seconda presidenza Trump

Nei primi tre mesi alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti ha firmato 142 ordini esecutivi, portato l’inflazione al 2,4 per cento e fatto crollare i mercati. La sua approvazione è scesa al quarantadue per cento

LaPresse

Nei giorni del centesimo anniversario del suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha scelto il Michigan per ribadire il proprio messaggio economico e identitario. A Macomb County, in un’area cruciale per la conquista elettorale del Midwest, il presidente ha radunato tremila sostenitori sotto lo slogan «Buy American. Hire American». Ma dietro la retorica patriottica, la realtà industriale resta incerta: Detroit ha perso un terzo della sua popolazione dal 2000, e i nuovi dazi rischiano di colpire proprio quelle filiere produttive che si vorrebbero rilanciare.

I primi cento giorni del secondo mandato di Donald Trump hanno trasformato la Casa Bianca in un palco permanente, dove il presidente mette in scena ogni giorno la farsa dell’America tradita e la promessa di una riscossa imminente. Ogni annuncio è un atto di rottura, ogni firma un rituale di potere solitario: proclami solenni, scenografie studiate, ma poca sostanza. Il decisionismo si consuma in diretta, un documento alla volta, senza costruzione né visione, solo l’illusione di un cambiamento epocale che, nei fatti, somiglia sempre più a un esercizio di propaganda continua.

I giornali di tutto il mondo hanno provato ad analizzare i primi tre mesi di governo in cui Trump ha firmato centoquarantadue ordini esecutivi, superando ogni record precedente, compreso quello di Franklin Delano Roosevelt, presidente dal 1933 al 1945. L’ultimo ordine esecutivo è stato un allentamento dei dazi sulle auto. Di questi centoquarantadue atti, oltre cento sono stati atti di revoca diretta delle politiche del suo predecessore Joe Biden. Tra i primi provvedimenti approvati ci sono il ritiro dagli accordi internazionali sulla sanità, l’abolizione delle misure di inclusione sociale adottate da Biden e il controverso tentativo di revocare la cittadinanza per i nati da genitori stranieri sul suolo statunitense, quest’ultimo in attesa del giudizio della Corte Suprema.

Questo accentuato ricorso allo strumento unilaterale dell’ordine esecutivo, mostra la fragilità dell’impatto di Trump sul piano legislativo, dove i risultati concreti restano scarsi. Nei primi cento giorni, il presidente degli Stati Uniti ha firmato solo cinque leggi, tra cui il Laken Riley Act, che introduce nuove restrizioni in materia di immigrazione, e tre risoluzioni che annullano regolamenti dell’era Biden. Un bottino magro rispetto agli standard del primo mandato — quando furono approvate ventotto leggi nello stesso arco di tempo — e un segnale della crescente difficoltà a trovare sponde in un Congresso polarizzato. 

Non potendo approvare tante leggi, Trump si è concentrato su ciò che poteva smantellare facilmente,  senza ostacoli del Congresso: l’apparato federale. Con la creazione del Department of Government Efficiency (Doge), guidato da Elon Musk, l’amministrazione ha licenziato almeno centoventunomila dipendenti pubblici, sciolto agenzie storiche come Usaid (L’agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale), e tagliato centosessanta miliardi di dollari dal bilancio federale. Una razionalizzazione che, secondo gli economisti, rischia di compromettere il funzionamento di settori chiave come la sanità pubblica e gli aiuti internazionali, senza produrre risparmi effettivi.

Sul fronte economico, il punto nevralgico è rappresentato dai dazi. L’amministrazione ha introdotto tariffe generalizzate del dieci per cento su tutte le importazioni, alzando al venticinque per cento quelle su acciaio, alluminio e componentistica automobilistica. Il risultato è un’incertezza diffusa: le borse hanno subito forti perdite (S&P -7,9 per cento, Nasdaq -12,1 per cento, Dow Jones -8,9 per cento), General Motors ha ritirato le previsioni annuali, e UPS ha annunciato ventimila licenziamenti. Secondo il Budget Lab della Yale University, l’impatto tariffario sui consumatori ha raggiunto una media del ventotto per cento, il dato più alto dal 1901. Nonostante una momentanea tregua sui dazi per alcune industrie, l’instabilità sistemica resta.

Sul fronte interno, la repressione migratoria ha raggiunto nuovi livelli di spettacolarizzazione: da video diffusi dalla Casa Bianca in cui migranti vengono rasati e imprigionati in El Salvador, alla drastica riduzione degli attraversamenti al confine sud (7.180 a marzo, record minimo). Un risultato ottenuto attraverso misure che molte Ong definiscono come lesive del diritto internazionale. Il presidente, dal canto suo, ha esibito questi numeri come trofei: «Solo tre sono passati. E li stiamo cercando», ha dichiarato.

Anche sul piano internazionale, Trump ha rotto con la precedente amministrazione. Ha sospeso gli aiuti militari all’Ucraina, aprendo a negoziati separati con Mosca. Il presidente degli Stati Uniti aveva promesso di risolvere in conflitto in ventiquattro ore, ma ancora non ha otttenuto un passo in avanti. In Medio Oriente ha promesso di rendere la Striscia di Gaza una meta turistica e ha ordinato oltre duecento attacchi aerei contro i ribelli Houthi nello Yemen.

Le politiche di Trump finora hanno generato oltre duecento cause legali, di cui molte ancora in corso. La Corte Suprema dovrà decidere su diversi decreti fondamentali, e il rischio di un conflitto istituzionale aperto non è trascurabile. Intanto, nei sondaggi, Trump sconta una disapprovazione crescente: solo il quarantadue per cento degli americani approva il suo operato, e il cinquanta per cento ritiene che abbia spinto troppo in ogni ambito, dai dazi all’immigrazione, dai licenziamenti federali al ritiro dagli aiuti esteri.

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