
Il 16 maggio del 1985, quarant’anni fa, sulla rivista “Nature” veniva pubblicato il primo articolo che parlava di «buco nell’ozono», firmato da Joseph Farman, Brian Gardiner e Jonathan Shanklin del British Antarctic Survey. La ricerca mostrava che lo strato di ozono nell’atmosfera, che protegge la superficie della Terra dai raggi ultravioletti, si era ridotto del 40 per cento sul Polo Sud a causa della concentrazione di clorofluorocarburi (Cfc), i gas che venivano usati nelle bombolette spray, nei frigoriferi e condizionatori.
La ricerca mise in allarme il mondo, tanto che due anni dopo, nel 1987, con il protocollo di Montreal, i Cfc furono messi al bando a livello globale. Quarant’anni dopo quel primo articolo, i dati ora dicono che la membrana protettiva di ozono si sta ripristinando.
Nel 1974, i primi a puntare il dito contro i Cfc erano stati Frank Sherwood Rowland, docente di chimica all’Università della California e il suo assistente Mario Molina, che pubblicarono un articolo su Nature. I due scienziati, che con Paul Crutzen furono insigniti nel 1995 del premio Nobel per la chimica, capirono che la distruzione dell’ozono stratosferico derivava dai clorofluorocarburi, sostanze sintetizzate in laboratorio e messe in commercio a partire dagli anni Trenta del secolo scorso e per molto tempo utilizzate come refrigeranti, solventi e propellenti per bombolette spray. Una prima scoperta che però fu bollata come fantascienza dall’allora amministratore delegato della Dupont, la società che nel 1930 aveva brevettato quei gas.
Bisognerà aspettare il 1985 per cominciare a parlare apertamente di «buco dell’ozono», con l’articolo di Joe Farman, Brian Gardiner e Jonathan Shanklin, che dimostrava, attraverso misurazioni esatte, che l’assottigliamento dello strato di ozono sopra le regioni polari aumentava di anno in anno.
La parola «buco» venne usata per indicare, appunto, le aree in cui le concentrazioni di ozono scendono al di sotto della soglia storica di 220 Unità Dobson. Un pericolo per la salute, poiché questo assottigliamento nella stratosfera sopra l’Antartide, riducendo lo spessore di questo filtro naturale, espone la vita sulla Terra a pericolose radiazioni solari. L’esposizione prolungata a a radiazioni ultraviolette può causare tumori alla pelle come melanomi, alterazioni al sistema immunitario e invecchiamento cutaneo.
Dopo il protocollo di Montreal, lo sforzo globale per ridurre le sostanze ha dato risultati. I dati raccolti dai ricercatori del Mit (Massachussetts Institute of Technology) mostrano infatti che da alcuni anni il «buco dell’ozono» sopra l’Antartide si sta effettivamente riducendo. Lo studio sottolinea che, se questa tendenza continuerà, entro il 2035 si potrà osservare un anno in cui non si registreranno più impoverimenti stagionali dell’ozono antartico, segnando la definitiva chiusura del buco. E metà degli anni Sessanta di questo secolo i livelli di ozono nell’atmosfera dovrebbero tornare a valori vicini a quelli del 1970.