Hu Angang è un professore di economia e direttore del Centro Studi Cinesi presso la Tsinghua University, nonché un noto intellettuale pubblico spesso ritenuto un membro della “Nuova Sinistra” cinese (xin zuopai 新左派). Nel 2011, lui e un suo collega, Hu Lianhe, hanno scritto un articolo intitolato “La politica etnica di seconda generazione: promuovere la fusione etnica e la co-prosperità integrata” (in seguito denominata “politica 2G”), la cui pubblicazione sulla Rivista dell’Università Normale dello Xinjiang ha innescato un nuovo scambio di opinioni molto acceso sulla direzione da dare alla politica etnica del Paese, trasformando il dibattito accademico in una discussione politica.
Affermando che la leadership avrebbe segnalato la propria intenzione di riformare la politica etnica nazionale attraverso l’uso dell’espressione “interazione, scambio e integrazione tra gruppi etnici” (minzu jiaowang jiaoliu jiaorong 民族交往交流交融), apparsa per la prima volta nel discorso di Hu Jintao alla Prima Conferenza Centrale di Lavoro sullo Xinjiang tenutasi nel 2010, i due Hu hanno affermato che: “dobbiamo […] stare al passo con i tempi e promuovere ‘l’interazione, lo scambio e l’integrazione tra gruppi etnici’, per garantire il continuo rafforzamento e lo sviluppo rigoglioso dell’integrazione della nazione cinese”.
Riecheggiando Ma Rong, i due Hu hanno sostenuto gli approcci esistenti alla governance multiculturale erano sostanzialmente due: il modello del “Melting Pot” (da ronglu moshi 大熔炉模式), esemplificato dagli Stati Uniti e caratterizzato dall’enfasi sull’identificazione con lo stato nazionale (guozu rentong 国族认同), e il modello del “Piatto Misto” (da pingpan moshi 大评判模式) rappresentato dall’ex Unione Sovietica e dalla Jugoslavia e caratterizzato da un’enfasi sulla distinzione etnica e sul pluralismo territoriale (diyu duoyuan zhuyi 地域多元主义).
La Cina, secondo loro, si trovava ad affrontare una sfida seria riguardo al problema dell’integrazione nazionale a causa del tempo relativamente breve di costruzione del suo stato-nazione e dell’attuazione di quella a cui hanno dato il nome di “politica etnica di prima generazione” improntata al modello sovietico, caratterizzata dalla sua priorità verso l’identificazione etnica rispetto all’identificazione nazionale.
Essendo proprio questa impronta a rendere imperfetta la politica, il governo avrebbe dovuto riorientarsi verso una politica etnica di “seconda generazione”, volta a dare priorità all’identità nazionale, ad aumentare ulteriormente la cooperazione economica tra le aree Han e quelle minoritarie, a imporre il mandarino standard come lingua nazionale, e a promuovere schemi residenziali di mescolanza etnica così come i matrimoni misti.
Se togliamo alcune differenze terminologiche, l’articolo dei due Hu mostra una sorprendente somiglianza con quello di Ma Rong. Ciò che distingue davvero i due articoli è che i due Hu hanno elaborato un elenco dettagliato di raccomandazioni politiche quale non si era mai visto prima. È stato per questo, probabilmente, che il dibattito accademico, anche in vista dell’allora imminente cambio di leadership politica, ha virato sempre di più verso una direzione manifestamente politica.
Lo studioso dell’Istituto dello Heilongjiang per le Nazionalità Du Yonghao, per esempio, è intervenuto scrivendo che tanto le proposte della politica 2G quanto quelle sulla depoliticizzazione traboccavano di visioni sciovinistiche ormai da tempo screditate, distorcendo i passati conseguimenti della governance multietnica e confondendo i mezzi con i fini; di conseguenza, esse non avrebbero fatto altro che rafforzare un senso di insicurezza tra le minoranze etniche minacciando ulteriormente la stabilità del paese.
Il professore dell’Università del Nord-Ovest delle Minoranze Jia Donghai e il suo studente Chen Xiaojia, invece, hanno criticato entrambe le proposte per avere sorvolato sulle politiche di assimilazione forzata storicamente attuate da paesi come gli Stati Uniti, il Brasile e l’India – e sul razzismo endemico che esse hanno seminato – che per i due Hu, invece, andrebbero considerate come esempi di integrazione nazionale di successo.
Per giunta, hanno sostenuto che quelle proposte andavano contro la Costituzione, violando nello specifico il principio dell’autonomia regionale su base etnica. Si trattava, perciò, di proposte che avrebbero dovuto essere esaminate attentamente sia dalla comunità accademica che dalle autorità governative. Similmente, il professore dell’Università Centrale delle Minoranze Jin Binggao ha dichiarato che le tesi della depoliticizzazione e della politica etnica 2G non solo violavano le politiche nazionali esistenti, ma pure ignoravano la condizione nazionale di base della Cina come paese multietnico. Pertanto, ritenevano che la confusione “teorica e intellettuale” provocata dalle due tesi andasse chiarita.
La critica più elaborata delle proposte di Ma Rong e dei due Hu, però, è venuta da Hao Shiyuan, direttore dell’Istituto di Etnologia e Antropologia della CASS, che nel 2012 ha firmato quattro lunghi articoli in cui rielaborava molte delle obiezioni già sollevate. In ognuno di questi, lo studioso si concentra su un aspetto specifico delle argomentazioni avanzate, chiedendosi se le minoranze etniche in Cina avessero effettivamente goduto di miglioramenti socioeconomici a spese del resto del paese, se il governo dovesse difendersi da eventuali attività terroristiche e separatiste portate avanti dalle minoranze etniche, se le relazioni e la politica etnica degli Stati Uniti potessero “offrire lezioni significative per la Cina”, e se l’esperienza del Brasile potesse essere considerata una “storia di successo” di quel Paese.
Sulla base di queste analisi, Hao ha sostenuto che le tesi della politica 2G e sulla depoliticizzazione non solo costituivano una “grave mancanza nella condotta accademica”, ma erano pure “deliberatamente fuorvianti a livello politico”, nella misura in cui la politica 2G sarebbe stata in ultimo controproducente per la stabilità politica e l’armonia sociale.
Ciò che è interessante notare, è che la maggior parte delle reazioni critiche alla politica 2G aveva colpito non solo i due Hu, ma anche Ma Rong. L’evidente convergenza tra le due proposte è stata evidenziata per esempio da Xie Shengjun, professore dell’Università di Pechino e collega di Ma, che in una recensione del 2012 critica la politica 2G sulla base di cinque vizi: 1) confusione teorica e concettuale; 2) ignoranza delle leggi fondamentali della governance multietnica cinese; 3) ignoranza della condizione nazionale della Cina e del principio di “cercare la verità dai fatti”; 4) ignoranza dei valori e degli ideali alla base della politica etnica della Cina; e 5) il suo essere “distruttiva senza essere costruttiva”. Elaborando questi punti, Xie sostiene che le tesi della politica 2G avrebbero provocato il panico tra le minoranze e confusione nell’opinione pubblica, con la possibilità di aprire un “vaso di Pandora” se le sue proposte fossero state adottate.
